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Omosessualità e giustizia (Renato Voltolin)


Il problema della omosessualità secondo la Psicoanalisi



Senza dubbio, la Psicoanalisi costituisce l’approccio più proficuo per la comprensione della natura e del significato della omosessualità.
Liquidando ogni atteggiamento moralistico inteso a considerare l’omosessualità come una degenerazione, così come ogni tendenza a risolverne l’eziologia in termini di «costituzionalità», il problema della omosessualità ha trovato nella Psicoanalisi quell’atteggiamento neutrale, quella assenza di pregiudizio e quella disponibilità a vagliare ogni aspetto del problema, che caratterizzano, o dovrebbero caratterizzare, ogni seria indagine scientifica.
Tuttavia la reticenza degli psicoanalisti ad interessarsi dei problemi psico-sociali, unita all’idea che «la divulgazione sia tutto veleno per la Psicoanalisi» ha lasciato, senza confutarne l’inconsistenza, che si diffondessero e sedimentassero rispetto a questi, tutta una serie di fraintendimenti, individualmente e socialmente pregiudizievoli, alimentati inoltre da un certo psicologismo di scarsa qualità.
Il pensiero psicoanalitico nei confronti della omosessualità, come del resto nei confronti della concezione della sessualità, ha avuto invece una notevole evoluzione, anche se si tratta di un percorso sotterraneo e poco divulgato. Per cui mentre la «cultura» sociale è rimasta ancorata al primo Freud, il pensiero psiconalitico ha acquisito una notevole conoscenza del problema.
Si è creata dunque una situazione paradossale: gli studiosi competenti hanno disertato le aule, sia delle scuole che dei tribunali, mentre il pregiudizio l’ha fatta da padrone; specie per il concorso di quelli psicologi che amano più le luci della ribalta che non il sapere scientifico.
Sarà quindi il caso di rendere giustizia alla competenza psicoanalitica considerando sia pure sommariamente, la sua concezione dell’omosessualità, a partire, come è d’obbligo da Freud.
Freud si occupò della omosessualità fin dall’inizio delle sue indagini sulla sessualità infantile. Egli affrontò il problema in maniera differente in momenti storici diversi a seconda che l’omosessualità venisse da lui affrontata come problema psicopatologico o come fattore correlato al processo di sviluppo psico-sessuale.
Nel famoso «Tre saggi sulla sessualità», si preoccupò soprattutto di dimostrare che la sessualità è un elemento pulsionale originario e epigenetico dello sviluppo individuale, e quindi presente fin dall’infanzia.
Obbiettivo non da poco, dato che in quel periodo si riteneva ancora che la sessualità entrasse in gioco solo al momento della pubertà.
Il processo di sviluppo procede, secondo Freud, da una sessualità infantile con caratteristiche autoerotiche e narcisiste, prive quindi di oggetto, ad una sessualità adulta, così detta «genitale» caratterizzata dal rapporto d’oggetto eterosessuale.
In tal senso il discorso sulla omosessualità venne inizialmente utilizzato da Freud per evidenziare come, in questo percorso, non ci sia un legame originario e biologicamente predeterminato tra pulsione e oggetto sessuali. Egli collocò la omosessualità tra le «inversioni sessuali», inserendola quindi tra quelle che definì «le deviazioni rispetto all’oggetto sessuale»[1]
Egli si rese anche conto che lo sviluppo sessuale era una faccenda molto complicata, il cui esito non era affatto scontato. La complessità era tale che non aveva senso usare il termine omosessuale per definire una univoca e specifica patologia sessuale.
«Le persone di cui si tratta - disse - si comportano in modo diversissimo in differenti direzioni».
Evidenziò cioè che l’omosessualità era una soluzione, un risultato compromissorio, dagli esiti incerti e dalle direzioni spesso imprevedibili, di un intricato insieme di sentimenti e desideri, fondamentalmente in conflitto tra loro e facenti capo, al loro apice, alla vicenda relazionale triangolare nota come «situazione edipica».
