molto serena, e lo sono non perchè abbia risolto i problemi che mi assillano e che lei conosce sicuramente meglio di me, ma perchè sto imparando a guardarmi intorno con un'ottica più ampia ( a 360°), a carpire il più possibile dagli altri e ad apprezzare maggiormente me stessa; infatti, riesco, adesso a stare bene con me stessa accettandomi maggiormente e facendomi valere anche nei confronti degli altri nel mondo lavorativo, nell'ambito familiare e in genere nelle mie relazioni.
Ho come la sensazione nelle mie relazioni che gli altri mi apprezzino di più e mi vogliano più bene senza la necessità di richiedere il loro affetto, credo che questo sia la conseguenza del fatto che io stessa mi guardo con occhi diversi e per questo devo ringraziare lei e il mio fantastico "gruppo" che adoro.
Sono sicura che questo che le sto dicendo le fa molto piacere, perchè sento che lei mi è molto vicino come mi sono vicini tutti i membri del mio gruppo.
Mi ha fatto molto piacere scriverle queste poche parole, sentivo di farlo e lo fatto!!!
Sono felice di averle scritto questa mail mi aiuta a sentirla vicino e a sentire vicino i miei cari amici del gruppo a cui voglio già tanto bene, come ne voglio a lei. l'abbraccio forte!!
 
 
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Giuseppe


È strano come ci si sente quando una cosa come la DAP (sindrome Depressiva con Attacchi di Panico) ti colpisce all’improvviso, è un fulmine che non ti aspetti, è un colpo basso senza preavvisi.
Ho 38 anni, vita sempre movimentata piena di viaggi, sport, vari interessi, serenamente coniugato, un buon lavoro… vita normale come tante, poi un giorno…
Un giorno prima di andare al lavoro mi ritrovo nel mio garage solo, mi siedo, mi mancano le forze, una strana forma di malessere generale mi pervade, perdo l’uso della parola non riesco a chiedere aiuto, l’aria mi manca, sono cosciente ma le mie braccia e le mie mani non riesco più a muoverle, le gambe sono di piombo.
Mi dico ecco stò morendo è la fine è la mia ora, perdo la nozione del tempo, non so da quanto tempo sono in quello stato, ma poi riesco nuovamente a muovere una mano e poi piano piano tutto il corpo riprende nuovamente le sue funzioni, sono di nuovo in piedi ma la strana sensazione di malessere non mi lascia ancora.
Da quel giorno io non sono più io. Si è rotto dentro qualcosa, almeno nell’io interiore, quello che aveva accettato tante sfide con la paura e le aveva vinte, quello che non si tirava indietro di fronte alle scariche di adrenalina che ti potevano provocare una folle corsa in moto o una discesa di rafting in un fiume in piena, o attraverso un volo jumping. Ho fatto proprio di tutto, ma ora tutto è cambiato, ora tutto mi spaventa e penso che la corazza che avevo un tempo si è frantumata.
Mi sono rivolto dal Dottore, il quale mi ha diagnosticato la famigerata DAP. Mi consiglia di entrare in terapia di gruppo.
Sulle prime sono un po’ diffidente, non mi ero mai rivolto prima d'allora da uno psicoterapeuta. Mi fido, ed accetto di far parte del gruppo a maggioranza femminile.
Il primo giorno di seduta con il gruppo, stò malissimo, una forma di ansia mi fa stare muto per la prima ora; ad un tratto poi riesco a liberarmi da quella morsa che mi attanaglia e parlo con gli altri… una liberazione.
Il secondo giorno già mi sembra di conoscere gli altri da tempo, parlo con loro discuto ed addirittura riesco a ridere, mi dico “rieccomi sono tornato” ma tanta strada devo ancora percorrere per ritrovare me stesso. Ora sono entusiasta del gruppo.
Ringrazio particolarmente il Dr. e i miei amici di gruppo che in così breve tempo mi hanno fatto sentire uno di loro, li ringrazio perché insieme mi hanno indicato la strada da fare che per quanto irta di ostacoli e faticosa sò ora essere quella giusta.
Non sono miracolosamente guarito anzi, la sensazione di angoscia e di ansia delle volte ritorna ma stò imparando a non temerla, a convivermi che essa è un eccesso di vitalità che andrebbe meglio orientata.
Credevo erroneamente che quello che mi stava succedendo mi avrebbe vinto, sopraffatto, annientato come persona ed invece parlando con il gruppo ho compreso che molto puo’ dipendere da come ho impostato le mie relazioni. Trovare in altre persone che ti ascoltano e capiscono ciò che stai attraversando è un sollievo, un balsamo per il mio io avvilito. Adesso mi fanno dire che “ce la posso fare”.
 
