
Il Barattolo d’Emergenza
Il barattolo d’emergenza: l’amore come una Quiche Lorraine
A quanti di noi è accaduto di aprire il proprio frigo dopo una giornata stressante e non trovare nulla di
delizioso da consumare se non quell’unico barattolino di gelato, dove per giunta si sono cristallizzate
goccioline di rugiada di un precedente scongelamento non noto ma avvenuto!? Ecco… in amore talvolta noi siamo quel gelato!
Spesso, alcuni rapporti non sono guidati unicamente dal sentimento, ma da una vera e propria logistica
emotiva, gestita come un’azienda: una pianificazione delle risorse umane dove c’è chi opera nella sede centrale e chi è confinato alla filiale d’emergenza.
È inutile dirvi, mio malgrado, che ho sempre operato nella filiale d’emergenza!
La verità è che queste relazioni, complesse più di altre, non hanno nulla a che fare con l’amore o il
sentimento di amicizia sincero, ma nascono unicamente dal bisogno di stabilità emotiva: il barattolo di riserva.
Spesso ci arrediamo come veri e propri luoghi emotivi (con grande probabilità a tempo determinato, con
la data di scadenza riportata a caratteri cubitali nel retro della confezione) dove la vicinanza è possibile, l’intimità permessa, ma l’impegno negato o fornito a basso costo.
Il baratto, o la moneta, è la funzione: amore incondizionato, spalla pronta, attenzione esclusiva.
Ma il prodotto è pronto e il rapporto attivo finché la sede centrale ne approva la produzione.
La verità? “Non è amore ma un’indagine di mercato sulla propria desiderabilità. L’approvazione è il questionario di gradimento che riporta il massimo dei voti”.
Ma il gelato se lasciato fuori si scioglie e diventa un’imprendibile crema e non serve più!
Diventiamo allora una solida e irrinunciabile Quique Loraine!
daniela pesole
#LogisticaEmotiva #GelatoEmergenza #DipendenzaEmotiva #RelazioniComplesse #Autostima #CrescitaPersonale #AmoreNonEFunzionale
Bigliografia dello Studio BURDI
Continua

La Casa
LA CASA
In ognuno di noi convivono due forze, come ci ricorda il Dottor Giorgio Burdi nel suo libro “ Il Numero Uno e il Numero Due”. Da una parte c’è il Numero Uno, la parte autentica, viva, che desidera esprimersi senza filtri; dall’altra il Numero Due, fatto di regole, giudizi, aspettative, é la voce che ci dice “devi”e che ci spinge a interpretare ruoli che non abbiamo scelto.
Durante una seduta di gruppo, nella stanza dei rispecchiamenti, è emersa un’immagine potente capace di racchiudere questa tensione: la Casa.
La casa come simbolo della nostra vita interiore, come guscio che ci protegge e insieme come prigione che ci limita.
Una metafora che si declina in tre dimensioni fondamentali: la pelle, i vestiti e l’abitazione.
La pelle è la nostra prima casa. È il confine che ci separa e allo stesso tempo ci mette in contatto con il mondo. Quando siamo fedeli al Numero Uno, la pelle vibra, respira, accoglie il calore di un abbraccio, la carezza del vento, il brivido della vita. Quando invece domina il Numero Due, la pelle diventa fragile e ci chiude: sentiamo il bisogno di coprirci, di proteggerci, quasi di sparire agli occhi degli altri.
I vestiti sono la seconda pelle, il secondo strato di questa casa. Ci sono abiti che scegliamo per piacere, per esprimere chi siamo, e allora il Numero Uno sorride e si mostra al mondo. Ma ci sono anche vestiti che indossiamo solo per compiacere gli altri, per sentirci accettati, per rispettare regole che non ci appartengono. Quelli non sono più abiti, sono divise. In quei momenti la libertà si trasforma in gabbia e il Numero Due prende il sopravvento.
Infine c’è l’abitazione, nella quale vivono anche i membri della nostra famiglia. A volte le stanze che la compongono sono luminose, calde, accoglienti: viviamo pienamente, il Numero Uno si muove libero, respira, si mostra al mondo senza filtri. Altre volte però queste stanze diventano fredde, chiuse, segnate dalle imposizioni esterne, da regole e aspettative che non ci appartengono.
La famiglia, in particolare, lascia tracce profonde e durature: giudizi, modelli tramandati, richieste silenziose diventano muri invisibili che delimitano i nostri spazi. Così, senza accorgercene, ci ritroviamo spesso a vivere in case che non sentiamo nostre, a percorrere corridoi di doveri e regole che non abbiamo scelto, sentendo il peso di vite costruite più dagli altri che da noi stessi.
Il lavoro su di sé e il percorso terapeutico consistono proprio nel riconoscere quali spazi appartengono al Numero Due e quali invece sono creati dal Numero Uno. Significa diventare architetti della propria casa interiore: aprire finestre, abbattere muri, liberare stanze, scegliere con consapevolezza cosa indossare e cosa no: perché la pelle respiri, perché i vestiti diventino gioco e non gabbia, perché la casa torni a essere un luogo accogliente, abitato dalla nostra verità più profonda.
In fondo, il senso del percorso non è eliminare il Numero Due, ma riportarlo al suo posto: come ospite, non come padrone.
La vera libertà nasce quando torniamo ad abitare noi stessi.
Toscano Ester
Tirocinante di Psicologia,
Università di Foggia presso lo Studio Burdi
Bibliografia Studio


