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Studio di Psicologia e Psicoterapia (logo)


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Segui la tua " pelle " , progetta la tua vita, non vivere solo alla giornata, ma fai in modo che non sia la vita a vivere te. giorgio burdi

In questa sezione riportiamo una serie di storie sintomatologiche vere di persone che sono state trattate dal dr. burdi, e che qui di seguito, su gentile richiesta, pubblichiamo. I nomi degli autori sono fittizzi, per questo sono stati adoperati dei "nickname" ed Ŕ stato eliminato ogni indizio per evitare tutte le possibilitÓ di individuazione della persona interessata, nel rispetto della legge sulla privacy, secondo il decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 . Buona lettura .

 
 

L'ascolto

È legittimo parlare di un "campo" della psicoterapia? Un campo è una porzione delimitata di spazio che contiene certe cose e ne esclude altre. Definire il campo della psicoterapia equivale a definirne l'identità. Ma è possibile dire che cosa in generale sia psicoterapeutico e che cosa non lo sia? A prima vista sembrerebbe di no. Esistono centinaia di scuole, ciascuna con il proprio paradigma teorico e tecnico che genera un proprio campo d'azione. Più che di un campo si tratterebbe dunque di una molteplicità di campi, o di un arcipelago.A questo si arriva necessariamente se partiamo da modelli di sviluppo o di funzionamento mentale o di patogenesi: ogni modello genera il suo campo operativo. Ma è necessario partire da un modello della mente? Questo è certamente il logos dell'occidente, più portato a dire che ad ascoltare (Corradi Fiumara, 1985), un pensiero che crea categorie e le impone all'esperienza. Tuttavia è possibile una partenza diversa: non da un modello della mente, ma dall'osservazione di ciò che effettivamente accade nella seduta di psicoterapia. È stato spesso segnalato il fatto che le differenze tra terapeuti di scuole diverse sono molto più accentuate nella teoria che nella pratica. È stato anche osservato che l'esperienza tende a livellare le differenze di scuola: "i terapeuti più inesperti sono inclini ad adottare degli orientamenti teorici esclusivi", mentre "la diversità e la flessibilità vengono con l'esperienza" (Beitman et al.,1989). In altre parole, l'esperienza tende a rendere la pratica clinica sempre più autonoma dai paradigmi teorici. Questo significa che la relazione psicoterapeutica tende a svilupparsi secondo una propria logica interna, che si afferma e diviene tanto più evidente quanto più diminuisce il condizionamento esercitato da fattori paradigmatici (la scuola di appartenenza) e personali (l'inesperienza).A sua volta, la logica interna dell'operazione psicoterapeutica è determinata dai bisogni che in essa sono in gioco. Quanto più il terapeuta si pone in sintonia con questi e ad essi risponde, affrancandosi dalla dipendenza dai fattori che possono condizionare il suo ascolto, tanto più emerge la struttura essenziale del campo psicoterapeutico.Decide il terapeuta se entrare nel campo autentico della psicoterapia, sintonizzandosi con i bisogni che si esprimono nella relazione, o restare nell'orto chiuso delle preferenze personali e ideologiche. Ma qual è precisamente il senso di questa alternativa? Non può essere, come molti pensano, che essa sia fittizia, perché in ogni modo la percezione dei bisogni non può che essere filtrata attraverso le teorie che abbiamo in mente? Conviene allora partire dalla questione da cui dipende ogni altra: che cosa significa ascoltare?L'ascolto sintetico Una buona capacità di ascolto alterna e integra due momenti polari: nel primo l'ascolto è sintetico, vale a dire globale e non selettivo, nell'altro è analitico, cioè focalizzato e discriminativo.Il momento sintetico può essere definito dalla formula di Bion: opacità di memoria e di desiderio. Freud ne aveva già accennato diversi decenni prima: "La riuscita migliore si ha nei casi in cui si procede senza intenzione alcuna, lasciandosi sorprendere ad ogni svolta, affrontando ciò che accade via via con mente sgombra e senza preconcetti" (1912, p. 535). In poche parole è descritto l'atteggiamento basilare e fondativo della psicoterapia: l'attenzione "ugualmente fluttuante". Se questo manca, non