 
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Life... "favoletta"


C’era una volta, tanto tempo fa, un gregge di pecorelle che conduceva una vita tranquilla e serena, fra pascoli e ovile, senza farsi domande e senza dar troppo peso alle cose, a meno che queste non si presentassero in maniera evidente, disturbando la loro quiete.In questo gregge, un giorno, capitò per caso una cagnetta col suo piccolo cucciolo femmina.
La cagnetta non stava bene, aveva qualche problema, non sapeva bene chi fosse e così vedendo che il suo pelo folto e candido somigliava a quello delle pecorelle, si inserì nel gregge. I membri dell’armento, che non facevano troppo caso alle cose, fecero loro posto e continuarono a pascolare. La cagnetta ogni tanto sembrava stana e le pecorelle in fondo si divertivano a prenderla in giro, ma non capivano nulla del suo disagio. La cucciolotta, invece, ci soffriva tanto e cercava di far dimenticare al resto del gregge le bizze della sua mamma comportandosi come una vera, brava pecorella: brucava l’erba, belava indolente e seguiva mestamente il gruppo.
Ma, in realtà, il sapore dell’erba non le piaceva molto, a volte, al posto del belato, veniva fuori uno strano suono rauco e la voglia di correre per i prati e scatenarsi a giocare con le farfalle era fortissima!!! Quanto dolore provava, a quante cose doveva rinunciare per mantenere il suo posto in quel gregge, che seppure non sentisse suo amico, era l’unica realtà che conoscesse.
Così divenne grande, imparando a reprimere i propri naturali istinti e covando inconsapevolmente da un lato un desiderio di rivalsa e di rancore nei confronti di quel gregge, dall’altro un forte senso di colpa poiché realizzava che erano state le condizioni della sua mamma (poverina, non poteva fargliene una colpa) a renderle la vita difficile.
Nel gregge incontrò un compagno, che fra tutti le sembrava il meno diverso da lei, o per lo meno il più sopportabile e lo sposò. Ebbero anche dei figli (i misteri della natura) e la loro vita scorreva non proprio tranquilla, con alti e molti bassi; lei aveva sempre da rimproverargli qualcosa e lui stava sempre più fuori casa per assicurare alla famiglia del cibo, ma anche perché non ci sapeva proprio stare con sua moglie ed i loro figli.
All’inizio i cuccioli sembravano come tutti gli altri, certo più vivaci, ma per questo la mamma era orgogliosa, tanto orgogliosa.
Lei non aveva mai scoperto di non essere una pecora eppure sentiva che i suoi figli erano diversi dal gregge, i suoi figli erano cuccioli di cane. Non sapeva dare un nome a tutto questo, ma sapeva quanto lei aveva sofferto e cercava disperatamente di preservare la sua prole da tanto dolore, ma nel tentativo di proteggerli, senza rendersene conto, cominciava a trasmettere loro i sentimenti di rivalsa e rancore verso gli altri, verso, persino, il loro stesso padre, il quale ignaro, prestava il fianco a questo atteggiamento con le sue assenze ed il nervosismo delle sue rare presenze causato, probabilmente, anche dall’ostilità che aleggiava in casa.
I cuccioli respiravano a pieni polmoni il caldo fiato della mamma e quel dolore nascosto diventava un filo spinato attorno al loro cuore, e questo filo spinato si stringeva attorno al loro piccolo, pulsante organo che altro non chiedeva che di essere liberato e di poter battere con tutta la serenità e la naturalezza cui aveva diritto.
Crescevano i cuccioli, ma anche fra di loro c’era un clima di astio e competizione, per le coccole della mamma, per la considerazione del loro papà, per un po’ di calore semplice e caro, senza rabbie, senza delusioni. Un amore rassicurante che non facesse sentirli in pericolo anche in casa. La loro mamma li amava, quanto li amava!!!!
Ma aveva imparato ad amare da pecora e non le era mai riuscito benissimo, ma, mentre con suo marito poteva bastare, con i suoi cuccioli di cane non poteva funzionare.
Qualcosa che non andava c’era: il primo cucciolotto cominciava ad incicciottirsi sempre più, divorava tutto con voracità, il secondo non era mai soddisfatto, di niente, neanche di sé stesso e sembrava ribelle, salvo sposare (prestissimo) un pecora che somigliava molto al suo papà. Il terzo sembrava costantemente su di un altro pianeta, aveva un mondo suo che, per fortuna, sembrava dargli serenità, il quarto viveva sempre come se qualcuno volesse togliergli qualcosa, era guardingo ed invidioso e per lui ogni pretesto era buono per litigare.
Ma furono gli ultimi due a sopportare maggiormente il peso dei dolori di quella famiglia, o per lo meno, furono quelli sui quali gli effetti furono più evidenti.
Per quanto la mamma sentisse i disagi dei suoi piccoli, viveva nel terrore di restare sola, quindi, se da un lato ci teneva a farli sentire diversi dagli altri e a dar loro la forza di andar via per far meglio, dall’altro era terrorizzata all’idea di restare di nuovo sola con gli “estranei” da cui aveva ricevuto tanto dolore.
Raramente aveva parlato ai suoi piccoli della sua infanzia, ma nei rari racconti aveva sottinteso la presenza nella sua vita di personaggi cattivi che avevano approfittato della debolezza della sua mamma e avevano fatto loro del male. Aveva anche raccontato il tentativo di una fuga, ma la sua natura vivace aveva mal disposto chi si era prestato ad aiutarla; entrambi non avevano compreso l’importanza di quel gesto ed il beneficio che gliene sarebbe derivato.
