Giuseppe (un viaggio dentro)
Mi sentivo pieno.……. ma di rabbia, perché non capivo il motivo di tanto “star male”. E poi mi sentivo vuoto, di tutto, come un sacco poggiato su un divano o su una sedia, in attesa solo di essere spostato. E mi sentivo, infine, come un bambino impaurito da ogni cosa, persino ordinaria, che, in lacrime, cercava vanamente di non pensare perché ogni pensiero si tramutava in ombra, sospetto, timore, facendo diventare la notte soltanto un infinito, penoso, prolungamento del giorno. I miei adorati bambini diventavano, allora, all’improvviso, delle persone che cercavo di tenere lontano da me, per proteggerle: lontani dal mio pianto, dalla mia tristezza, finanche dalla mia rabbia. Mia moglie, che amo all’infinito, la fede e le calde parole di alcune persone a cui avevo confidato il mio sentire (in primis, il mio fratello maggiore) si tramutavano, in un primo momento, nelle mie uniche ancore di salvezza; mi accorgevo ben presto, però, che l’amore e la fede non mi bastavano più, non riuscivano a coprire l’enorme senso di vuoto del mio animo. Mi rendevo conto del fatto, soprattutto, che stavo investendo quella cara persona, mia moglie, di troppe responsabilità, chiedendole, in pratica, di risolvere per me dei problemi ai quali, invece, lei poteva dare solo risposte d’amore, belle ed importanti, certo, ma vane.
Per strada mi sembrava perennemente, seppure in cammino, di stare, invece, appollaiato su una panchina di un viale affollato ad osservare le “scorrevoli” vite degli altri; la mia vita, viceversa, ormai fuori da me, si infilava in vie laterali, in vicoli bui, in strade senza uscite. Desideravo, sì, riacciuffare la mia vita, desideravo rientrare sul viale e passeggiare (vivere, direi) con gli altri, ma non ce la facevo, debole e traballante come mi sentivo.
Mi veniva spesso in mente (sì, pensi, pensi, pensi sempre, pensi perfino sul fatto che stai pensando troppo………. e, intanto, con tutto questo “pensarti addosso” ti viene solo una grandissima emicrania che peggiora la situazione) che il passato non era stato, per fortuna, uguale a quel presente: ero una persona diversa, più reattiva ed energica, forse fatalista ma di sicuro più vogliosa di agire. Sì, è vero, forse non ero mai stato una persona “libera”, istintiva, alcuni lunghi periodi di tristezza ed eccessiva chiusura mi erano sicuramente appartenuti, i miei rapporti con gli altri, in particolar modo con le donne (a cui spesso, paradossalmente, piaceva il mio essere “diverso” nei comportamenti ed io non riuscivo quasi mai ad approfittarne con i giusti tempi), non erano mai stati semplicissimi ed i miei genitori, con i loro continui litigi, avevano certamente condizionato la mia adolescenza: al consuntivo, però, la mia vita aveva comunque seguito un corso normale (normale, mah, normale: ma potrà poi un qualsiasi uomo definire la propria vita normale?), avevo conseguito buona parte degli obiettivi che mi ero posto sin da ragazzino (amicizie profonde e una bella famiglia, in primis) e, fino a poco tempo prima, su alcune cose mi ritenevo perfino un fortunato!
Perché, allora, in quel maledetto autunno del 2007, tutto era diventato, sorprendendomi e spaventandomi, buio? Cos’era accaduto? Ci pensavo e ripensavo e più volte mi rispondevo che, in effetti, l’unica cosa che negli ultimi tempi era cambiata era costituita dal lavoro: da alcuni mesi, infatti, erano sorte (o meglio, si erano “incancrenite”) alcune problematiche che affrontavo personalmente ed, inoltre, il mio rapporto con il personale dirigente (a dire il vero già difficoltoso da tempo sia a causa di una mia parziale incapacità di proficua contrapposizione sia a causa della costituzione, dalla parte avversa, di un poco intelligente muro di separazione nei confronti del personale subordinato che aveva indebolito ulteriormente un dialogo già precario) era rilevantemente peggiorato: ma poteva questa situazione (sebbene la mia mente, effettivamente, “ci tornasse su” in maniera martellante), mi chiedevo io, avermi procurato un male così grande?
Si era ormai a marzo 2008 quando, disperato e troppo spossato dall’ansia, dal vuoto, dalle notti insonni, decidevo, con l’aiuto di mia moglie che fa delle ricerche su Internet e si imbatte nel sito del Dr. Burdi, di telefonargli (dopo aver preso il telefono in mano e averlo poi riposto almeno quattro o cinque volte).