La Vita a Colori
Vivere a colori
Tutti a scuola abbiamo ascoltato almeno una volta una lezione sul disco di newton. Si tratta di un disco suddiviso in sette settori colorati (rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto), cioè i colori dello spettro visibile ottenuti dalla scomposizione della luce attraverso un prisma. Infatti, se fatto girare velocemente il disco non mostrerà più tutti i colori ma il bianco, ciò che rappresenta la luce.
Il dottor Burdi prende spunto da questo noto esperimento per proporre una metafora. Ogni colore rappresenta una nostra passione, un nostro interesse e per generare la “luce”, cioè energia e vitalità, è necessario che ognuno di noi abbia tanti “colori” dentro di sé. Ogni colore rappresenta qualcosa che per noi è importante, che sia una persona a noi cara, un figlio, un animale a cui vogliamo bene, un hobby, il lavoro che ci piace, il nostro partner, i nostri familiari. È necessario riempire la nostra vita di colori per essere luce, per essere energia.
Se invece il disco avesse solo due o tre settori colorati, girando non produrrebbe il bianco ma un’immagine confusa e indefinita. Allo stesso modo, se riduciamo la nostra vita esclusivamente ai doveri quali casa, lavoro, studio, famiglia, senza coltivare altre passioni, non riusciremmo mai a brillare davvero. Anzi, rischieremmo di spegnerci, con conseguenze negative non solo per noi stessi, ma anche per chi ci vive accanto.
In una coppia se entrambi i partner hanno pochi “colori”, finiranno inevitabilmente per attingere energia l’uno dall’altro, creando frustrazione e squilibri. Al contrario, quando ognuno possiede una “ruota dei colori” ricca e completa, entrambi sprigionano vitalità e la relazione diventa una fonte di energia condivisa.
Ma cosa fare se ci accorgiamo di avere pochi colori nella nostra vita?
È necessario ritrovare il coraggio di sperimentare. Chiamate quell’amico che non sentite da tanto, frequentate posti nuovi, riprendete quello sport, o passione che vi piaceva tanto ma avete abbandonato, oppure intraprendete attività che vi hanno sempre incuriosito ma non avete mai avuto l’audacia di iniziare. È questo il segreto per una vita a colori.
ilaria bellini
tirocinante di psicologia presso lo studio burdi Università di foggia

*Scollamento dai modelli imposti*
Estratto da
“ Il Numero Uno e il Numero Due “
C’è un capitolo nel libro del dottor Burdi:“Bisogno di rinnovare le relazioni”. Questo è un capitolo che leggi in un soffio perché estremamente fluido, ma che necessita una seconda lettura e perché no, anche una terza.
Ogni volta che lo rileggi senti dentro il peso di quelle domande che la coscienza già ti poneva, ma che non erano mai state espresse a parole. Il dottor Burdi ha la capacità di rendere reali i pensieri, le sensazioni, tutto ciò che prima era informe diventa reale, leggibile.
Forse il desiderio di molti è essere capiti, essere letti come un libro. Ma non tutti parliamo la stessa lingua e pretendiamo sempre di essere letti e capiti da stranieri. Stranieri d’anima s’intende.