si può parlare di ascolto autentico, perché tutto ciò che è detto viene codificato in schemi predefiniti. Apparentemente tutti accettano la raccomandazione di Freud, perché è difficile rifiutare l'invito ad ascoltare senza pregiudizi. Tuttavia all'adesione formale al principio si accompagna spesso una serie di distinguo. Si fa notare che la mente non può essere del tutto sgombra (Thöma e Kächele, 1987, p. 237 e seg.). Se non disponessimo di una serie di conoscenze, ipotesi o modelli, non riusciremmo a sentire altro che un brusio caotico. Solo queste preconcezioni ci permettono di costruire delle percezioni a partire dalla massa di impressioni sensoriali che riceviamo in ogni istante. Secondo la "teoria dello specchio" l'inconscio dell'analista, debitamente purificato da ogni traccia di controtransfert, può rispecchiare fedelmente l'inconscio del paziente. Ma la mente non è mai una tabula rasa, completamente priva di aspettative e preconcezioni. Aver pensato che possa esserlo, si ritiene, è stata una debolezza di Freud, una concessione allo Zeitgeist. La metafora reikiana del "terzo orecchio" viene trattata ironicamente come la "dottrina dell'immacolata percezione", e Bion è liquidato come "un mistico".Argomentazioni di questo tipo si basano in parte su un malinteso, consistente nel considerare l'ascolto sintetico come un approccio autonomo e autosufficiente, invece che come momento di un processo che include anche un momento analitico. È evidente che la mente non può essere sgomberata da preconcezioni e aspettative in modo completo e permanente, e del resto se anche lo fosse non sarebbe più possibile udire alcunché. Ma è ugualmente evidente che quelle preconcezioni e aspettative possono essere messe temporaneamente tra parentesi. È precisamente ciò che accade durante questa temporanea sospensione che genera grandi preoccupazioni e resistenze nei confronti dell'ascolto "senza memoria e senza desiderio".La soppressione degli schemi depositati nella memoria con i quali è abitualmente organizzata l'esperienza apre l'accesso a una quantità di dati in modo non selettivo. Quando poi, nel momento successivo dell'ascolto, è rimessa in funzione la memoria, può accadere di rilevare che alcuni di quei dati non sono inquadrabili negli schemi percettivi abituali. Il contrasto può essere risolto mediante una elaborazione del materiale che elimini l'incompatibilità con i paradigmi esistenti, oppure con una correzione di questi che li renda atti ad accogliere i nuovi dati (rispettivamente assimilazione e accomodamento, nei termini di Piaget). Ogni vero ricercatore è aperto ad entrambe le possibilità, mentre quando la seconda non è ammessa i dati sono manipolati per ottenere la conferma delle convinzioni acquisite.Una procedura conoscitiva corretta richiede che tutti i modelli, schemi o paradigmi acquisiti siano sistematicamente rimessi in gioco, modificati o abbandonati nel momento in cui si rivelino inadatti a organizzare utilmente i nuovi dati. Possiamo affermare che questa sia la posizione normalmente assunta dagli psicoterapeuti nel loro lavoro? Purtroppo no. È sostanzialmente vero il contrario: è praticato in tutte le scuole un tipo di ascolto finalizzato a produrre l'autoconvalida delle teorie su cui si fonda l'identità della scuola, mentre vengono scoraggiate le deviazioni dall'ortodossia dottrinale. Questo stato di fatto è riconducibile in primo luogo ad una sorta di "peccato originale" della psicoterapia, cioè al rapporto che Freud stabilì con i suoi allievi, di fatto trasformati in seguaci: "I suoi seguaci si davano a lui totalmente o non rimanevano nel movimento" (Cooper, 1984). La frase citata non è stata pronunciata da un "nemico" della psicoanalisi, ma da Arnold Cooper, nella sua veste di presidente della Società psicoanalitica americana. Cooper giustifica la scelta di Freud di "stabilire la psicoanalisi come un movimento di aderenti alle sue idee" piuttosto che permettere un libero confronto, perché questo consentì alla psicoanalisi di diventare rapidamente "una forza potente nella nostra cultura". Oggi le cose sono cambiate, dice Cooper: la psicoanalisi è maturata, il dibattito è molto vivo tra i gruppi psicoanalitici che sostengono idee molto diverse "senza che le questioni possano avere