Aveva solo accennato a tutto ciò ma le tracce c’erano, erano nelle sue furie, erano nei momenti in cui li picchiava pesantemente, erano in quelle minacce mentre piangevano terrorizzati “zitto, zitto!!” e giù a picchiare ancora!!! Come se si potesse tacere il dolore!!!!!
L’ultimo dei cuccioli aveva cominciato sempre più a creare un muro fra sé e gli altri, incluso i fratelli, aveva sviluppato un linguaggio incomprensibile dietro cui si celava una grande insicurezza e tanta paura, era divenuto diffidente e a tratti aggressivo. Aveva nascosto l’accesso al suo cuore dietro un spesso strato di grasso ed un atteggiamento di sfida col quale metteva alla prova quotidianamente la resistenza e le reazioni dei suoi. Si rifiutava di incontrare altra gente e passava il tempo libero a divorare le scorte e a dormire. Anche sul lavoro aveva difficoltà a relazionarsi, la sua diffidenza da un lato e l’atteggiamento da “uomo vissuto” indisponevano la gente. Eppure in lui c’erano ancora momenti di vivacità, di gentilezza e generosità, riuscivano a superare il suo sbarramento e a venir fuori, ma, a anche causa delle reazioni quasi mai adeguate della famiglia, finiva col pentirsene e ricacciarle dietro il muro!!!!
Il quinto cucciolo, femmina per la verità, era molto preoccupata e triste per tutto ciò anche perché, non sapeva bene come, ma sentiva di essere stata suo malgrado concausa ed anche vittima essa stessa. Sentiva di non poterlo aiutare poiché in lotta anche lei per venir fuori dalle sue angosce.
Aveva passato la vita a compiacere i suoi genitori, aveva tentato di superare quel muro sottile fra sé e l’amore puro di sua madre ma quel muro si era rivelato tenace e resistente, aveva cercato allora di piacere agli altri, ma i suoi fratelli erano troppo impegnati a difendersi e gli altri, bhè, gli altri erano pecore, erano nemici…
Nel tentativo di farsi amare aveva anche incontrato brutta gente travestita da pecora, ma che si era rivelata della razza dei lupi…… Rivalsa, rivalsa, sarò di più, sarò di più, già, ma più di che cosa?????? Chi era in realtà????? Dov’era finito il belato? Cos’era quel verso rauco, tanto diverso, ma che sentiva appartenerle?? Non voleva più mangiare erba, non poteva più accettare di seguire il gregge, sentiva che i suoi istinti erano altri, ma non li capiva. Avrebbe dovuto superare almeno due generazioni di incoscienza della propria natura. Aveva paura, non sapeva cosa sarebbe diventata, “In fondo nel gregge non si sta tanto male” pensava, ma intanto cominciava a “rigettare” ogni cosa, la rifiutava.
Era spaventata, ma da chi??? Non da loro! Si accorse che loro li rifiutava e li cercava ad un tempo!!!! No!! Aveva paura di sé stessa. Ogni volta che restava sola le sembrava di essere con un’estranea, peggio!!! Di essere sola con il niente!!!!!!!!
Cominciò a scalpitare, voleva fuggire, voleva capire! Pensò che fosse tutta colpa dei suoi e quindi doveva allontanarsi!!!! Si cercò un compagno per la fuga, ma anche lui non era della sua razza.
Per un po’ sembrò andar bene, sino a quando il richiamo della natura del suo compagno li riportò nel gregge, fra pecore e cani che credevano ancora di essere pecore e perciò soffrivano e continuavano a far soffrire.
Tornata nel gregge, l’idea di non farne parte le divenne insopportabile, sentiva che ciò che era avrebbe potuto essere un nemico di quelle pecore e azzannarle, ma anche un loro amico e compagno fidato, lo sentiva ma la confusione era tanta, così spesso prevaleva l’istinto ad azzannarle.
Suo marito era la vittima preferita, prestava il collo e lasciava che i suoi denti lo ferissero ed intanto la frustrazione cresceva, sentiva che così non era giusto.
Lei era diversa, ormai l’aveva capito, era tanto tempo che ci pensava, non sapeva in cosa, non sapeva perché ma cominciava a pensare che queste fossero domande inutili, la vera domanda era “Chi era?”.
Un giorno, stanca di tutto questo rancore senza senso, stanca di tutte le energie sprecate a cercare nemici, stanca di rigettare e rifiutare tutto senza un vero motivo, si cercò un amico che l’aiutasse a capire, lo cercò fuori dal gregge.
Lo trovò e con lui trovò altri amici, che sembravano avvertire forti disagi come lei; a prima vista anche loro sembravano essere del gregge, ma volle avere fiducia nel suo nuovo amico e cominciò ad incontrarli e a parlare con loro.
Ogni incontro aveva un effetto straordinario, sembrava che via via il manto di tutti venisse via pezzo per pezzo. Ogni volta di più scopriva che il vello era solo una copertura che nascondeva altre nature. Cominciava a capire che c’era altro al mondo oltre il gregge da cui proveniva, altro da scoprire, altro di cui far parte, altro con il quale confrontarsi ed altro che le faceva riscoprire anche il bello del suo gregge.
Piano piano rivedeva la sua storia, la storia della sua famiglia e vedeva il tutto come un sistema che può sì creare momenti critici e sofferenze, ma può dare tante gioie e merita di essere conosciuto se vissuto con consapevolezza.
Sentiva una nuova missione, raggiungere questa consapevolezza prima di tutto per sé ed in seguito cercare di aiutare i suoi in questa riscoperta.
Ardua impresa la sua, piena di ostacoli e con notevoli pericolidiv>

