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Psicologo, psichiatra, neurologo o.?

 

Il Counseling


Adesso si parla molto di counseling. Che cos'è. A che serve. A chi e in che cosa si differenzia dalla psicoterapia. Interessante, a questo proposito, anche se molto discutibile, o proprio perché molto discutibile, il pezzo di Tommaso Valleri.
Intanto il titolo: Counselor o/è psicoterapia? Mi ricorda il convegno che si fece nel 98' alla SPC .Si era allora nel pieno di un dibattito iniziatosi quando certe immediate ricadute della legge 56/89 (ché prima di allora, diciamolo francamente, certi problemi, a parte i soliti scontri quasi rituali con i medici, non si erano mai, o quasi mai, posti) si resero evidenti in tutte le loro implicazioni anche ai più distratti o volutamente incuranti di certe basse questioni (così almeno le consideravano alcuni, psicoanalisti soprattutto) di politica professionale. Così partì l'operazione, operazione in verità assai più… politica di quanto non si sia mai voluto ammettere, volta a distinguere la psicoanalisi dalla psicoterapia e dunque a dimostrare che il suo esercizio (quello della psicoanalisi) poteva, anzi doveva svolgersi libero da ogni vincolo di legge riguardo l'esercizio della psicoterapia stessa.

Operazione che non poteva non produrre i suoi indesiderabili effetti collaterali. Per esempio che la domanda di psicoanalisi (formazione e fruizione) potesse subire un calo. Che la gente si mettesse a chiedersi in che cosa più consistesse l'offerta: se la psicoanalisi non è o non è più psicoterapia o almeno anche psicoterapia…. che cos' è? A cosa serve? Perché spendere tanto per formarcisi? Perché spendere tanto per accedervi?

Il fatto è che una volta regolamentata la psicoterapia, fatto che, al di là dei pro e dei contro e delle ancora possibili migliorie che ancora si potranno ottenere di detta regolamentazione, io ritengo irreversibile, qualsiasi intervento psicologico sulla persona che si proponga come professionale e che nel contempo non voglia o non possa sottostare ai vincoli della legge 56/89, deve giocoforza riuscire a distinguersi (cosa non proprio facile) dalla psicoterapia. E' toccato alla psicoanalisi per prima, poi anche alla mediazione familiare, oggi è il turno del counseling e già si parla di counseling ad orientamento psicoanalitico, sistemico, gestaltico, rogersiano…

Cosa non proprio facile, dicevo, perché certi distinguo sorti post legem e ormai diventati quasi slogan ruotanti tutti intorno all'assunto tutto sommato vago tanto quanto perentorio (di qui, come per gli slogan il suo carattere suggestivo?) che la psicoterapia si rivolge alle psicopatologie e il counseling invece no (promuove la salute) reggono fino a un certo punto. Come se promozione della salute della psiche e trattamento delle sue eventuali patologie fossero cose tanto facilmente separabili. O fossero cose tanto facilmente separabili certe prerogative del counseling come il potenziamento delle risorse di rogersiana memoria (ma non era Rogers uno psicoterapeuta?) o la consapevolizzazione del proprio disagio (ma non era stato Freud stesso a scoprire l'importanza terapeutica di certe prese di coscienza?) dal processo di guarigione della patologia. O come se la sofferenza psichica (prerogativa della psicoterapia) bastasse chiamarla "disagio" o … "problema" (un problema senza sofferenza?) per trasformarla ineccepibilmente in oggetto di counseling.

Dunque tanto vale denunciare chiaramente un fenomeno che è ormai da considerarsi dato storico, quello del grande sforzo iniziatosi post legem e a tutt'oggi in atto di certo ambito psicologico di ritagliarsi spazi di mercato (e spazi epistemologici volti a giustificarlo) ai limiti di quelli tradizionalmente arrogatisi dalla psicoterapia stessa. Fenomeno che, se da un lato risponde felicemente ad una domanda della gente in atto già molto prima della legge 56/89, quella di potere ricorrere allo psi… senza doversi definire e neanche sospettare "malato" (vado dallo psi…no, non perché abbia bisogno di curarmi, non sono mica malato, ma per confrontarmi, chiarire certe problematiche, analizzarle, arricchirmi, approfondire le mie consapevolezze, potenziare le mie risorse… ecc…) dall'altro lato rischia di colludere con detta domanda, la quale potrebbe coprire indizi o di per sé già essere sintomo di disturbo o… lo vogliamo usare il termine famigerato? L'innominabile? Di malattia.

Ma non si pensi che io intenda deprecare il fenomeno in questione. Da psicoterapeuta risentita di vedere oggi la psicoterapia attaccata un po' da tutti, dagli psicoanalisti che guardano agli psicoterapeuti come ai ghostbusters della psiche, gli scacciasintomi, dai medici, ora dai counselor… Da psicoterapeuta più incuriosita e interessata al fenomeno in questione più di quanto lo stesso non possa causarle qualche irritazione io intendo denunciarne l'esistenza, capirne la portata e il senso.

Si tratta comunque di qualcosa che costituisce la prova di fatto che la relazione tra soggetti e la ricerca attraverso la stessa di soluzioni a quello che al momento a un di loro si presenta come problema può costituire di per sé professione ovvero offerta di relazione prof essionale (non mi piace granché il termine, peraltro molto in voga, di relazione d'aiuto che rimanda sempre un po' all'idea di assistenzialismo, volontariato, o comunque a un tipo di rapporto libero dai vincoli imposti dalla professionalità) e ciò a prescindere dalla valenza prettamente terapeutica che a detta relazione vorranno assegnare, riconoscere oppure no, i suoi contribuenti.

E, al di là di ogni definizione formale, giuridica, epistemologica etc.., saranno alla fine proprio loro, i contribuenti a una relazione che si stabilisce tra una domanda di prestazione professionale da una parte e un'offerta dall'altra a connotare la relazione stessa, se si tratta di psicoterapia, counseling o quant'altro. Proprio come non possono essere altro che le persone interessate a decidere se certa relazione in corso tra loro è di amicizia o amorosa o d'altro tipo.

E lo faranno, sia gli uni che gli altri, non certo a caso, né ricorrendo a un atto del tutto arbitrario, bensì sulla base di valutazioni di vari elementi, formali e no, oggettivi (titoli di studio, abilitazioni etc..), soggettivi (l'importanza attribuita a detti requisiti da parte di chi fa domanda, i suoi desideri, le sue aspettative, le sue paure… i desideri le aspettative e le paure di chi si offre come capace e abilitato a rispondere a quella domanda) e intersoggettivi (quello che i contribuenti alla relazione in questione riusciranno a comunicarsi tra loro). Insomma tutto quanto andrà a costituire -ed è merito di Valleri aver posto l'accento su questo punto- il tanto decantato contratto. Contratto comunque sui generis perché vale in esso sì, come per tutti i contratti, tutto quello che si dichiara e ufficialmente si denuncia, ma poiché si tratta di un atto che è già parte integrante della relazione in corso, ovvero di un intervento sulla persona che si consuma all'interno di un atto comunicativo, vale in esso anche quello che non si dichiara e esplicitamente non si denuncia…
A cura di Patrizia Adami Rook