risposta, o essere respinte, per appello all'autorità".Sono realmente cambiate le cose? È vero che non c'è più un'autorità unica capace di sottomettere tutti al suo volere, ma lo stile è rimasto e si è trasferito ai singoli gruppi, al cui interno il processo "formativo" è ancora oggi lo strumento per trasformare dei ricercatori in seguaci. Afferma per esempio Kohut (1984, p. 160 e sg.) che l'analisi didattica è all'origine della "malattia della psicoanalisi" da cui sono affetti tutti i gruppi psicoanalitici di sua conoscenza. Si tratta di una addiction, cioè dipendenza morbosa, dal tipo particolare di salute e benessere che un analista acquisisce al termine della sua analisi didattica, e che è inestricabilmente connesso con la sua identità professionale. Questa a sua volta si basa su di un insieme di credenze teoriche che gli vengono trasmesse dal suo analista didatta, e che dovranno essere difese con ogni energia, perché da esse dipendono l'identità professionale, e quindi la salute e il benessere. Pertanto "egli le difenderà lealmente, mostrando ostilità e disprezzo verso coloro che non le condividono". Di qui l'esistenza dei gruppi psicoanalitici "che si fanno la guerra, si disprezzano e si temono". Tutto ciò deriverebbe, secondo Kohut, da un transfert narcisistico insufficientemente analizzato su un ideale personificato, come Freud o altri capiscuola, o su un particolare corpo dottrinario.La malattia è così diffusa, anche al di fuori dei gruppi di derivazione freudiana, che la sua derivazione dal "peccato originale" della psicoanalisi non basta a spiegarla. Forse bisogna pensare ad un peccato ancora più originale, quello che spinge tutti i gruppi ad affermarsi come "forze potenti nella nostra cultura" e a mascherare la volontà di dominio con le più varie motivazioni ideali. Non ci si può aspettare che gli psicoterapeuti siano immuni dalla malattia che affligge il resto dell'umanità, ma che ne siano un po' più consapevoli forse sì. Questa maggiore consapevolezza, d'altra parte, non è qualcosa che si possa concedere dietro presentazione della credenziale di un regolare processo formativo che includa un'analisi didattica, perché, come è stato osservato da tempo1, questo processo produce in effetti un abbassamento della consapevolezza in questione: il cui banco di prova sta invece nella capacità di ascolto, nel momento in cui è in gioco l'identità professionale del terapeuta.Se un terapeuta si definisce ad esempio freudiano o junghiano, e i dati che ha accolto nel momento dell'ascolto sintetico (globale e non selettivo) di un determinato paziente non si lasciano assimilare senza forzature in schemi di riferimento rispettivamente freudiani o jughiani, egli dovrà, se non vorrà espellere o contraffare quei dati, adottare o elaborare nuovi modelli (non più freudiani o junghiani) capaci di integrarli. Come si vede, ne va della sua identità: per questo è così difficile ascoltare. Un terapeuta che ha bisogno di difendere la propria appartenenza di scuola si troverà sempre in difficoltà se vorrà ascoltare veramente, cioè sospendendo la memoria e il desiderio. Il bisogno di salvare gli schemi mentali su cui si fonda l'identità oppone una resistenza formidabile all'ascolto autentico. L'attenzione liberamente fluttuante Nella formula freudiana "attenzione ugualmente fluttuante" l'avverbio è stato sostituito, nell'uso corrente, da "liberamente". Il motivo della sostituzione è da ricercarsi nel fatto che l'ideale implicito nella formulazione originaria, di dare un peso uguale a ogni elemento che entra nel campo percettivo, pone il terapeuta di fronte a difficoltà insormontabili. Un'operazione del genere, anche se fosse possibile, introdurrebbe una forzatura che vanificherebbe del tutto l'intenzione freudiana di un ascolto "da inconscio a inconscio". Se l'ascolto deve essere guidato dalle risonanze che l'inconscio del paziente suscita nell'inconscio del terapeuta, questi non può ascoltare ogni cosa in modo equanime, ma è tenuto a distribuire la propria attenzione in modo disuguale, in funzione dei legami associativi che il materiale attiva in lui.Stabilito che l'attenzione non può realmente fluttuare in modo "uguale", ma solo in modo "libero", i problemi non sono finiti. Infatti, se il flusso attentivo è liberato