Sara


Che cosa rappresenta l' analisi di gruppo per me?

Il gruppo per me è uno specchio nel quale ogni volta amo riflettermi, ma spesso non riflette l'immagine che ho di me,ma quella più profonda che io non conosco.

Il gruppo mi fa togliere la maschera che ho indossato per tanti anni per difendermi dal mondo e mi fa scoprire quanto sono bella , senza nascondermi. Ma se al principio ciò mi ha fatto paura, ora ringrazio il gruppo perchè mi sta rendendo libera nel pensiero, nella parola, nei sentimenti, perchè il gruppo non giudica , non sentenzia, non offende, ma ci si tiene stretti per mano in questo difficile cammino alla ricerca di se stessi.

 

Anna


Carissimo dottore, voglio dirle che anche quest' anno, quella del gruppo è stata per me un' esperienza bellissima, molto formativa. Il gruppo è un punto di riferimento e di confronto tra punti diversi di ognuno , tra modi di sentire, confrontarsi e migliorarsi, anche se alcune volte , proprio questo confrontarsi, può essere difficile e anche doloroso. Sono felice di frequentare ancora il gruppo, perché quello che ancora voglio è migliorarmi ed emanciparmi . Inoltre grazie alla terapia di gruppo ho imparato a prendermi finalmente cura della mia persona, perché solo se si sta bene con se stessi si può stare bene con gli altri . Sono felice di averla incontrata, lei è per me una persona speciale. Grazie per quanto mi è successo perché ho avuto modo di incontrarla e fare tesoro di tutto quello che ho imparato. Grazie di cuore con affetto Anna.
 
 

Anna 32


Un’altra Anna

All’inizio si è come investiti da troppo e tutto insieme. Un corridoio pieno di altra gente, una stanza con le sedie chiare in cerchio e un bel tappeto di forma circolare che ci si ostina a guardare quando tutto intorno sembra troppo e tutto insieme. Non sembra quasi vero che, di botto, vi siano una, due, tre, cinque, otto, nove persone lì pronte ad ascoltare, abituati come si è ad aver intorno da tempo persone e cuori che non ascoltano più…
Le parole si smorzano dentro, e non per quella vecchia solita paralisi emotiva che fa sudar freddo ogni volta che bisogna parlare in pubblico… no… è perché ci si sente intimiditi da tanto calore umano, inadeguati a sceglier le parole più giuste per scoprire ed aprire un po’ di sé nascosto da così tanto troppo tempo, emozionati di fronte a tanto affetto… Guardi spesso il dottore, perché è in lui che inizialmente vedi quell’unico volto conosciuto che può darti pace ed essere indulgente con te che non parli, che all’inizio non sai come, quando, in che istante e in mezzo a quali frasi intervenire.. Lo guardi e poi torni a guardarti intorno, con una fiducia che piano piano sale e si rafforza perché i volti intorno cominciano a non essere più troppi e tutti insieme.
L’affetto lo si respira subito e chiaramente. Son tutti lì pronti a conoscere un po’ di te, a condividere un po’ di te, a spronarti con un sorriso debole quanto il tuo a credere ancora alla vita, all’amore di sé, alle cose belle. Le loro storie, svuotate o meno dalla loro disperazione che non è diversa dalla tua, cominciano piano ad entrarti dentro e a riportarti nella mente a immagini della tua stessa vita, ripescate dalla memoria chissà dove, chissà da quanto tempo sepolte. Un viaggio a ritroso in cui quelle immagini, piano, cominciano a colorarsi di connotazioni e lineamenti diversi. Ripeschi, riconsideri, riannodi nella memoria, stravolgi i ricordi più amari e riesci a tratti a scorgere, in ognuno di quei tratti del tempo, perfino qualcosa di bello e di sopportabile.
Quando la tua età e il tuo vivere non combaciano con quello degli altri lì intorno, all’inizio ti senti inadeguata e fuori tema perché non sei mamma, non sei compagna, non sei nessuna delle cose di cui raccontano e in cui si sentono fuori posto.. Poi ti fermi con la mente e pensi che, pur non essendo alcuna di quelle cose, loro ti stanno facendo il dono di raccontarti di sé senza attribuirti ruoli affini per ritrovar comunanza di dolori o esperienze, ma per la semplice bellezza di condividere le loro emozioni anche con te che nulla c’entri.. Allora ti stringi nelle spalle e cominci a pensare che non sei affatto fuori posto, che non importa cosa rappresenti e con quale bagaglio di vita sei arrivata lì dentro a metterti in discussione; importa solo che tu sei lì, bisognosa di ritrovarti e di ritrovare un po’ di vita dentro te.
L’abbraccio, alla fine dell’incontro, delle storie raccontate, del silenzio rispettoso che cala quando qualcuno piange o ricorda o cerca una ragione dentro sé, è un piccolo cerchio di affetto che chiude il cerchio di sedie che è sembrato così troppo grande quando, percorso il corridoio, ti sei ritrovata lì attorniata da chi era pronto ad ascoltare. Un cerchio che non fa più paura e a cui cominci a dar fiducia perché mai, sai già dentro, verrai giudicata, criticata, non ascoltata, rifiutata o illusa dalla vita. Verrà tutto a galla, in quel cerchio, piano, col tempo, senza paura. E avrai mani, braccia e sguardi profondi che ti faranno solo una bella, bellissima compagnia.
 