Il dottore e la dottoressa Burdi sono poliglotti. Partecipare ad una seduta di gruppo con loro è come guardare due interpreti, in una stanza piena di gente proveniente da ogni parte del mondo, dialogare fluidamente con tutti, passando da una lingua all’altra senza il minimo sforzo.
In questo capitolo la domanda che forse più ha messo la mia persona in crisi è stata: “quanto di ciò che sono è frutto di ciò che mi è stato chiesto di essere?”
Non ci pensiamo mai abbastanza o ci pensiamo troppo.
Io ho dato una risposta sincera a questa domanda: “un buon 70%”. Crediamo, ci appigliamo all’idea di essere artefici del nostro destino, padroni delle nostre scelte, ma in fin dei conti non siamo che la somma di tutte quelle aspettative che ci hanno appiccicato addosso. Abbiamo appreso un ruolo e ci impegniamo come attori holliwoodiani per interpretarlo al meglio. Siamo così bravi che quasi ci convinciamo di essere esattamente così. E invece no che non lo siamo. Come posso accorgermi di star interpretando un ruolo se ormai la mia persona è un tutt’uno con esso?
Ascoltandoti. Quando prendiamo una decisione, anche piccola, due voci riecheggiano in noi: il numero uno, i nostri istinti, ciò che d’impulso faremmo e il numero due, quel moralista, perbenista che se potesse annienterebbe i nostri pensieri e li sostituirebbe con quelli della società, della famiglia, della cultura, della religione.

Ci si aspetta di seguire la voce del numero uno, ma la verità è che l’uno si rimpicciolisce sempre di più, messo in ombra dal numero due, che detta legge in maniera così rigida che sembra impossibile non seguirne le direttive. Le persone più arroganti diranno: “io faccio sempre quello che voglio, a me non frega niente della legge”. SBAGLIATO. Non fai quello che vuoi nel momento in cui il numero due, astutamente, gioca con i sensi di colpa.
Può non essere aggressivo, ma è facile si insinui nelle pieghe più delicate dei nostri sentimenti. Rimorsi, sensi di colpa, paura di non essere accettati. Ed è così che rimette in riga la nostra persona. “Se lo fai nessuno ti vorrà bene”, “se lo fai ferirai le persone che ti circondano e a cui vuoi bene”, “fallo e te ne pentirai per sempre”.
Questa è una voce che dobbiamo contrastare con tutte le nostre forze, facciamolo sfogare un po’ il nostro numero uno e facciamola qualche follia, se è ciò che desideriamo davvero. Ascoltiamolo, sa fin dove può spingersi, ma mettiamo un collare al numero due o ci inghiottirà.
federica alfonso
tirocinante di psicologia università di foggia presso lo studio burdi

La Lettera Analitica (LA) e la Lettera Terapia (LT)
La Lettera Analitica (LA)
e la Lettera Terapia (LT)
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Panoramica del libro
Un libro che Ti legge dentro e non si legge soltanto: Cura, si applica, si vive, Ti aiuta a descriverti, ti Trasforma. “La Lettera Analitica, la Lettera Terapia” è uno strumento operativo ideato dal Dr. Giorgio Burdi, frutto di un metodo originale maturato in oltre trent’anni di esperienza teorica, formativa e sul campo. Non un semplice volume di auto-aiuto, ma una guida concreta per attraversare i momenti critici dell’esistenza, affrontare blocchi emotivi, stendere la propria anima su un foglio, riorganizzare il sentire e ritrovare lucidità nelle fasi multiproblematiche o post-traumatiche, fino a trasformarle in profondità.
Il Metodo Burdi offre una via alla diretta interiore, al riconoscimento dei propri stati emotivi e alla riscrittura del vissuto, attraverso la composizione di lettere indirizzate a persone, eventi, sintomi o parti di sé. Ogni lettera è uno spazio di consapevolezza dove ciò che non è mai stato detto può finalmente prendere forma e liberare energia bloccata. È una tecnica accessibile e profonda, da praticare in autonomia come forma di autoanalisi, oppure da integrare nei percorsi di psicoterapia individuale, di coppia o di gruppo.
Il libro è uno strumento di cambiamento per tutta la vita, rivolto a chiunque desideri risolversi e conoscersi per davvero, ma anche per i professionisti della relazione d’aiuto che cercano strumenti nuovi, mirati e replicabili per promuovere un cambiamento reale. Può essere utilizzato come diario personale, compagno di viaggio nelle fasi più complesse della vita, o come risorsa stabile per il lavoro di esplorazione psichica. La Lettera Analitica non solo consola: rivela. Non edulcora: attraversa. Non si limita a raccontare il passato, ma lo rielabora per restituire dignità al presente, ordine e futuro.
Un’opera densa, intensa, pratica e incisiva, capace di generare un impatto con sé autentico e una trasformazione duratura. Scrivere per guarire, scrivere per scegliere, scrivere per tornare a sentire.

