Attenzione

se stai leggendo questo testo significa che il tuo browser non supporta i fogli di stile (CSS). Se stai usando uno screen reader, prosegui con la navigazione, altrimenti segui le istruzioni su come aggiornare il tuo browser.
 
Studio di Psicologia e Psicoterapia (logo)


Contenuti centrali


Lo Psicoterapeuta


La legge italiana prevede che lo psicoterapeuta sia in possesso di una laurea in Psicologia o in Medicina e Chirurgia e abbia frequentato un corso di specializzazione almeno quadriennale, il cui statuto preveda un'adeguata formazione e addestramento in psicoterapia, in una scuola di specializzazione universitaria o presso istituti riconosciuti in base a una specifica normativa di legge.
Lo psicoterapeuta, a differenza dello psicologo clinico, che auspicabilmente dovrebbe essere esclusivamente psicologo, può essere sia psicologo, che medico.
Se psicologo, lo psicoterapeuta ha, dopo essersi laureato e abilitato, conseguito la specializzazione e la qualificazione in psicologia clinica e psicoterapia, il che significa che oltre agli approfondimenti specialistici propri della specializzazione clinica, egli ha seguito per anni una formazione qualificante specialisticamente psicoterapeutica, in uno dei vari indirizzi della psicoterapia.
In particolare, inoltre, per divenire psicoterapeuta, egli si è sottoposto per anni ad un'analisi personale, sia per sperimentare in prima persona su di sè l'applicazione della psicoterapia e sia per individuare e risolvere le proprie discrasie psicologiche, prima che gli venga consentito di cominciare a seguire dei pazienti. Da alcuni anni in Italia questo percorso è stato regolamentato per legge, per cui attualmente la specializzazione e la qualificazione in psicoterapia, dopo la laurea, possono e devono essere conseguite, sia presso le scuole di specializzazione universitarie e sia presso le scuole private che abbiano ottenuto il riconoscimento dallo Stato. In ogni caso, durante la fase finale di formazione, il futuro psicoterapeuta normalmente comincia a seguire i primi pazienti sotto la supervisione dei didatti e normalmente è prassi diffusa e in alcuni casi obbligo, che il terapeuta già qualificato, si sottoponga a supervisione clinica e personale, periodicamente, per tutta la sua vita professionale. Inoltre egli deve costantemente mantenersi aggiornato nel vasto campo delle neuroscienze, quasi sempre essendo membro di istituzioni scientifiche a carattere internazionale.
Se medico, lo psicoterapeuta segue dopo la laurea e l'abilitazione, esattamente lo stesso percorso già descritto per lo psicologo. Nel suo caso, però, gli è possibile, oltre che conseguire la specializzazione in psicologia clinica, scegliere di conseguire in alternativa la specializzazione in psichiatria o altro. Per cui lo psicoterapeuta psicologo è esclusivamente psicologo-clinico-psicoterapeuta, mentre lo psicoterapeuta medico è medico-altra specializzazione varia-psicoterapeuta. Ovviamente per il medico è fortemente consigliato, se vuole validamente qualificarsi in psicoterapia, seguire dopo la laurea esclusivamente psicologia clinica o psichiatria, specialmente perchè a differenza dello psicologo egli proviene da un corso di studi universitari, che per la loro organizzazione, lo hanno praticamente lasciato del tutto ignaro anche dei minimi fondamenti, non solo della psicologia, ma anche della psicofisiologia, cioè lo studio del cervello psichico. Infatti quasi sempre il medico mantiene la visione del cervello e del sistema nervoso centrale, soltanto dall'ottica neurologica e ciò lo rende spesso poco preparato e inadeguato nella diagnosi e nel trattamento delle malattie psicosomatiche.
Una volta formatosi, lo psicoterapeuta, da qualsiasi delle due facoltà universitarie provenga, è uno specialista qualificato alla diagnosi e cura dei disturbi psichici e delle malattie mentali. Poichè nella maggior parte dei casi il trattamento dei disturbi psichici e delle malattie mentali, richiede la somministrazione binaria sia della psicoterapia che della psicofarmacoterapia, ovviamente lo psicoterapeuta psicologo deve affiancarsi ad una o più figure mediche. Ciò non significa, comunque, che lo psicoterapeuta psicologo non sia competente sul versante biologico dei disturbi e delle malattie che tratta, ma significa che, non essendo medico, non può stabilire in proprio nè diagnosi, nè terapie, quando implicano anche valutazioni di medicina generale o specialistica. Per questo deve avvalersi della collaborazione di medici. Lo psicologo psicoterapeuta comunque è in grado di eseguire autonomamente le anamnesi, cioè le indagini cliniche che possano condurlo competentemente al "sospetto diagnostico", cioè a sospettare le variabili per la diagnosi