 

Orchidea


Che dire! Non basterebbero mille di questi fogli per descrivere il risveglio di un viaggio che avviene dentro di noi. Il viaggio del nostro deserto IO. La psicoterapia, l'analisi per me, è riuscirsi a guardare con le dovute distanze da se stessi, senza forme di condizionamento, come l’autodifesa che ci isola da noi stessi. Con ciò voglio dire: che finalmente sono riuscita a prendermi cura di me, a guardarmi da estranea; io ero malata di affetto al punto tale da non poter fare almeno di cercare continue approvazioni da parte degli altri. Diventavo il giocattolo nelle loro mani, fino a perdere il contatto con la mia essenza. Ero il pozzo dei desideri per gli altri, la risorsa illimitata dove essi potevano attingere energie. Questo bisogno di dare era un continuo auto sabotarsi, perché in fondo a me stessa stavo colmando un mio vuoto come una preda ferita. Mi stavo occupando degli altri per riuscire a sfuggire alle mie responsabilità. Attraverso l’analisi ho capito che stavo vivendo in un paradosso, cioè sopravvivevo all’inerzia giorno per giorno. Si dice in una bassa cultura popolare dove l’informazione viene deformata, che lo psicologo siamo noi stessi e che i pazzi vanno dallo psicologo. Non è affatto vero, lo psicologo è soltanto una figura professionale che ti pone di fronte a te stesso, ma la scelta di immergersi in questo fondo marino per scoprire le bellezze offuscate lo decidiamo solo noi. Al contrario i pazzi si rifiutano di conoscersi e amano espiare il dolore come uno stile di vita. L' analisi è l’elevazione dello spirito e della materia, ed è come dare alla luce se stessi. E’ la pura libertà di sentirsi liberi da ogni giudizio e trovare la giusta misura di amarsi senza lo spasmodico bisogno di pretendere amore. La gruppo analisi mi ha permesso di conoscere il mio EGO per controllarlo nelle sue manifestazioni a volte esagerate.

Non mi vergogno a dirvi che io avevo una leggera forma di vaginismo, difficoltà nel ricevere la penetrazione durante il rapporto sessuale. Un bel giorno ho detto basta a tutto questo, volevo capire e migliorarmi. Il mio vaginismo non era di natura anatomica, cioè era di normale struttura fisica. E’ un disturbo di natura psicologica che con l’aiuto della gruppo analisi, inizialmente con molto disagio via via attenuatosi, parlando di questo mio timore di provare dolore durante un rapporto sessuale, mi sono accorta che il mio era un dolore mentale che per anni ho conservato, quasi convincendomi che era giusto così.

Nel mio calderone vivevo anche il timore di non riuscire ad essere all’altezza di alcune situazioni sia lavorative che sentimentali. E confidavo le mie insicurezze ad amiche in genere con la speranza di essere capita. Insomma avevo il bisogno di raccontarmi, senza pensare che tutto ciò era un modo di ricevere approvazioni da parte degli altri. Poi ho cambiato atteggiamento, ho iniziato a tutelare la mia vita, la mia privacy, senza più mescolare la mia vita personale con il valore amicizia. Cioè ho conosciuto un’amica vera, ME STESSA.
Nella vita si incontrano dei maestri di vita, il mio psicologo è stato uno dei primi maestri di vita, oltre a rappresentare una figura professionale, è stato da un punto di vista umano una persona che ha tracciato un mosaico indelebile nella mia crescita interiore. Ha costeggiato un percorso dove l’alibi era un frammento di desiderio. Il desiderio era soppresso dal senso di colpa che si era cementato da diversi anni dentro di me. Il mio maestro è stato un pezzo di mosaico, ma la costruzione e la completezza dipende solo da voi stessi. Io ho inseguito la mia dimensione…
 