Il perdono
Il perdono
Spesso si confonde il perdono con l’essere ingenui, ma io credo che imparare a perdonare sia uno degli strumenti più efficaci per guarire, per lasciarci alle spalle la sofferenza subita da chi avrebbe dovuto amarci, tutelarci e rispettarci.
E’ necessario perdonare, non solo nel caso in cui vogliamo ricostruire tutto ciò che è stato rotto nel rapporto con qualcuno (di qualsiasi natura) e ricominciare, ma anche e soprattutto per noi stessi; quando perdoniamo qualcuno che ci ha fatto davvero tanto male, è importante ricordarci che lo facciamo per avere una nostra pace mentale, per non vivere più di rabbia e di rancore, per poterci dare l’opportunità di andare avanti.
E’ una sfida contro noi stessi: nel tentativo di perdonare, inizialmente, è come se la nostra mente volesse ricordarci ogni singolo dettaglio, ogni singola mancanza di rispetto e di empatia che questa persona ha riservato nei nostri confronti, incredula di come possa essere possibile compiere questo gesto.

Si prova tanta rabbia, tanta delusione e amarezza, ma col tempo iniziamo a capire che è l’unica soluzione possibile per eliminare tutte queste sensazioni, per guardare oltre:
perché quando soffriamo in modo smisurato, perdiamo tutti quegli aspetti della nostra personalità che ci rendevano noi, che ci facevano essere felici delle persone che eravamo; diventiamo la personificazione di quell’ira di cui ci nutriamo ogni giorno, non ci riconosciamo più.
Il percorso verso il perdono è lungo e ricco di ostacoli, dubbi e risentimenti; ma quando finalmente raggiungiamo la meta, comprendiamo che siamo molto più di ciò che abbiamo subito.
Non possiamo definire chi siamo solo attraverso il dolore inflitto dagli altri, e così, quando capiamo questo e iniziamo a guarire, impariamo a guardarci allo specchio con sincerità e a riconoscere la persona che, con impegno e fatica, abbiamo ricostruito. Solo allora possiamo davvero accettarci, perché siamo tornati ad essere pienamente noi stessi.
Martina Cacucciolo
Tirocinante in psicologia presso lo studio Burdi Università di Foggia

Dipendenza Affettiva
Dipendenza Affettiva
Donna autonoma, brillante e indipendente: sembrano qualità sufficienti per poter essere serene, senza il bisogno che qualcun altro possa far crollare ciò che pensavamo fosse indistruttibile nel corso degli anni.Questo però non avviene quando la serenità, al contrario, diventa il nostro peggior nemico.
Forse perché non ci è familiare? Può qualcosa essere tanto ricercato dall’essere umano quanto temuto, semplicemente perché non siamo in grado di gestirlo?Ma ricominciamo. Cos’è la dipendenza affettiva?È una forma di attaccamento patologico a una figura che può essere un partner, un amico o un familiare e ci porta a poggiare interamente il peso della nostra anima sul corpo di un’altra persona. Ma se quest’ultima dovesse cadere… noi dove finiremmo?Partendo dalle radici, tale problematica può avere origine da diversi fattori di rischio: una mancata educazione emotiva,
un’assenza familiare significativa e una bassa autostima. Quest’ultima ci porta a valutare e svalutarci esclusivamente in base a ciò che ci dimostra il soggetto da cui dipendiamo.È importante, in questi casi, capire che per amare gli altri è necessario prima amare se stessi, saper formare la propria personalità e avere ben chiara la distinzione tra ciò che odiamo e ciò che amiamo.
Solo così possiamo decidere, responsabilmente, cosa deve essere aggiunto alla nostra vita e cosa, al contrario, va tolto.Amarsi non è semplicemente dirlo: amarsi è una scelta consapevole, che ti permette di cambiare realmente la tua vita se sei disposto a rischiare.
È un percorso lungo, altalenante, con un unico obiettivo: creare un effetto boomerang su noi stessi, e far sì che qualsiasi cosa ci ferisca non diventi un circolo dipendente dove cerchiamo disperatamente di riavere ciò che ci hanno tolto, ma piuttosto un riflesso di ciò che è l’altra persona.Quando, in passato, manca una figura genitoriale o entrambe si cerca, in futuro, di ricoprirla.