Nei Tre saggi questa complessità non appare ancora in tutta la sua evidenza, in quanto, come dicevo, l’interesse di Freud era volto a dimostrare la natura pulsionale piuttosto che affettivo-emozionale dello sviluppo psichico, il cui funzionamento è fondato su principi economici (equilibrio tra tensione e soddisfazione ottenuto tramite meccanismi di difesa dalla sofferenza mentale) e dinamici (concetto di carica energetica e di investimento), strettamente correlato alle funzioni fisiologiche fondamentali: nutritiva, escretoria, motoria ecc. Si annunciava in Freud anche il rilievo, l’importanza, delle vicende relazionali e dei processi e fenomeni ad esse connesse (identificazione, conflitto tra pre-genitalità e genitalità, ambivalenza, organizzazione pulsionale, angoscia di castrazione ecc.) che però non vanno ancora al di là del problema dicotomico gratificazione-frustrazione.
E’ comunque chiaro fin da questo primo scritto che, invece di parlare di omosessualità intesa come sindrome, dovremmo parlare di soluzione omosessuale, ponendo l’accento sulla «ideologia relazionale» che questa sottende.
Freud distinse tra omosessuali assoluti, anfìgeni e occasionali, a seconda che l’omosessualità costituisca l’unica forma di desiderio sessuale oppure conviva con l’eterosessualità o infine abbia a che vedere con comportamenti omosessuali posti in essere in dipendenza di circostanze eccezionali, caratterizzate dalla non disponibilità dell’oggetto sessuale normale (collegi omosex, lunghi viaggi per mare, periodo bellico ecc.)
Egli distinse anche tra omosessualità sintonica e distonica; vale a dire tra omosessuali che riconoscono di essere portatori di una anomalia, di un problema, di una situazione «invertita», e quelli che negano tale stato:
«Gli invertiti - scrive nei Tre saggi - rivelano inoltre un comportamento molteplice nel loro giudizio sulla particolarità della propria pulsione sessuale. Gli uni prendono l’inversione come qualcosa di ovvio, così come la persona normale accetta la direzione della sua libido, e sostengono accanitamente la parità di diritti della loro tendenza e di quella normale. Altri invece insorgono contro il fatto della propria inversione e la sentono come una coazione patologica.»
Riguardo poi al momento della comparsa del desiderio omosessuale, e cioè al fatto che alcuni pensano di essere sempre stati omosessuali mentre altri indicano un momento della loro vita in cui se ne sono accorti, e altri ancora dichiarano di aver oscillato tra omosessualità e eterosessualità, o meglio, di essersi rivolti alla omosessualità dopo aver avuto esperienze eterosessuali, Freud si mostra alquanto scettico e sostiene la generale scarsa attendibilità dei ricordi riportati dai soggetti (concetto di paramnesia e di ricordo di copertura).
E’ sorprendente la capacità di analisi della situazione mostrata da Freud fin da questo primo lavoro, per cui il lavoro dei suoi successori pur ampliando e aggiornando queste intuizioni non tolse nulla alla loro originalità.
Freud si oppose fin da allora al concetto di «degenerazione», consapevole com’era, che l’omosessualità è presente in persone il cui comportamento è per il resto, nella norma, che spesso posseggono notevoli capacità e che addirittura si distinguono per uno sviluppo intellettuale e doti artistiche particolarmente elevate.
E’ per tale motivo che suona ancor più stridente l’ostracismo sociale che ha caratterizzato l’atteggiamento dei più riguardo alla figura dell’omosessuale, pur comprendendo che a tale ostracismo non era estranea la volontà di trovare un comodo capro espiatorio.
«L’inversione - avverte Freud - fu un fenomeno frequente, quasi una istituzione munita di importanti funzioni, presso i popoli antichi all’apice della civiltà».
A proposito della diatriba tra coloro che sostengono il carattere costituzionale dell’omosessualità e coloro che vi oppongono l’idea che si tratti di un comportamento acquisito, Freud nota che i primi sono contraddetti dalla esistenza di forme «non assolute» di omosessualità (ambisessuali), i secondi dal fatto che dei soggetti sottoposti dal punto di vista delle interferenze sessuali (traumi, seduzioni, ambiente ecc.), alle stesse circostanze sessuali di vita, solo alcuni diventano omosessuali.