da scopi coscienti, sottratto al controllo volontario e abbandonato alla spontaneità preconscia e inconscia, il risultato può essere uno stato mentale simile a una fantasticheria in cui i dettagli del materiale fornito dal paziente finiscono per ricevere scarsa attenzione. E' evidente che la libertà può essere eccessiva e occorre introdurre un fattore correttivo. Osserva ad esempio Sandler (1992): "L'analista dovrebbe permettere alla sua mente di vagare in ogni luogo, consentendosi non solo di reagire al materiale del paziente, ma anche di tollerare ogni pensiero e sentimento che possano emergere. Tuttavia - e questo è vitale - nel processo di autoesplorazione l'analista ha bisogno dichiedersi di quando in quando - ma non di continuo - perché la sua mente è andata in questa o quella direzione, e di riflettere sulle possibili implicazioni contro transferali. L'analista non deve, a mio parere, cercare di impedirsi di pensare a qualsiasi cosa cui la sua mente si rivolga, ma deve anche chiedersi perché, in quel punto, ha avuto bisogno di distogliere la sua attenzione dal paziente. E ciò che è essenziale qui è che l'analista si muove tra due poli: permettere alla sua attenzione di fluttuare e rimetterla in linea." Secondo Sandler, e molti altri, l'eccesso di libertà dell'ascolto sintetico (liberamente fluttuante) dovrebbe essere corretto dall'applicazione dell'ascolto analitico (focalizzato e selettivo). Il terapeuta dovrebbe di quando in quando interrompere la fluttuazione spontanea dell'attenzione, mettere a fuoco un punto particolare e chiedersi perché in quel momento la sua mente è andata in una direzione piuttosto che in un'altra. Certamente: il passaggio al momento analitico non è solo opportuno, è anche necessario, se si vuole perseguire una finalità terapeutica che, comunque la si intenda, richiede sempre che sia messo a fuoco un problema o un obiettivo.Tuttavia, se l'unico fattore che impedisce all'ascolto sintetico di perdersi nella fantasticheria e nella confusione è il passaggio all'ascolto analitico, in cui rientrano in gioco le teorie e le aspettative che erano state messe temporaneamente tra parentesi, queste riacquistano il peso determinante che avevamo inteso togliergli. È un punto su cui conviene riflettere bene, perché se la teoria del terapeuta, assieme al complesso delle sue aspettative personali e ideologiche, esercita un influsso decisivo e insopprimibile sin dal momento dell'ascolto, è evidentemente escluso che si possa parlare di un "ascolto autentico", e la frammentazione del campo psicoterapeutico in tanti settori quante sono le teorie, e forse anche quanti sono i terapeuti, è inevitabile. D'altra parte, se la libertà dell'ascolto sintetico, "liberamente" fluttuante, non è meglio fondata, ed è connotata solo come "spontaneità", non frenata da alcun controllo volontario e cosciente, è ovvio che deve intervenire, "di quando in quando", una messa a fuoco selettiva guidata dalla teoria.In altre parole: si può parlare di "libertà" dell'attenzione in senso forte, e non puramente spontaneistico? La questione è stata affrontata già in tempi molto remoti, e in culture molto lontane dalla nostra. La pratica di sospendere gli schemi abituali del pensiero cosciente per lasciare emergere i pensieri e i sentimenti subconsci, al fine di giungere a una comprensione non intellettuale, cioè all'insight, è nota da molto tempo ed è coltivata in alcune scuole tradizionali. Ecco come è descritta ad esempio la pratica dello Zazen: "Appena il pensiero cosciente si interrompe, il subcosciente, non essendo più arginato dalle barriere della coscienza, scorre liberamente; d'altronde, l'osservazione del subcosciente che passa davanti all'occhio della coscienza conduce alla vera comprensione, cioè a quella non intellettuale, di questo subcosciente" (Deshimaru, 1978, p.12). La difficoltà principale di questo processo è stata messa bene a fuoco nella tradizione buddista. È stato osservato che non è sufficiente lasciar "scorrere liberamente" il subcosciente (o lasciar "fluttuare liberamente" l'attenzione), perché è facile farsi catturare dal flusso associativo, o viceversa obbligarlo a entrare negli schemi abituali di interpretazione dell'esperienza, cioè nella teoria che il soggetto ha in mente. Ad esempio