Di ricercare disperatamente quell’amore che non ci è stato dato. Questo perché abbiamo bisogno di dimostrare a noi stessi che possiamo riceverlo.L’amore genitoriale, però, non può essere sostituito. Le mancanze affettive rimangono tali e, invece di diminuire nel corso delle relazioni, possono aumentare.
Per questo è necessario prendere consapevolezza del problema, voler migliorare, fermarsi un attimo e riconoscere la differenza tra adrenalina e malattia, quella che un rapporto disfunzionale può creare.Imparare a stare da soli è un’arte: la metafora di dipingere la tela con i propri colori. Il potere di poter decidere se qualcun altro può aggiungerci qualcosa, ma che anche se così non fosse rimarrebbe ugualmente un bel dipinto.
Non si può coprire un vuoto, ma lo si può riempire. Tu puoi riempirlo. Conoscere il tuo amore e i tuoi standard relazionali, decidere quanto vuoi dare di te a un’altra persona non perché devi, ma perché vuoi.Lasciare una percentuale per te, in modo tale che tu non ti possa scaricare mai del tutto. O almeno, non per via di qualcun altro.
La consapevolezza di ciò che meriti, e il non accontentarti di niente che non sia quello che TU hai scelto per te stessa.Perché non sei l’amore che non ti hanno dato.
valeria de girolamo
tirocinante di psicologia presso lo studio burdi università statalei di foggia

Empatia
Empatia
L’empatia è la capacità di sintonizzarsi con la sofferenza dell’altro, di sentirla vicino a sé e avere il desiderio spontaneo di fare attivamente qualcosa per placarla, diminuirla.
A livello neurobiologico, tale capacità è resa possibile grazie all’attivazione dei neuroni specchio, che giocano un ruolo fondamentale nell’aiutarci a vivere un’esperienza esterna come interna, come se fosse nostra.
Tuttavia, l’empatia non è una capacità presente in egual modo in ognuno di noi; questo può essere e difatti è spesso fonte di sofferenza per chi, in un rapporto interpersonale di qualsiasi tipo,ricerca una forma di empatia nell’altro che però non c’è.
Quando nell’ambiente familiare questa capacità manca, o è in qualche modo distorta, finiamo per essere vittime di grandi sofferenze, sentendoci non considerati, non graditi da chi ci ha messi al mondo.