Se tutto ciò non bastasse, la questione è resa ancora più complessa dal fatto che non tutti gli omosessuali hanno le caratteristiche sessuali dell’altro sesso (cioè non tutti gli omosessuali maschi sono effemminati; e non tutte le lesbiche hanno tratti mascolini). Non tutti gli omosessuali sono poi attratti dallo stesso tipo di partner (giovani virili o femminei, adulti, travestiti ecc., possono tutti essere oggetto di attrattiva); e inoltre molti di questi, oltre ad oscillare tra preferenze diverse, possono mutare nelle diverse fasi della loro vita sia i loro atteggiamenti che i loro comportamenti, così come possono mutare sostanzialmente le loro preferenze.
Infine, anche le teorie dell’ermofroditismo e della bisessualità (nel senso somatico-biologico del termine) vengono da Freud prese in considerazione e sottoposte a confutazione; anche perché questa volta tali teorie non spiegano il perché un soggetto diventi eterosessuale invece che omosessuale.
In conclusione, Freud afferma che «La natura della inversione non si spiega nè supponendo che essa sia innata nè che sia acquisita».
Il problema è dato soprattutto dal fatto, e qui viene ribadito il rapporto tra soggetto e oggetto, che «abbiamo l’abitudine di rappresentare in modo troppo intimo il legame della pulsione con l’oggetto sessuale. L’esperienza dei casi ritenuti anormali ci insegna invece che, in tali casi, tra pulsione sessuale e oggetto sessuale non vi è che una saldatura[2]: noi corriamo il pericolo di trascurare questo fatto data l’uniformità della strutturazione normale, nella quale la pulsione sembra comportare l’oggetto... La pulsione sessuale probabilmente è in un primo tempo indipendente dal proprio oggetto e forse non deve neppure la sua origine agli stimoli del medesimo».
Freud sostenne cioè che all’inizio della vita vi è una sessualità «senza oggetto», laddove quindi il piacere sessuale è ottenuto attraverso la stimolazione di zone del proprio corpo diverse da quelle genitali (le così dette zone erogene); stimolazione che a sua volta non necessita della presenza dell’oggetto ma dapprima deriva per appoggio dalle stesse funzioni vitali e fisiologiche (nutrizione, funzione escretoria, movimento muscolare), nel senso che il bambino privilegia come zone erogene proprio quelle che sono correlate alle funzioni fisiologiche (bocca, ano), e che successivamente può essere provocata da pratiche masturbatorie (in senso lato).
Si tratta di una acquisizione concettuale in grado di far luce sullo sviluppo della sessualità come mai era prima accaduto; la scoperta cioè dell’esistenza di quella che è stata definita «sessualità pre-genitale», per cui la pulsione sessuale viene dapprima soddisfatta senza che il piacere sia collegato all’attività genitale né che sia, tanto meno, necessaria la congiunzione tra genitali di sesso diverso.
La sessualità pregenitale ha, per così dire, natura transitoria (anche se la ritroviamo poi commista, nel così detto polimorfismo, alla sessualità matura) e solo successivamente assume una direzione specifica con uno specifico oggetto sessuale. Anche se tale direzione di sviluppo è in qualche modo determinata biologicamente, dipende sostanzialmente da quello che Freud definì come il problema delle «vicissitudini degli istinti» ma che oggi, parafrasando Freud potremmo definire il termini di «vicissitudini delle relazioni».
Certamente oggi sappiamo che quando Freud parlava di sessualità senza oggetto, non teneva ancora conto della così detta realtà psichica per cui più che una mancanza di oggetto, all’inizio dell’infanzia, vi è la mancanza di un oggetto «reale», in quanto vi è comunque uno o più oggetti di fantasia (oggetti fantasmatici). Tuttavia la grande scoperta consiste nell’idea che la mente costruisce se stessa, compresa la sua identità sessuale, pezzo per pezzo, e il suo sviluppo e la sua struttura non sono predeterminati se non secondo linee che potremmo chiamare «di tendenza» e che altri ha chiamato «modi» e modalità» (E.H.Erikson) nel senso che la natura definisce le modalità ma non la sostanza. Certamente vi sono anche degli «organizzatori filogenetici» che a livello concettuale alcuni definiscono come pre-concezioni (Wilfred Bion).