 

Raf


Fratello di spirito, Ti scrivo in uno dei pochissimi momenti liberi che ormai ho a disposizione. Ti scrivo dal mio nuovo indirizzo di posta elettronica che ti invio. Mi sento come una persona che è partita all'estero abbandonando la sua famiglia, VOI. Ma non è così. Vivo con Voi e grazie a Voi questo periodo particolare della mia vita. Ho raggiunto un traguardo non indifferente. Ma non sono ancora soddisfatto. Voglio e devo fare ancora un passo importante, che Ti spieghero' di persona. Ma non Ti scrivo per parlarti della mia vita professionale, ma per raccontarti la mia vita. Per il problema che tu sai , va molto bene . Dillo in gruppo, Ti prego. Perche' tutto questo è merito dei miei Fratelli e delle mie Sorelle del mercoledi, che vivono dentro di me giorno dopo giorno. TORNERO', caro Fratello mio. Tornero' molto presto. Perché mi mancano gli abbracci, i baci e gli sguardi della mia FAMIGLIA. Io continuo a rispettare le regole che Tu, OTTIMO CONDOTTIERO e GRANDE GUERRIERO, ci hai insegnato. Non riesco a definire la terapia: bisognerebbe videofilmare il mio cuore quando ne parlo...IMPAZZISCE...da infarto!!! Scoppia di gioia. Si carica di nostalgia e, nello stesso tempo, piange di felicità. E' li che ho capito chi sono... E li che ho iniziato a capire che per i miei problemi esistono dei colpevoli... E li che la mia anima vorrebbe dimorare tutta la vita: perché li e' in pace con se stessa. Fratello, Sono veramente fiero di far parte della famiglia. Ringraziarti sarebbe da persone banali. Noi non lo siamo e ti saluto con un respiro... Ti chiamo la prossima settimana.
 
 

Eleonora


Voglio scrivere la mia storia sia per me che per tutti quelli che in essa si ritroveranno!

Era il 24 luglio 2000, non ricordo più se mattina o sera e stavo facendo l’amore ; stavamo nella nostra casa al mare, quando ad un tratto sentii dolore al ginocchio sinistro(uno stiramento mentre ero inginocchiata?);non so cosa fosse successo ,so solo che da allora cominciò un brutto periodo della mia vita.
Il dolore aumentava,a volte, però non lo sentivo, a volte era più forte; cominciai ad andare dal primo ortopedico che mi diagnosticò :distorsione del legamento sinistro.
Cominciarono le prime terapie antinfiammatorie senza alcun risultato e intanto la mia ansia aumentava; feci la risonanza magnetica che mise in evidenza una vecchia meniscosi e niente altro.
Ma allora come mai i dolori continuavano? Anzi si diffusero all’atro ginocchio e intanto la mia ansia saliva e si trasformava in paura.
Andai dal secondo ortopedico fino a Pescara, io che vivo in provincia di Taranto:sindrome della plica sinoviale al ginocchio sinistro, fu la diagnosi! E la terapia una parti colare ginnastica che mi peggiorò Risonanza all’altro ginocchio: nulla.
Cosa dirvi? Camminavo a stento, sono stata assente da scuola più di un mese, passavo le mie giornate a piangere e a chiedermi: - Cos’ho? Ritornai a Pescara e quel noto professionista mi rimproverò perché, secondo lui, avevo sbagliato l’esecuzione degli esercizi, io che sono così attenta, fui trattata come una scolaretta svogliata umiliata e non reagii ,neppure mio marito disse nulla: eravamo troppo assoggettati, troppo dipendenti.
Tornai a casa in uno stato di frustazione e nello stesso tempo di rabbia .
Si avvicinava Natale, ma le mie condizioni non miglioravano: decisi di andare da un altro luminare; altra diagnosi naturalmente diversa dalle altre.
I dolori si erano diffusi su entrambe le gambe e io cominciai a pensare di avere una malattia inguaribile: piangevo per un nonnulla ,consultavo tutte le riviste mediche cercando delle risposte; ero molto depressa.
Approdai dal neurologo e niente e quindi dal reumatologo e fu grazie a quest’uomo, dico uomo e non solo professionista perché seppe convincermi della verità della sua diagnosi: FIBROMIALGIA.
-Signora,- mi disse- lei non ha niente; può fare tutto quello che vuole ,ma come riprendere: ogni dolore era un campanello d’allarme .Mi diede degli antidepressivi, ma non bastavano e mi ricordo che disse: - Signora la medicina non può far tutto.
Fu lui ad indirizzarmi dallo psicoterapeuta: era il gennaio 2002.
Comincia allora la mia risalita: grazie a questa terapia analitica ho capito che questa è una malattia psicosomatica:è il corpo che si ribella, che manda segnali forti, che ti dice –Devi volerti bene! E’ un cammino duro e faticoso specie per noi soggetti perfezionisti, intrisi di regole, rigidi nel nostro modo di pensare ,di essere, di vivere.
Oggi vivo la mia vita accettando di avere qualche dolore in più rispetto a quando ero ragazza ,ma non mi lascio condizionare: vado in piscina, faccio lunghe passeggiate, salgo e scendo le scale normalmente(quando sono andata dal reumatologo mi hanno portato sulla sedia);adesso voglio andare a scuola di ballo con mio marito e voglio ricominciare a calzare scarpe con tacchi(mi erano stati proibiti dai luminari!)NON MI SPAVENTO PIU’ DINANZI AL DOLORE
Continuo la psicoterapia di gruppo che mi sta aiutando anche a conoscere me stessa, perché sono così e come posso mitigare quei comportamenti che mi provocano disagio e ansia
Ho ancora molto da fare: non sono riuscita ancora a superare la paura di inginocchiarmi, ma penso che avverrà naturalmente come sono avvenute le altre cose.
 