un analista freudiano, uno kleiniano e uno junghiano lasciano tutti fluttuare "liberamente" la propria attenzione, ma finiscono regolarmente per produrre delle interpretazioni che confermano la teoria che avevano in mente sin dall'inizio.Per questo gli autori buddisti raccomandano di oscillare tra un atteggiamento di attenzione fluttuante (mindfulness) e uno di concentrazione su un punto particolare, che può essere il respiro, l'asse corporeo, un suono, un'immagine o altre cose ancora, ma mai una teoria. La necessità di avere un punto al quale ancorare l'attenzione, per evitare che si perda nel flusso associativo, ha un riscontro nel mito di Ulisse che si fa legare all'albero della nave per ascoltare il canto delle sirene senza esserne sedotto e trascinato negli abissi. Chiunque abbia lavorato con l'inconscio sa che quel pericolo esiste. In mancanza di un punto neutrale, cioè non teoretico, di ancoraggio, per scongiurare quel pericolo è inevitabile ricorrere alle reti del "processo secondario". Ma se l'unico modo che abbiamo per non essere risucchiati dal flusso associativo è interpretarlo, queste interpretazioni sono, prima di ogni altra cosa, delle razionalizzazioni, cioè manovre difensive che hanno lo scopo di proteggere la nostra identità dall'angoscia dell'ignoto.La necessità di trovare o costruire dentro di sé un punto di ancoraggio non teoretico, come presupposto per una capacità compiuta di ascolto, è stata percepita del resto anche in campo psicoanalitico: "Solo se il centro di gravità del sé dell'analista è sufficientemente basso da permettere una respirazione costo-diaframmatica, e solo se questo sé mentale e fisico ha raggiunto una coesione sufficiente e la capacità di contenere gli affetti, l'analista si sentirà abbastanza ben equipaggiato da consentire l'accesso in sé stesso, e quindi nella seduta, alle emozioni violente che il paziente tenderà altrimenti a scaricare contro di lui oppure a scindere per farne esperienza altrove" (Speziale-Bagliacca, 1991). Questo autore utilizza felicemente la metafora del centro di gravità, punto privilegiato cui attribuiamo una sorta di capacità di attrazione: come se l'attenzione potesse permettersi di vagare a piacimento, nella sicurezza di ritornare sempre nel luogo dove può fermarsi e riposare. L'espressione "centro di gravità" indica pertanto il punto intorno al quale l'attenzione può gravitare per non smarrirsi nel flusso associativo.Chiamiamo o il centro o "punto zero" dell'attenzione, e a, b, c, d le rappresentazioni mentali su cui essa, liberamente fluttuando, si posa. La sequenza a -> b -> c -> d corrisponde a un flusso attentivo disordinato,mentre la sequenza a -> o -> b -> o -> c -> o -> d corrisponde a uno sviluppo in cui non viene mai perduto il contatto con il centro. Solo la seconda sequenza riflette una fluttuazione realmente libera, perché l'attenzione, oscillando continuamente tra gli oggetti di osservazione e il suo punto di origine, o in altre parole tra soggetto e oggetto, non si perde mai, mentre nel secondo caso la fluttuazione non è veramente libera, perché l'attenzione è catturata e condizionata dagli oggetti su cui si posa2.L'addestramento dell'attenzione a posarsi su uno o più punti teoreticamente neutri per non perdersi nel flusso associativo, o al contrario per non arrestarlo indebitamente con l'applicazione anticipata e difensiva di griglie teoretiche, è stato particolarmente curato in alcune scuole dell'antichità, e meriterebbe di trovare un posto di rilievo nella formazione degli psicoterapeuti odierni. Questa disciplina dell'attenzione si inserisce in un processo più ampio, che sarà esaminato più avanti. L'ascolto analitico Oltre alla modalità sintetica di ascolto globale e non selettivo, l'esperienza richiede anche un ascolto di tipo opposto. Il modo analitico, che non accoglie indiscriminatamente ma opera distinzioni, è stato definito in questo modo: "Non si fanno esperienze senza porre delle domande. Il pervenire a riconoscere che le cose stanno in modo diverso da come si credeva inizialmente presuppone ovviamente che si sia passati attraverso la fase della domanda, che ci si sia chiesti se le cose stiano in questo modo o quel modo. L'apertura che è implicita nell'essenza dell'esperienza è appunto, vista