Riguardo a quest’ultimo concetto occorre certamente ammettere che, nel caso della sessualità, vi è una pre-concezione della sua realizzazione eterosessuale (relazione edipica), così come vi è una pre-concezione del rapporto tra bocca e seno nella fase di allattamento; probabilmente la relazione eterosessuale è iscritta geneticamente e tende alla perpetuazione della specie.
Si tratta, come si vede, di uno sviluppo laborioso e costellato di vicissitudini in presenza e in dipendenza di fattori che possono influire in maniera favorente od ostacolante il processo di sviluppo sessuale.
Questo percorso a partire dalla sessualità pregenitale che oltre ad essere senza oggetto, attraversa poi varie fasi (autoerotica, narcisistica) a differente struttura organizzativa (orale, anale, fallica), ci induce a concludere che la genitalità eterosessuale è un risultato relativamente tardivo nello sviluppo del soggetto e trova la sua effettiva realizzazione nella tarda adolescenza, in quanto è solo a questa età che il processo di identificazione arriva a conclusione.
Il concetto di identificazione fu ed è tuttora fondamentale per chiarire l’aspetto essenziale della scelta sessuale. Freud mostrò come l’identificazione di un soggetto avvenisse normalmente con l’oggetto che si voleva essere (quello dello stesso sesso) ma che in certi poteva avvenire con l’oggetto che si voleva possedere (confusione tra identificazione e rapporto oggettuale) per cui l’identificarsi con l’oggetto di sesso diverso poteva essere come equivalente al possederlo entro di sé, rinunciando a realizzare nella realtà il concreto rapporto oggettuale corrispondente.
Vale a dire «se io sono l’oggetto che vorrei avere», non ne sento più la mancanza perché Io sono quell’oggetto».
La scelta della identità sessuale è influenzata dal clima di amore o di odio, dalla disponibilità in termini di assenza e presenza delle figure genitoriali, dalla tollerabilità della distanza affettiva, il che mostra come l’omosessualità, come del resto l’eterosessualità possa originare da motivazioni diverse; da qui la tipologia a cui facevo accenno più sopra..
Per quanto riguarda l’omosessualità intesa come sindrome psicopatologica, Freud se ne occupò in diverse occasioni. Nel saggio che tratta del Caso del Presidente Schreber, Freud si occupa questa volta dell’omosessualità come sindrome psicopatologica, considerandola come sottostante la paranoia. E’ in questo saggio che Freud conia la famosa formula che si riassume nella seguente sequenza di riflessioni:
«Io (un uomo) amo lui (un uomo). Questo viene contraddetto da «io non lo amo-lo odio». «Io lo odio» si trasforma [infine], attraverso la proiezione, in «egli odia (perseguita) me, e quindi ho ragione di odiarlo»
Secondo Freud la paranoia sarebbe in sostanza una difesa contro il sentimento omosessuale.
Vale solo la pena di accennare che il rapporto omosessualità-paranoia, pur continuando ad essere sostenuto come caratterizzante alcune forme di omosessualità, venne dai seguaci della psicoanalista Melanie Klein, sostanzialmente capovolto: nel senso che fu l’omosessualità a rivelarsi come una difesa dalla paranoia (Rosenfeld 1948) Questo capovolgimento è importante perché, mentre Freud considerava l’omosessualità qualcosa da cui il paranoico si difende, ora è la omosessualità ad essere considerata come una difesa utilizzata anche, ma non solo, nei confronti della paranoia.
Freud trattò anche dell’importanza della identificazione con la madre per l’omosessualità maschile nello scritto «Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci», e nello scritto del 1921 «Psicogenesi della omosessualità a partire da un caso di omosessualità femminile», ai quali si rimanda per eventuali approfondimenti.
Dopo Freud, gli studi sulla natura delle identificazioni che sono alla base del senso di identità occuparono gran parte dell’impegno degli psicoanalisti, allo stesso modo che il complesso edipico divenne ben presto evidente non solo nella versione originaria ma anche in quella detta «negativa» o invertita (amore per il genitore di sesso diverso e odio per quello di sesso opposto). Oggi sappiamo che le identificazioni non avvengono solo assumendo in sé le immagini genitoriali con le loro proprie reali caratteristiche e qualità (identificazione introiettiva); ma anche mettendo primariamente in loro, prima che avvenga l’introiezione, aspetti della personalità che sono nostri e che non corrispondono alla loro reale personalità (identificazione narcisistica).