 

Dany


Caro dottore, salve, come va? Sono D. , spero tanto che si ricordi della sua cara affezionatissima D. Ho consultato il Suo sito, è proprio carino, complimenti! Ecco come mi è venuta voglia di scriverLe e salutarLa! Ho incontrato spesso Grazia e le ho sempre detto di salutarvi tutti! Ogni volta mi venivano le lacrime agli occhi, per l'intensità dei ricordi che mi venivano alla mente... Penso sempre a Lei e ai ragazzi con sincero affetto e un sentimento immenso di gratitudine.
Oggi posso dire che ho imparato tante cose dall'esperienza che ho vissuto con Lei, un'esperienza che ho forse interrotto un po' troppo bruscamente, me ne rendo conto, ma dalla quale era giusto affrancarmi xchè mi sentivo pronta a... spiccare il volo. Nel bene e nel male. Avevo gli strumenti emotivi per affrontare la vita finalmente con una forza nuova, e senza la paura di mettermi alla prova.
Sono + sicura di me, mi sento + libera dagli altri, leggo moltissimo, dipingo, scrivo ogni giorno il mio diario (cosa che avevo tralasciato, ma che è sempre stata un'oasi di pace per me, alla fine della giornata) e viaggio molto, anche da sola, soprattutto per i concerti, che sono una delle mie passioni. Pensi che domenica sono tornata da... Pordenone!
A cominciare dall'anno prossimo comincerò a cercare casa e i miei mi sosterraano economicamente: sono dalla mia parte + che mai (sarà che vogliono liberarsi di me... Ah! Ah!); poi ho in cantiere un altro proposito: vorrei iscrivermi di nuovo all'Università, ma stavolta ad un corso di laurea che davvero mi appassioni, avevo pensato a Lettere Moderne...
E poi ho trovato... la cosa forse + preziosa del mondo: l'Amore! Pensi: il mio migliore amico!!! Anzi, il mio "ex" migliore amico!
La cosa + bella che Lei con la Sua professione riesce a fare, per me, è dare ad una persona la consapevolezza di se'... e la consapevolezza che non importa dare sempre "il massimo" per essere in pace con il proprio cuore, ma soprattutto essere se' stessi, esprimendo e mettendo in pratica le proprie virtù e al contempo accettando i propri limiti, nella massima serenità...
Non dico che sia sempre tutto così facile, anzi! Ma almeno adesso so che posso contare su una forza interiore rinnovata solo mia, e su persone davvero sincere che ho avuto il privilegio di trovare nel mio cammino...
Le auguro tanta felicità e La abbraccio forte!!!
 
 

Nick


Caro dr. Burdi,.. da qualche giorno ho tanta nostalgia di lei e del gruppo .Proverò a descrivere il mio stato d'animo e i piccoli cambiamenti del mio comportamento.Prima parlavo solo con l'operaio, adesso anche con le commesse dico qualche battuta, le prendo un po' in giro e sono anche più allegro, spontaneo (anche con qualche altra ragazza del vicinato). Insomma sono meno timido. L'altro giorno sono andato in un negozio di scarpe, prima dovevo fare un giro di perlustrazione, bermi un paio di bicchierini per farmi coraggio. Invece sono entrato subito, anche se c'era parecchia gente e ho scelto spiegando alla commessa quello che desideravo (comunque un po' emozionato lo ero).C'è un'altra cosa molto importante anche se difficile da spiegare. Io, sin dalla prima psicoterapia che ho fatto, quando si stava arrivando al nocciolo della questione subito pensavo vabbè questo che c'entra, io voglio sì guarire, cambiare però senza la necessità di arrivare a tanto, cioè tenevo le due cose scisse anche se ne ero inconsapevole. Ora invece so, sono consapevole della relazione che c'è fra i miei problemi, le mie difficoltà, la mia depressione e tutto quel mondo che tengo nascosto nel mio cuore che mi sembrava assurdo rivelare e che mi fa meno paura. So che se voglio veramente cambiare devo passare da li, avere il coraggio di andare fino in fondo.Devo ammettere però che da quando non vengo più una strana apatia m'è venuta addosso, un torpore che con fatica riesco a scacciare ogni tanto. Concludo esprimendo un desiderio: vorrei tanto riabbracciare mio fratello V. e sbaciucchiarmi tutte le ragazze del gruppo, miss gruppo più di tutte. Con affetto Nick.
 