logicamente, questa apertura del 'così o altrimenti" (Gadamer, 1965, p. 418). Il modo analitico è selettivo e focalizzato, interroga attivamente il materiale o le parole dell'interlocutore, che sottopone al vaglio delle teorie e delle ipotesi. Non solo il discorso dell'altro, ma il vissuto nel senso più ampio deve essere interrogato ripetutamente per poter essere compreso. Il terapeuta non può evitare di porsi continuamente delle domande nel tentativo di dare significato all'esperienza che ha di sé e dell'altro nella relazione, come ad esempio: l'affetto che il paziente manifesta in questo momento è riferibile primariamente a questa o ad altre relazioni? La noia che sto provando è una risposta a qualcosa che il paziente sta facendo o è indizio di una mia difficoltà personale?Lo sviluppo della terapia è determinato in modo decisivo dalle domande che si fanno e dalle risposte che si ottengono. Ogni terapeuta porrà interrogativi diversi a seconda dell'esperienza, degli interessi personali e della formazione ricevuta. L'impegno ad ascoltare non obbliga chi lo assume a cancellarsi come individuo con una personalità e una cultura specifiche, certamente non prive, tra l'altro, di pregiudizi e fissazioni. Al contrario, la relazione psicoterapeutica è resa possibile dalla dialettica tra le due dimensioni dell'ascolto. La prima apre lo spazio che consente all'altro di esprimersi, la seconda crea le premesse per un confronto. Una è fondativa dell'operazione psicoterapeutica, l'altra costruisce su quelle fondamenta.All'interno del flusso di informazioni, accolte in modo per quanto è possibile globale e indiscriminato nel momento dell'ascolto sintetico, viene selezionato, nel momento successivo, un numero limitato di elementi intorno ai quali viene focalizzata l'attenzione. Ciò significa che la psicoterapia è necessariamente focale in ogni sua fase. Come fanno notare Thöma e Kächele (1987), poiché la capacità umana di assorbire ed elaborare l'informazione non è illimitata, è inevitabile che la percezione sia selettiva e l'attenzione focalizzata. Questo tuttavia non è in contrasto con l'esercizio dell'ascolto sintetico, o attenzione ugualmente sospesa: "L'attenzione ugualmente sospesa e la focalizzazione svolgono funzioni complementari: la condizione funzionale che permette di ottenere la massima quantità di informazione (l'attenzione ugualmente sospesa) e l'organizzazione di questa informazione secondo i punti di vista più significativi (la focalizzazione) si alternano in primo piano nella mente dell'analista". "Consideriamo il fuoco formato interattivamente come l'asse del processo analitico, e quindi concettualizziamo la terapia psicoanalitica come una terapia focale continua, senza limiti di tempo, a fuoco variabile" (Thöma e Kächele, 1987, p. 346-347). Gli stessi autori che avevano escluso la possibilità di un ascolto "senza memoria e senza desiderio" descrivono ora invece in modo molto felice l'articolazione dei due tipi di ascolto o attenzione: a conferma dell'ipotesi precedente, che questo tipo di incomprensione nasce spesso dal malinteso di considerare una modalità dell'ascolto separatamente dall'altra.Di regola in ogni terapia si alternano diversi fuochi tematici, e le diverse fasi del lavoro si caratterizzano per la prevalenza dell'uno o dell'altro. Anche all'interno della singola seduta la comunicazione tende a organizzarsi intorno a uno o a pochi centri di interesse. Nella scuola di Ulm la formazione dei fuochi è giustamente colta nel suo carattere interattivo, cioè inquanto è determinata dalla personalità e dalle convinzioni dei due partner della coppia terapeutica, oltre che dalla qualità imponderabile del loro incontro.Ogni singola percezione è un'interpretazione, perché per costruirla dobbiamo selezionare e organizzare i dati disponibili, e per farlo utilizziamo e facciamo valere i nostri punti di vista, schemi, valori e interessi personali. Questo vale sia per il terapeuta, sia per il paziente, ed è inevitabile. Ne deriva che l'ascolto di entrambi ha un carattere insuperabilmente soggettivo, ed è priva di fondamento la pretesa che le percezioni, costruzioni o interpretazioni dell'uno o dell'altro possano mai essere oggettive. Chi lo sa e se ne ricorda, non cade nell'illusione di prendere per vere