differenziale, in modo da potere interagire competentemente con il medico del quale si avvale della collaborazione. Questa competenza dello psicoterapeuta psicologo, è indispensabile affinchè possa essere evitato il rischio di intrattenere in monoterapia psicoterapica un paziente che potrebbe invece giovarsi tempestivamente del supporto degli psicofarmaci, o di altre terapie mediche. Oppure per evitare che disturbi psicologici con eziologia primariamente organica, vengano trattati eludendo la malattia somatica che li produce. Inoltre questa competenza da parte dello psicologo psicoterapeuta è indispensabile, affinchè la somministrazione degli psicofarmaci, spesso necessaria durante la psicoterapia, non avvenga da parte del medico in funzione isolata rispetto alla contemporanea psicoterapia. Anzi, lo psicologo psicoterapeuta deve essere in grado di valutare autonomamente, circa gli psicofarmaci, ipotesi sulla categoria farmacologica, la posologia, la combinazione e la durata del trattamento e inoltre circa le varianze osservabili relativamente all'interazione fra i farmaci e gli accadimenti in psicoterapia. Queste sue ipotesi autonome, che deve essere in grado di produrre con competenza indipendente, saranno condivise con il medico affinchè questi, a sua volta, possa fare le altre valutazioni mediche necessarie e di sua competenza, per passare alla fase pratica della prescrizione che, in ambito psichico, non deve mai essere un atto isolato del medico.
Lo psicoterapeuta medico, in linea puramente teorica potrebbe anche agire in modo soggettivamente isolato nei vari passaggi descritti nel paragrafo precedente, poichè potrebbe coagulare in sè sia la figura psicoterapeutica, che medica. Ciò, pur essendo teoricamente possibile, è, da un punto di vista clinico, fortemente sconsigliabile, se non addirittura errato e controproducente. Infatti l'efficacia del trattamento psicoterapeutico, si fonda su una moltitudine di fattori, uno dei quali è il fatto che lo psicoterapeuta deve rimanere rigorosamente una figura di riferimento con cui condividere ed elaborare i contenuti e i processi mentali e, qualunque sia il metodo e la tecnica dello psicoterapeuta, è fondamentale che le questioni circa le situazioni, l'ambiente, gli eventi quotidiani del paziente, restino in secondo piano rispetto ai contenuti e ai processi mentali, nel senso che esse devono essere trattate soltanto come elemento di riferimento per giungere subito ai contenuti e ai processi mentali coinvolti con quelle situazioni o eventi. Altrimenti la psicoterapia si deforma e si trasforma rapidamente in una qualsiasi forma di consulenza, o peggio, di chiaccherata sulle varie situazioni, per esordire in consigli, pareri, conforto e così via.
Se accade questo, non c'è più psicoterapia.
E' dunque evidente che se lo psicoterapeuta medico fa anche il medico con il paziente che segue in psicoterapia, inevitabilmente si trasferisce dalla mente al corpo, agli oggetti reali del quotidiano, deve praticamente intervenire nel mondo reale del paziente e offre a questi un pretesto formidabile per contaminare continuamente le sedute di psicoterapia, con questioni organiche, farmacologiche, familiari e situazionali, organizzative, implicando spesso altri familiari nelle visite e nelle cure e così via. In pratica lo psicoterapeuta medico deve scegliere con ogni paziente se essere il suo psicoterapeuta, o il suo medico, evitando con molta attenzione di essere ambedue insieme. Queste considerazioni implicano la conclusione circa il fatto che è indifferente che lo psicoterapeuta sia psicologo o medico: egli deve essere comunque un bravo psicoterapeuta, con serie competenze psicologiche e psicobiologiche, nel momento diagnostico e psicofarmacoterapeutico. Per tutto il resto deve intervenire un altro medico con il quale lo psicoterapeuta deve interagire nei modi già descritti.
Nonostante l'attuale situazione formativa, universitaria e post universitaria, in Italia vi sono sicuramente molti psicoterapeuti affidabili, più di quanti ne formerebbe l'organizzazione universitaria attuale. La buona qualità degli psicoterapeuti italiani è stata data, finora, dalla buona volontà e intraprendenza dei singoli, i quali hanno perfezionato la loro preparazione, oltre l'iter previsto, a proprie spese e spesso servendosi di istituzioni private e residenti all'estero. Ciononostante è urgente una drastica riforma universitaria e post-universitaria, poichè resta alto il rischio di avere psicologi psicoterapeuti scarsamente preparati sul versante psicobiologico e medici psicoterapeuti scarsamente preparati sul versante psicologico.
Lo psicoterapeuta e lo psichiatra, sono due figure da distinguere nettamente.
Lo psichiatra non è uno psicoterapeuta.