Questa sofferenza mette le radici e col tempo ci può far ammalare, rischiando di entrare in un loop infinito di ricerca di relazioni basate sull’idealizzazione costante di una persona, in quanto speriamo sempre di trovare nell’altro tutti i pezzi mancanti e gli elementi di conforto che ci servono per sentirci meglio, per sentirci amati.
E’ fondamentale a questo punto ricercare quei pezzi mancanti nel posto più adatto, svolgendo quindi un percorso di psicoterapia.
Un buon terapeuta non viene definito tale solo ed esclusivamente per il percorso di studi fatto e i successi accademici, ma anche e soprattutto per la capacità di entrare in connessione e in empatia con i suoi pazienti, non sminuendone mai la sofferenza né tantomeno il modo in cui i pazienti cercano di placarla.
Andando in terapia, una parte di noi guarisce già dal primo momento in cui percepiamo questa empatia da parte di chi ha il meraviglioso compito di scoprirci e ricostruirci pezzo dopo pezzo, perché sappiamo di essere al sicuro;
e in quello spazio sicuro, possiamo finalmente smettere di sopravvivere e cominciare a vivere, liberi di essere visti, accolti e apprezzati per ciò che siamo.
Martina Cacucciolo
Tirocinante in Psicologia presso lo studio Burdi Università Statale di Foggia
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Amare Comunque
Amare comunque
C’è qualcosa di silenzioso e potente nel modo in cui l’essere umano si scopre. Non è mai un evento, ma piuttosto un fluire: una lenta rivelazione, simile al modo in cui la luce filtra tra le tende in una stanza che credevamo buia.
Ho ascoltato voci che tremavano per la paura di spiegarsi nell’amore. Non perché mancasse il coraggio, ma perché spesso manca lo spazio. Lo spazio mentale, culturale, emotivo dove l’identità possa respirare senza doversi giustificare.
L’orientamento sessuale é il modo in cui l’amore prende forma in noi, come ci attrae e ci costruisce, anche quando ci ferisce. Ma soprattutto, è il modo in cui ci riconosciamo negli occhi dell’altro, o nell’assenza di quello sguardo.
Non ho trovato una definizione definitiva dell’accettazione, né una sequenza ordinata di fasi. Ho visto invece persone che tentano di venire a patti con un mondo che, ancora oggi, fatica a guardarle con occhi liberi. C’è chi si è accettato molto prima di essere accettato dagli altri e questa solitudine pesa. Altri invece non riescono a tollerare l’idea di essere “diversi” ma l’unica diversità é presente in chi non é in grado di comprendere l’amore, promuovendo guerra.
Si é sempre sentito che l’amore dovesse avere una forma unica e già nota, come quella delle fiabe. Accogliere significa, prima di tutto, permettere all’altro di essere senza paura di esser visto. In certi casi, il semplice dire “va bene così” ha sciolto nodi che anni di silenzi avevano stretto.
Ma cosa rende così difficile accettare l’altro, se non la paura di riconoscerlo dentro di noi? Forse è proprio questo che rende il lavoro dello psicologo così delicato e rivoluzionario creare uno spazio dove non sia necessario respirare con asfissia, dove le parole possano finalmente posarsi senza paura di rompere la superficie sottostante. L’identità non è un punto d’arrivo, ma un sentiero che si fa camminando. L’orientamento sessuale, allora, non è qualcosa da comprendere in modo analitico, ma da ascoltare come si ascolta una lingua nuova con attenzione, pazienza, e soprattutto rispetto.
Ogni persona che attraversa quel confine tra ciò che è atteso e ciò che è autentico sta compiendo un atto di straordinaria libertà.
valeria De Girolamo
tirocinante di psicologia presso lo Studio Burdi Università di Foggia
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Litigare è Sano
LITIGARE E’ SANO
Quando ci interfacciamo con gli altri, spesso ci dimentichiamo di come ognuno di noi veda il litigio in maniere differenti, a seconda dei propri vissuti personali e di quello che ci è stato insegnato crescendo. Molte volte siamo così abituati ad arrenderci durante un confronto perché non veniamo ascoltati che inevitabilmente iniziamo semplicemente a smettere di reagire.
Se dall’altra parte qualcuno vede la nostra necessità di esternare un pensiero, una preoccupazione qualsiasi come un “pretesto per litigare” allora dopo un po’, nella maggior parte dei casi, iniziamo a non cercarlo più quel confronto;
e non perché non ne sentiamo più il bisogno, né tantomeno perché siamo più sereni, ma semplicemente perché iniziamo ad autocolpevolizzarci; le parole degli altri iniziano a risuonare nella nostra mente e pian piano le facciamo nostre, iniziamo a sviluppare la convinzione di essere il problema principale nel rapporto con l’altro, che sia un rapporto d’amicizia o una relazione.
Imparare a capire il perché l’altro veda un semplice confronto come un attacco da cui proteggersi istintivamente entrando in modalità difensiva non è mai semplice. Richiede molto tempo e sicuramente anche molto sforzo nell’analizzare il rapporto, il nostro modo di agire con l’altro e come questo modo di agire venga ricambiato.
E’ fondamentale, però, arrivare alla consapevolezza che se l’altro è abituato a scappare davanti ad una discussione non è perché noi la rendiamo pesante o non siamo meritevoli di un confronto, ma perché semplicemente l’altro/a non ha mai realmente avuto qualcuno che gli/le insegnasse come si dialoga, come si discute e il perché sia tanto importante farlo.
Non litigare mai in un rapporto di qualsiasi tipo non solo ti priva della possibilità di conoscere davvero l’altra persona, nei suoi difetti e in ogni tratto della sua personalità; è anche molto disfunzionale e dannoso perché limita estremamente la comunicazione che è essenziale, è la linfa vitale di ogni relazione interpersonale.
Le discussioni ci permettono di scoprirci, di capire quali sono i punti deboli di ognuno di noi da proteggere, di cui prenderci cura.
E allora è nostro compito far capire a chi evita il confronto che così sta solo ed esclusivamente andando a ledere il bene che ci lega, che arriverà ad anestetizzarsi sempre più col tempo, fino a non riuscire più a comunicare realmente, fino a perdere ogni forma di dialogo.
Non crediamo mai a nessuno che ci dica che litigare porti alla distruzione dei rapporti, perché è tutto il contrario. Il litigio, se sempre disposto al mantenimento del rispetto umano dell’altro, è la chiave per la nostra serenità. Impariamo ad esporre sempre quello che ci preoccupa e ci causa una qualsiasi forma di disagio, perché chi realmente ci vuole bene e tutela quel bene sarà il primo a cercare il confronto.
Martina Cacucciolo
Tirocinante in psicologia presso lo studio Burdi Università di Foggia.