le proprie percezioni, resta ben consapevole della loro natura soggettiva, e quindi si pone in atteggiamento di confronto e di dialogo con chi gli sta di fronte. In altre parole, passa dal piano puramente soggettivo al piano intersoggettivo.Una categoria importante di resistenze alla terapia è di tipo iatrogeno: si tratta di resistenze che si producono quando il terapeuta dimentica o non è consapevole della natura soggettiva delle costruzioni, dei valori e dell'esperienza che propone. Il Dizionario di psicoanalisi di Laplanche e Pontalis (1967) alla voce "psicoanalisi selvaggia", riporta quanto segue: "È presuntuoso considerare l'analisi selvaggia come il fatto di psicoterapeuti non qualificati e sarebbe un modo comodo di ritenersi esenti da tale pericolo. Ciò che Freud denuncia infatti nell'analisi selvaggia non è tanto l'ignoranza quanto un certo atteggiamento dell'analista che veda nella sua 'scienza' la giustificazione del suo potere". Ancora una volta la volontà di potenza si camuffa e si dà una copertura "scientifica": ciò che dico è vero, o è più vero di ciò che dicono gli altri, perché ho alle spalle un istituto scientifico o perché sono un interprete autorizzato dell'inconscio. Il vero atteggiamento scientifico è un'altra cosa. Significa non dare mai nulla per scontato, sapere che non sappiamo mai nulla di certo, che anche le leggi che sembrano più stabilite sono solo ipotesi che hanno ricevuto un buon grado di conferma, ma che potrebbero essere abbandonate domani. Il vero scienziato è sempre pronto a rimettere in discussione le sue ipotesi in un confronto pragmatico ed euristico.L'ascolto è un processo bifasico, che oscilla tra un momento sintetico, in cui l'attenzione è globale e non selettiva, e uno analitico, in cui l'attenzione è discriminativa e focalizzata. Per una comprensione più precisa del processo, dobbiamo considerare anche un'oscillazione più sottile, interna a ciascuno dei due momenti. Come spesso si osserva in una coppia di opposti, ognuno dei due poli contiene in sé embrionalmente l'altro: come nell'esempio classico della coppia sessuale, in cui il maschio ha in sé un nucleo femminile e viceversa. Non esiste un maschio "puro", o esiste solo come patologia che affligge un individuo di sesso maschile incapace di ospitare in sé il proprio opposto. Così possiamo dire che non esiste un ascolto sintetico puro, perché è sempre riconoscibile un elemento analitico implicito o latente, e viceversa.Abbiamo osservato, a proposito dell'ascolto sintetico, che l'attenzione, per essere veramente libera, deve poter disporre di una sorta di "centro di gravità" teoreticamente neutro, cui ancorarsi e continuamente ritornare per non perdersi nel flusso delle impressioni e delle associazioni. Questo significa che un elemento di focalizzazione è presente anche nell'ascolto sintetico. Reciprocamente, anche l'ascolto analitico può essere realizzato solo con la collaborazione dell'atteggiamento opposto. Infatti la focalizzazione non consiste evidentemente in una concentrazione esclusiva e rigida sul tema prescelto, bensì in una esplorazione di materiali psichici tutti in qualche modo connessi a un punto centrale. Perché questa esplorazione possa aver luogo, l'attenzione non può essere rigidamente focalizzata, ma neppure liberamente fluttuante: deve invece poter fluttuare intorno al punto focale che è stato selezionato. Si tratta quindi di una fluttuazione dell'attenzione che non è libera, ma vincolata dal tema prescelto.Se chiamiamo f il tema focale prescelto, il processo dell'attenzione si potrà rappresentare così: a -> f -> b -> f -> c -> f -> d 3 Se confrontiamo questa sequenza con quella che caratterizza l'andamento dell'attenzione nel momento sintetico (a -> o -> b -> o -> c -> o -> d), osserviamo che in nessuno dei due casi l'attenzione è completamente libera né rigidamente fissa, mentre in entrambi è orientata intorno a un punto. La differenza, nei due momenti, è che in un caso questo punto è teoreticamente neutro e il suo contenuto è indifferente (ad esempio la respirazione), mentre nell'altro l'attenzione oscilla intorno a un punto che è stato prescelto proprio perché il suo contenuto è stato giudicato significativo.La sequenza che si ottiene nel momento sintetico, essendo ancorata a...