Un adeguato processo di acquisizione della identità avverrebbe quando il soggetto, consapevole delle reali qualità personologiche dei genitori (a cui si aggiungono quelle delle altre «figure» genitoriali) assume costoro come esempio, come modello. Queste immagini genitoriali o similari (maestri, guide, personaggi ammirati, stimati) sarebbero consapevolmente distinte da sé e considerate come figure di riferimento che influirebbero sulla nostra acquisizione della identità senza peraltro crearci confusioni di identità.
E’ chiaro che un soggetto così detto «sessualmente normale» o se preferiamo, «sessualmente maturo» è quello che ha assunto l’identità del genitore dello stesso sesso, (configurata secondo l’idea che egli ne ha e modificata dalle esperienze successive) e che si pone in rapporto con un oggetto di sesso diverso le cui qualità sono confrontate (positivamente o meno che sia) con quelle genitoriali.
In conclusione, sul piano metapsicologico, si può dire che l’omosessualità deriva da distorsioni identificatorie.
Quello che rende anomala la scelta omosessuale è poi il fatto che si tratta di una «scelta» che è tale solo in apparenza, in quanto il soggetto è costretto a tale scelta per evitare una sofferenza psichica correlata ad una situazione di conflitto relazionale di natura arcaica.
Il conflitto ha a che vedere oltre che con l’amore e con l’odio anche con sentimenti quali gelosia, invidia, avidità. Occorre perciò distinguere la natura del sentimento sottostante. La distinzione che mi interessa rilevare prima di ogni altra è quella che distingue l’omosessuale la cui scelta sessuale è motivata dall’odio dall’omosessuale che è divenuto tale per paura; odio e paura sono ovviamente intesi come relativi alla eterosessualità.
Si potrebbe obiettare che dovremmo considerare anche l’omosessuale che è tale per amore; cioè per amore del genitore dello stesso sesso. Sembra però provato che l’amore per il genitore dello stesso sesso non spinge all’omosessualità ma genera il desiderio di identificarsi con lui, piuttosto che possederlo come oggetto d’amore sessuale; in quanto quest’ultima alternativa sottenderebbe invece la fantasia di toglierlo all’amore del genitore di sesso opposto. Un’altra ragione che sembra smentire l’idea dell’amore omosessuale è che questo è spesso una forma di amore narcisistica, vale a dire che il soggetto ama nell’altro un sé stesso proiettato.
Se tutto ciò non bastasse, occorre anche tenere presente che le forme omosessuali sono diverse, nel loro significato affettivo ed emozionale, a seconda dei ruoli inconsci che il soggetto assume e fa assumere al partner. Vale a dire che quando due soggetti dello stesso sesso, poniamo due donne, vivono un rapporto omosessuale occorre stabilire; per ciascuno dei soggetti quali sono i personaggi inconsci rappresentati (bambino, bambina, padre, madre); abbiamo già visto che a volte il soggetto si identifica con la madre e identifica il partner con il se stesso bambino.
L’omosessualità può anche evolversi nel senso che la stessa «natura» dei personaggi «in scena» può cambiare nel tempo.
Infine, proprio in funzione del fatto che la personalità è composta e gestita da personaggi che possono, per così dire alternarsi nella gestione della psiche del soggetto, un soggetto può vivere una accanto all’altra o in alternanza periodica, relazioni omosessuali ed eterosessuali.
Per quanto riguarda l’età in cui l’omosessualità si manifesta, possiamo ritenere che un soggetto omosessuale rimarrà tale solo se la sua omosessualità permarrà anche dopo aver superato l’adolescenza. La omosessualità che si manifesta nel corso della adolescenza (nel bambino era vissuta in fantasia), è il più delle volte un evento «normale». Vale a dire che i frequenti casi di rapporti omosessuali che si manifestano nei collegi omosex non hanno natura effettivamente tale, ma hanno significato di forme di sperimentazione della eterosessualità effettuate in ambiente non adatto; allo stesso modo in cui non sono da considerarsi sintomi di omosessualità gli episodi che si verificano in situazioni in cui l’altro sesso non è disponibile come partner sessuale per lunghi periodi, come i viaggi per mare, la vita claustrale o la vita carceraria.