
LA CASA
In ognuno di noi convivono due forze, come ci ricorda il Dottor Giorgio Burdi nel suo libro “ Il Numero Uno e il Numero Due”. Da una parte c’è il Numero Uno, la parte autentica, viva, che desidera esprimersi senza filtri; dall’altra il Numero Due, fatto di regole, giudizi, aspettative, é la voce che ci dice “devi”e che ci spinge a interpretare ruoli che non abbiamo scelto.
Durante una seduta di gruppo, nella stanza dei rispecchiamenti, è emersa un’immagine potente capace di racchiudere questa tensione: la Casa.
La casa come simbolo della nostra vita interiore, come guscio che ci protegge e insieme come prigione che ci limita.
Una metafora che si declina in tre dimensioni fondamentali: la pelle, i vestiti e l’abitazione.
La pelle è la nostra prima casa. È il confine che ci separa e allo stesso tempo ci mette in contatto con il mondo. Quando siamo fedeli al Numero Uno, la pelle vibra, respira, accoglie il calore di un abbraccio, la carezza del vento, il brivido della vita. Quando invece domina il Numero Due, la pelle diventa fragile e ci chiude: sentiamo il bisogno di coprirci, di proteggerci, quasi di sparire agli occhi degli altri.
I vestiti sono la seconda pelle, il secondo strato di questa casa. Ci sono abiti che scegliamo per piacere, per esprimere chi siamo, e allora il Numero Uno sorride e si mostra al mondo. Ma ci sono anche vestiti che indossiamo solo per compiacere gli altri, per sentirci accettati, per rispettare regole che non ci appartengono. Quelli non sono più abiti, sono divise. In quei momenti la libertà si trasforma in gabbia e il Numero Due prende il sopravvento.
Infine c’è l’abitazione, nella quale vivono anche i membri della nostra famiglia. A volte le stanze che la compongono sono luminose, calde, accoglienti: viviamo pienamente, il Numero Uno si muove libero, respira, si mostra al mondo senza filtri. Altre volte però queste stanze diventano fredde, chiuse, segnate dalle imposizioni esterne, da regole e aspettative che non ci appartengono.
La famiglia, in particolare, lascia tracce profonde e durature: giudizi, modelli tramandati, richieste silenziose diventano muri invisibili che delimitano i nostri spazi. Così, senza accorgercene, ci ritroviamo spesso a vivere in case che non sentiamo nostre, a percorrere corridoi di doveri e regole che non abbiamo scelto, sentendo il peso di vite costruite più dagli altri che da noi stessi.
Il lavoro su di sé e il percorso terapeutico consistono proprio nel riconoscere quali spazi appartengono al Numero Due e quali invece sono creati dal Numero Uno. Significa diventare architetti della propria casa interiore: aprire finestre, abbattere muri, liberare stanze, scegliere con consapevolezza cosa indossare e cosa no: perché la pelle respiri, perché i vestiti diventino gioco e non gabbia, perché la casa torni a essere un luogo accogliente, abitato dalla nostra verità più profonda.
In fondo, il senso del percorso non è eliminare il Numero Due, ma riportarlo al suo posto: come ospite, non come padrone.
La vera libertà nasce quando torniamo ad abitare noi stessi.
Toscano Ester
Tirocinante di Psicologia,
Università di Foggia presso lo Studio Burdi
Bibliografia Studio

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