 

La Psicoterapia

Significato

E' il Trattamento del disagio psicologico per mezzo di tecniche che riguardano prevalentemente la comunicazione verbale ed emotiva e altri comportamenti simbolici. È difficile delimitare con sufficiente precisione il concetto di psicoterapia, a causa della molteplicità delle tecniche raccolte sotto questa etichetta comune, molte delle quali tuttora in via di sviluppo e di verifica. In termini generali, si può definire la psicoterapia come una sistematica interazione verbale o simbolica di un terapeuta con uno o più pazienti, guidata da un certo numero di concetti relativi a una teoria della personalità e volta a produrre un cambiamento positivo nel paziente. Il richiamo a una teoria della personalità e alla sistematicità dell'intervento terapeutico consente di escludere dalla definizione i trattamenti fatti per istinto, intuito, arte, fede o per una qualsivoglia motivazione umanitaria. Benché non si possa negare che anche questi ultimi producano talvolta – o persino frequentemente – benefici effetti, si preferisce infatti riservare la dizione di psicoterapia alle tecniche la cui capacità di indurre cambiamenti positivi è riconducibile a specifici, selezionati e controllabili fattori terapeutici, piuttosto che a una generica influenza benefica. Il dibattito sull'identificazione di questi fattori terapeutici è tuttora assai vivace fra gli esponenti delle diverse scuole, anche perché alcune recenti pubblicazioni statunitensi hanno identificato ormai più di 400 tipi di psicoterapie differenti.


Psicoterapia Individuale

Si basa sulla teoria e sulla tecnica psicoanalitica, che sono state formulate da Sigmund Freud.

Sigmund Freud
Influenzato dalle lezioni di Jean-Martin Charcot, che dimostravano l'efficacia terapeutica dell'ipnosi, Freud utilizzò inizialmente questa tecnica per fare emergere nei pazienti nevrotici i ricordi dolorosi e sepolti nella memoria, che riteneva essere alla base dei sintomi. Egli presupponeva che nel corso dello sviluppo dell'individuo, le pulsioni (i desideri e gli impulsi) sessuali e aggressive, inaccettabili, dovessero essere estromesse dalla coscienza. La pressione di questi desideri estromessi (o rimossi) si traduceva spesso nella formazione di sintomi nevrotici. Attraverso l'ipnosi, Freud si proponeva di riportare alla coscienza tali impulsi e, in questo modo, eliminare i sintomi. Quando si rese conto che questo non accadeva, formulò una nuova tecnica di trattamento, che chiamò delle libere associazioni. Chiedeva ai pazienti di riferire quanto veniva loro spontaneamente in mente quanto a sogni, fantasie e ricordi. Interpretando queste associazioni spontanee, Freud aiutava i pazienti ad acquisire consapevolezza dei propri desideri inconsci e, quindi, a renderli più accettabili. In seguito, egli si occupò di quello che chiamò transfert, vale a dire la risposta emotiva del paziente al terapeuta, che Freud considerò rappresentativa dei primissimi rapporti instaurati dal paziente con i membri della propria famiglia. La tecnica delle libere associazioni e l'analisi del transfert costituiscono tuttora le caratteristiche peculiari del trattamento psicoanalitico freudiano, che si svolge in un arco di tempo di durata variabile, con una frequenza di sedute che può variare dalle tre alle cinque alla settimana.
Scuole psicoanalitiche dissidenti da Freud
Alcuni degli allievi di Freud entrarono in disaccordo con lui su punti molto importanti della teoria e della tecnica di trattamento e, di conseguenza, fondarono scuole proprie, ancora esistenti.