 

Pietro


Sono entrato in analisi di gruppo per lo stesso motivo per il quale ci entrano moltissime persone: ansia e attacchi di panico. Soprattutto attacchi di panico. Con tutto il corollario di piccole e grandi manie e rituali magici che caratterizzano chi è affetto da questi disturbi. In principio non ero molto contento di dover fare questa esperienza. Figuriamoci. Dover parlare in pubblico, e per di più a dei perfetti sconosciuti, delle mie cose più intime, dei miei segreti e delle mie debolezze mi metteva a disagio. Anzi, mi spaventava a morte. Ma mi sono ricreduto subito, sin dalla prima seduta. In gruppo ho scoperto di non essere solo, che ci sono tante persone con gli stessi miei problemi, che non sono pazzo e, soprattutto, che avevo trovato la strada giusta, la via per la “guarigione”.Non è molto che faccio terapia, pochi mesi, ma ho già notato (dovrei dire sentito) i primi progressi. Una serie di piccoli grandi traguardi sono stati raggiunti con l’aiuto del gruppo.L’ansia non mi stringe più in quella morsa opprimente che mi paralizzava e gli attacchi di panico sono “ospiti” molto meno invadenti. Insomma, sto molto meglio. Soprattutto ho raggiunto una migliore coscienza di me stesso. Certo, non mi illudo. Ci saranno delle ricadute, ma ho la consapevolezza che saprò rialzarmi e riprendere il cammino ed arrivare al traguardo.

Prima parlavo dei rituali che accompagnano questo tipo di disturbo. Ebbene, io ne avevo diversi. In particolare uno era diventato assolutamente asfissiante. Avevo, infatti, un vero e proprio rituale magico: solevo grattarmi i testicoli (la classica grattata di palle!!!) e poi farmi il segno della croce. Lo facevo in continuazione: prima di uscire, ogni volta che cambiavo strada con la macchina quando mi trovavo fuori città, prima di andare a dormire. Un rituale che ho ripetuto circa 50 volte al giorno per moltissimi anni, sempre attento che nessuno mi vedesse, nell’illusione che mi proteggesse da ogni pericolo. Evocare, con quel gesto, “forze superiori” mi dava sicurezza. Poi è capitato che abbiamo affrontato l’argomento in gruppo. E’ venuto fuori per caso, quasi naturalmente. Ho scoperto che tutti noi avevamo qualche gesto “liturgico” che accompagnava la nostra quotidianità. Mi sono fatto coraggio e ho raccontato il mio. Non è stato facile, non lo avevo mai detto a nessuno. Ho riflettuto a lungo su quanto ci siamo detti in quella seduta. Poi ho capito. La magia non centra nulla con la mia vita, la magia non esiste e quel gesto di grattarmi e poi farmi il segno della croce non mi poteva aiutare in nessun modo semplicemente perché era una sciocchezza. Una settimana dopo quella seduta, ho smesso di farlo. Un piccolo passo ed un piccolo progresso ma quanto mi fa sentire bene e libero! Grazie ragazzi.
 
 

Olga


Caro dr Burdi, le mie vacanze le ho trascorse abbastanza bene, rilassandomi e godendomi il paesaggio toscano e il fresco dell'Abruzzo. Dal giorno in cui ci siamo salutati, le cose sono andate complessivamente bene, ho cercato nelle mie attività, rapporti (lavorativi e familiari) di metterci passione, una buona dose di aggressività e un sano egoismo....difficile adesso tapparmi la bocca quando le cose non mi vanno a genio!!
Però ogni volta che torno a lavoro, seppure con uno spirito indubbiamente più allegro e vitale, finisco per avere, seppur moltissimo affievoliti, i miei classici sintomi di ansia... ma forse non solo sul lavoro, perchè qualche volta li ho avuti anche durante le vacanze. Sicuramente ho imparato a gestirli e come lei dice "le ricadute o le manifestazioni di ansia bisogna aspettarsele non spariranno magicamente e possono essere un’occasione per individuare taluni disappunti nascosti; pertanto cui non mi spaventano più ma capisco che dietro c'è da analizzare, le cd. MATRICI da approfondire....spero e sono sicura che nel cammino che riprenderò a settembre con il suo aiuto io possa avere dei benefici "vitali x la mia persona", come sono stati quelli che mi ha dato nei tre mesi trascorsi di analisi.
In questo momento sentivo di comunicarle il mio stato di benessere fisico e mentale e la mia serenità; si, volendo descrivere il mio stato d'animo attuale direi che mi sento