Posso ben affermare, ora, che, da quel momento, lentamente, c’è stato un progressivo “ritorno” alla vita: sì, la mia vita, quella che avevo smarrito, quell’esile filo tra i tanti dell’universo di cui io avevo maldestramente perso il capo. Mi recai al primo appuntamento, ricordo, ancora con tante perplessità (potrà un estraneo, pensavo con dubbia umiltà, ridarmi la perduta serenità…….) e mi ritrovai davanti un professionista, certo, ma anche una persona che, non ascoltandomi “compassionevolmente”, riuscì, da subito, ad aiutarmi e a cercare di dare un senso al mio sentire: parte, quindi, immediatamente, quel viaggio “dentro” che mi ha condotto fino alla scrittura di queste righe. Dopo avermi a lungo ascoltato e dopo aver convenuto con me che la mia situazione lavorativa poteva benissimo essere stata lo sbocco, con modalità violente ed improvvise, di un iter già in corso, mi fece rilevare, dopo un paio di sedute e la compilazione di alcuni test che mi erano stati proposti, che il mio grado di ansia e depressione del momento era eccessivamente alto: mi propose, quindi, l’utilizzo, per un periodo che mi sarebbe stato eventualmente indicato da uno psichiatra, di un supporto farmacologico (prenderò farmaci, dal momento in cui lo psichiatra scelto me ne prescrisse la tipologia, per circa sei mesi) e, soprattutto, un lavoro terapeutico di gruppo. Mentre l’idea di rivolgermi ad un altro specialista per l’aiuto farmacologico fu subito accettata, per la terapia di gruppo fui parecchio dubbioso e presi una settimana di tempo: la partecipazione alla terapia, innanzitutto, avrebbe influito sul mio orario lavorativo (e non volevo sommare problemi a problemi!) e poi non mi andava molto l’idea (perché pensavo forse di non averne il coraggio….!?) di “spiattellare“ la mia intimità ad estranei. Che errore avrei commesso! Fortunatamente ebbi la buona idea di seguire il consiglio del Dr. Burdi e, superando gli ostacoli lavorativi (questo già fu un grande passo!), iniziai il percorso che mi ha portato quasi fuori dal tunnel.
Buona parte del merito è stata certamente dello psicologo che mi ha “orientato” con le parole e con l’esempio, migliorando sensibilmente la mia interazione con gli altri e la mia capacità di autostima, facendomi “aprire” a discorsi che difficilmente prima avrei affrontato davanti ad un numero cospicuo di persone, attirando la nostra attenzione sul corpo come strumento da “coccolare” per recare giovamento anche alla mente, sottolineando l’importanza di essere presenti a sé stessi, di avere, cioè, in ogni momento, coscienza di sé, del proprio “io”, trascinando il gruppo in esperienze, come lo psicodramma (non dimenticherò mai quello tra me ed M. sul rapporto dirigente – subordinato) ed il primo livello di ipnosi, che resteranno di sicuro nel “bagaglio” personale per tanto tempo. Una discreta parte del merito è ovviamente anche mia: mi sono calato nella terapia con tantissima serietà e con una notevolissima volontà di superare i miei problemi, accettando umilmente tutti (o quasi) i consigli che mi sono stati dati (e cercando di applicarli), ascoltando sempre come meglio potevo, sia per aiutare gli altri sia, egoisticamente, per trarre dalle esperienze, dalle debolezze, dalle capacità degli altri, quanto più poteva servirmi per migliorare. Il merito maggiore, però, non mi stancherò mai di pensarlo e di dirlo, è proprio del gruppo, del “cerchio”, di questa splendida equipe di uomini e donne che posso definire, con tutto il mio cuore, amici (per essere amici basta l’attimo, il momento, la scintilla, la condivisione profonda; l’eternità, ammesso pure che possa essere definita, è nel cuore e nella mente, raramente sulla terra). Ho incontrato persone straordinarie che, dietro i loro problemi (grandi, piccoli o presunti tali, non importa: il problema, abbiamo compreso nel viaggio, non è solo nella grandezza del medesimo ma nel modo in cui lo si affronta), nascondevano un animo sensibile e sovente nobile e ognuna di esse, a proprio modo, con le proprie specificità, ha saputo proficuamente partecipare al dolore, ai problemi, alle tristezze degli altri; lo ha fatto sempre con lo spirito positivo (terapeutico, direi) di aiutare a far superare quei dolori, quei problemi, a far trovare una possibile soluzione, una probabile via d’uscita. Nessuno si è posto mai come giudice, nemmeno quando il silenzio è stato preferito alle parole, ma sempre come compartecipe. E quando poi c’è stato da gioire per qualcuno che aveva intanto ottenuto qualche risultato, lo si è fatto sempre con vivo compiacimento, non lesinando sui gesti e sulle parole d’affetto e su quel divino movimento della bocca chiamato sorriso.
Devo molto, insomma, al mio gruppo, al mio “cerchio”: dopo aver affrontato per 9 mesi dapprima il problema del rapporto con i superiori e con le responsabilità lavorative (primo step – risultato: un miglioramento notevole), poi lo scoglio del raggiungimento di una maggiore istintività nel rapporto con gli altri (secondo step – risultato: una maggiore libertà e, conseguentemente, minori condizionamenti) ed, infine, lo stop all’utilizzo dei medicinali (terzo step – risultato: ho smesso di prenderli dopo sei mesi e non ho avuto ricadute), posso affermare, quasi con rinnovata commozione, che all’interno di quel luogo geometrico rimarrà per sempre una parte del mio cuore. Un grazie grande quanto il cerchio!
Un’ultima puntualizzazione: ci si può chiedere perché ho detto che sono quasi fuori dal tunnel. Innanzitutto perché quel “quasi” mi pone sul “chi va là”: nelle viscere di quel tunnel io non voglio rientrare e, di conseguenza, il ricordare di non esserne completamente fuori mi fa porre maggiore attenzione ai segnali “strani”. In secondo luogo, perché quel “quasi” è anche un po’ reale: sto molto meglio, infinitamente meglio rispetto a qualche tempo fa, ma non sono ancora quello di prima; pur avendo la consapevolezza di essere, per alcuni versi, addirittura migliore rispetto alla persona che ero ante-crisi, sento che la ferita non si è rimarginata ancora del tutto e ogni tanto, quindi, piccole ricadute mi lasciano ancor sull’uscio del tunnel. C’è una cosa, però, che, rispetto a prima, ora c’è e mi rende più forte: il ricordo incancellabile di nove fantastici mesi di terapia di gruppo che mi permettono di lavorare positivamente su di me, anche lontano dal Dr. Burdi, ogni qualvolta la mia mente e la mia anima ne abbiano bisogno.