Carl Gustav Jung
Carl Gustav Jung, psichiatra svizzero, riteneva che Freud avesse attribuito eccessiva importanza agli istinti sessuali come origine del comportamento e che il requisito della salute mentale fosse la realizzazione delle potenzialità interiori (di origine non sessuale) dell'individuo. Nel corso di un'analisi a orientamento junghiano, il terapeuta aiuta il paziente a riconoscere le proprie risorse interiori e a utilizzarle per la crescita e per fare fronte ai conflitti. La frequenza delle sedute varia a seconda della fase (iniziale o progredita) del trattamento, la cui durata è variabile. Le tecniche utilizzate sono molteplici e spesso includono riferimenti all'arte e alla cultura per indurre nel paziente le immagini inconsce (archetipi), che per Jung costituivano degli elementi universali, cioè condivisi da tutti gli esseri umani in tutte le civiltà.

Alfred Adler
Anche Alfred Adler, psicologo austriaco, dissentì sul ruolo degli istinti sessuali nell'origine del comportamento. Egli riteneva che la condizione del bambino all'inizio della vita, piccolo e bisognoso di aiuto, producesse sentimenti di inferiorità, ai quali alcune persone reagivano sforzandosi di raggiungere la superiorità sugli altri. Questa ricerca di potere è in contrasto con ciò che Adler chiamò "interesse sociale", vale a dire la possibilità di provare simpatia e di identificarsi con le altre persone. Secondo Adler, i disturbi mentali dipendono da un modo di vivere scorretto, in quanto basato su opinioni e obiettivi erronei e in cui non può svilupparsi un interesse sociale. Ruolo del terapeuta è quello di rieducare il paziente a riconoscere i propri errori e a sviluppare maggiormente il proprio interesse sociale.


Psicoterapia di gruppo

La psicoterapia di gruppo nacque in Europa e negli Stati Uniti nella prima metà del XX secolo. Con il termine oggi ci si riferisce alle modalità con cui la terapia si svolge (un terapeuta per più persone) e non a una tecnica specifica: questa può essere mutuata da diverse teorie (psicoanalitica, gestaltista ecc.). La principale fonte di cura e cambiamento è costituita dalle relazioni tra i membri del gruppo; il terapeuta ha il ruolo di incoraggiarle e guidarle.


Dalla seduta individuale al gruppoo

Molte volte il decorso psicoterapeutico si evolve con il cambiamento di assetto di seduta: dalla seduta individuale, alla seduta di gruppo. Ciò avviene, quando indicato, in una fase avanzata della terapia, dopo avere analizzato il suo significato nelle sedute individuali e sempre subordinatamente all'accettazione del paziente.
Il passaggio dalla psicoterapia in seduta individuale alla psicoterapia in seduta di gruppo, rappresenta una evoluzione migliorativa. Infatti raramente una persona può entrare in un gruppo già all'inizio del trattamento, anzi, questo è spesso controindicato. Quando invece il paziente ha conseguito nella terapia individuale un sufficiente controllo cognitivo dei suoi processi mentali, di solito è pronto ad accedere alla fase superiore della psicoterapia, effettuata in un gruppo. Nella psicoterapia in gruppo, infatti, sarà molto di più, possibile trattare dal vivo le difficoltà della persona, così come si esprimono nelle relazioni sociali. Inoltre egli potrà condividere con altri pazienti in analisi, non tanto situazioni simili, poichè ogni persona ha ovviamente una condizione situazionale diversa dall'altra, ma i processi mentali che conducono alla sintomatologia, che invece sono comuni e molto simili, in quasi tutte le persone che soffrono di disturbi psichici. Il passaggio in gruppo dunque incrementa la forza e l'efficacia della terapia. Inoltre è anche vantaggiosa sul piano quantitativo, poichè un incontro di gruppo ha una durata molto più elevata di una seduta individuale e nonostante ciò, la parcella è più bassa, consentendo anche un risparmio economico.


Valutazione dell'efficacia delle psicoterapie

Alcuni autori hanno identificato tre fattori universali e complementari di cambiamento che, in misura variabile, concorrono all'efficacia perlomeno delle psicoterapie più diffuse. Il primo fra essi è la capacità, da parte della terapia, di mobilitare un'"intensa esperienza affettiva", quasi seguendo il precetto dello scrittore latino Aulo Celso che, già nei primi anni dell'era cristiana, sosteneva che "è benefico alla salute mentale tutto ciò che agita a fondo lo spirito". Sarebbe questa la condizione che permette una migliore disponibilità al cambiamento, la catarsi delle emozioni, la capacità di assumere nuovi stili di comportamento e di relazione. Il secondo fattore è la "padronanza cognitiva", ossia la capacità di acquisire e di integrare nuovi modelli di pensiero, un nuovo modo di percepire e di riflettere sulla realtà della propria esperienza quotidiana. Diversamente dall'esperienza affettiva, la padronanza cognitiva costituirebbe la componente razionale del trattamento, che consente di organizzare il cambiamento e di stabilire su di esso un controllo dell'Io sufficientemente stabile. Il terzo fattore è costituito dalla cosiddetta "regolazione comportamentale", ossia dall'apprendimento di comportamenti precedentemente infrequenti o insoliti e dall'abbandono di abitudini e modalità di reazione più consuete ma disfunzionali. Ciascuno di questi fattori, preso per se stesso, possiede una potenzialità terapeutica limitata, ed è quindi soltanto dall'influenza reciproca e costante con gli altri che scaturisce il complessivo effetto benefico della psicoterapia. La possibilità di riconoscere che, seppure in misura diversa, in ogni trattamento psicoterapeutico efficace agiscono in modo complementare questi tre fattori (o eventualmente altri, che le ricerche del futuro potrebbero mettere in luce) rende evidente l'inutilità di una rigida contrapposizione fra le diverse tecniche. Non ha, quindi, senso affermare che una particolare forma di trattamento è superiore a un'altra (o a più altre), mentre è corretto affermare che una terapia può essere più o meno valida per una particolare problema. In altre parole si può dire che un certo tipo di psicoterapia è efficace per la cura di specifici sintomi o nel trattamento di pazienti con una determinata personalità. Quindi, benché si sia ancora lontani dall'aver trovato la corrispondenza ideale fra paziente e tecnica psicoterapeutica, prima di dare inizio a una psicoterapia ` opportuno chiedersi quale trattamento, e specialista, è più efficace per ogni singolo paziente. Diventa allora essenziale, nel lavoro psicoterapeutico, il momento della diagnosi, ossia della valutazione di tutti gli elementi clinici che consentono di effettuare una indicazione corretta di trattamento.

 

Psicoterapia e Psicofarmaci

Terapia Integrata

Propongo anzitutto delle domande ricorrenti, alle quali diffusamente molti rispondono ricorrendo spesso a proprie opinioni personali. Qui io presento alcune mie risposte.
Perchè la psicoterapia? Se si continua a parlare di "malattie" psicologiche, queste, come tutte le malattie, non si devono curare con le medicine? Cosa c'entra, allora, l'incontrarsi fra persone, il parlare, con la cura di una malattia? Tanto si parla dappertutto, esaltandone l'effetto curativo e risolutivo, dei farmaci antidepressivi e ansiolitici, spiegando che da qualche parte nel cervello una certa serotonina o una certa noradrenalina sono carenti o eccessive. Non si fa in tempo ad ascoltare, a questo proposito, grandi discorsi in una trasmissione televisiva ed ecco che compare, sempre su questo argomento, l'articolo su quella certa rivista che si occupa di salute, o in una pagina su quell' altro quotidiano.
Ci dicono che ormai con le pillole si guarisce dall'impotenza, dall'obesità, dalla timidezza, dalla depressione, dalle paure e dalle incertezze. Niente più insonnia, niente più ansia. In molti modi si può vendere, esaltandolo, il modello dell'uomo "che non chiede mai", sereno, freddo, sicuro e così via. Con tutte queste enfasi circa il fatto che i disturbi psichici possono essere risolti con alcuni mesi di psicofarmaci, credo involontariamente e indirettamente, ma non meno efficacemente, molti eminenti esponenti della salute psichica, trascorrendo così tanto tempo sul palcolscenico delle televisioni e dei giornali, contribuiscono a gonfiare questo pericolosissimo modello. Alcuni perfino e non so quanto ancora in buona fede, addirittura continuano a dividere mente e corpo come se fossero due dimensioni completamente diverse, come se cervello e psiche, cervello e mente fossero due entità estranee fra loro. Questo è incredibilmente anacronistico e principalmente è irriguardoso verso le più moderne acquisizioni scientifiche su cervello e psiche.
Allora, perchè la psicoterapia?
Si dice che i sintomi psichici disturbanti, come l'ansia, i disturbi umorali, le fobie, sono presenti in persone che hanno nel loro cervello un disturbo nel metabolismo della serotonina, noradrenalina, GABA e così via. E' vero. E si dice che somministrando gli psicofarmaci, queste sostanze, dopo alcune settimane di regolare assunzione delle medicine, cominciano a 'circolare' più regolarmente nei siti dove sono preposti, con corrispondente miglioramento dei sintomi. E' vero. Si dice anche che vi sono diversi casi nei quali la persona disturbata, dopo un adeguato e lungo periodo di assunzione degli psicofarmaci, non solo migliora notevolmente nei sintomi e nelle sue condizioni generali, ma mantiene a lungo il miglioramento dopo la cessazione dei farmaci, a volte mantiene il miglioramento indefinitamente. Per questo, in questi casi, si dice che è guarito.
Ma allora, perchè mai la psicoterapia?
Ebbene, la psicoterapia perchè non si deve lasciare la persona disturbata abbandonata al caso. Infatti molte volte, le persone curate esclusivamente con gli psicofarmaci, non vanno oltre un transitorio miglioramento dei sintomi e molte volte, cessando il periodo di trattamento farmacologico, dopo un pò, recrudescendo i sintomi, essi devono intraprendere un nuovo ciclo di copertura e questo spesso ripetutamente per diversi anni, se non per tutta la loro vita. Questo accade perchè gli psicofarmaci ( e in questo momento mi sto riferendo specificatamente agli antidepressivi e agli ansiolitici ), intervengono egregiamente a normalizzare il funzionamento delle monoamine ( serotonina, noradrenalina ecc. ), cui sono destinati nel cervello, ma non possono intervenire sulle cause, ancora ignote o incerte, dell'alterazione di queste sostanze, per cui, cessando il trattamento, le cause inducono le monoamine a 'guastarsi' nuovamente. Si è notato che nei casi in cui il miglioramento si è invece prolungato nel tempo, dopo la cessazione dei farmaci, ciò avveniva, con molta probabilità, perchè il soggetto casualmente durante il miglioramento sintomatico dovuto ad essi, riusciva a intraprendere attività gratificanti, oppure incontrava una persona significativa con la quale riusciva a instaurare una buona relazione amorosa, oppure altro ancora. In tutti questi casi, comunque, il soggetto manteneva a lungo il benessere dopo i farmaci, non come effetto dei farmaci stessi, ma come effetto di ciò che egli stesso era riuscito a fare per sè durante la vacanza sintomatica artificiale data dai farmaci. E' evidente che questi risultati sono, dunque, affidati alla casualità di opportunità che si presentano al soggetto durante quella che io chiamo 'la vacanza sintomatica artificiale' data dai farmaci. Infatti da sempre la psichiatria non riesce a spiegarsi perchè mai gli psicofarmaci ottengono risultati sempre imprevedibili e sempre diversi, da una persona all'altra, pur in presenza di una identica sindrome ( insieme di sintomi ), oppure nella stessa persona da un ciclo di cura all'altro. La risposta è che nessuno, quando somministra gli psicofarmaci, può prevedere la variabile ambientale e quindi in alcuni casi l'effetto benefico dei farmaci è minimo, per il semplice fatto che gli psicofarmaci non possono fare più di tanto, se non intervengono contemporaneamente fatti ambientali positivi: cioè un transitorio effetto sintomatico, il quale, se non viene supportato da casuali eventi positivi e benefici per il soggetto, cessa poco dopo la fine della cura. Talvolta, in assenza di mutamenti e/o di supporti ambientali, neanche riescono a produrre un effetto significativo durante la somministrazione. Per le stesse ragioni gli effetti collaterali sono tanto diversi e imprevedibili, da persona a persona e spesso nella stessa persona da un periodo all'altro, pur con lo stesso farmaco. Poichè dunque quello che sembra essere determinante nella cosidetta guarigione, sono le cose che il soggetto riesce a fare e a mantenere di bene per se stesso, è lecito supporre che un controllo sintomatico che non si voglia cronicamente affidato agli psicofarmaci, dovrà fondarsi su qualche acquisizione endogena e intrinseca al soggetto stesso. In pratica, quando durante 'la vacanza sintomatica farmacologica' il soggetto riesce a esperimentare qualcosa di positivo e riesce a trattenerla per sè come acquisita, ciò equivale al fatto che il soggetto ha acquisito una nuova padronanza, una nuova esperienza e quindi un nuovo punto di vista, rispetto a prima. Diciamo, ha acquisito un nuovo e diverso modo di pensare rispetto a se stesso, agli altri e al mondo. Tolti i farmaci, quel nuovo modo di pensare resterà suo e sarà come il vero antidepressivo installato in sè, spesso senza più necessità di assumerlo dall'esterno.
La psicoterapia serve a questo: a non lasciare al caso la variabile ambientale, almeno non del tutto. In pratica in psicoterapia si diagnostica e si analizza l'organizzazione del pensiero del soggetto e lo si aiuta a rendersi conto di come con quel tipo di organizzazione mentale che possiede, risulta praticamente 'normale' che debba sentirsi male così come si sente. Si aiuta il soggetto a divenire consapevole delle varie relazioni di causa-effetto che vi sono fra i suoi punti di vista, opinioni, convinzioni e pensieri in generale, da una parte, e le risultanti emotive, comportamentali, somatiche e sintomatiche, dall'altra. Nel frattempo lo si aiuta a cominciare un ciclo di trattamento psicofarmacologico adeguato, sotto controllo medico, spiegandogli che questo è necessario per alleviare rapidamente i sintomi, affinchè egli possa lavorare più efficacemente sui suoi pensieri da modificare. Lo si informa adeguatamente che dai farmaci non deve aspettarsi niente di più di un buon controllo e miglioramento sintomatico e lo si incoraggia ad approfittare del periodo di vacanza sintomatica artificiale, per cercare di ottenere il massimo possibile, in psicoterapia, dal suo stesso sforzo ed applicazione, per modificare e guarire.
Nella mia attività, sia io che i miei colleghi medici ( neurologi, endocrinologi, cardiologi ecc. ), lavoriamo in pool, cioè interagendo coordinati sullo stesso paziente, usando un linguaggio comune per non disorientarlo. Si evita l'enfasi sia sui farmaci, i quali, come ho tentato di spiegare qui, hanno un semplice ruolo circoscritto, sia sulla psicoterapia, la quale a volte rende di meno senza gli psicofarmaci, poichè si avvale del servizio che le rendono, alleviando il sintomo. Si mette in rilievo che la cosidetta guarigione, sarà un fattore di buon risultato ottenuto insieme, paziente e psicoterapeuta, nella misura in cui la persona riuscirà ad utilizzare lo strumento 'psicoterapia' secondo le istruzioni e la guida dello psicoterapeuta, pazientemente e costantemente, per tutto il tempo della durata del trattamento psicoterapeutico e nella misura in cui, laddove servano, assumerà rigorosamente gli psicofarmaci.