Attenzione

se stai leggendo questo testo significa che il tuo browser non supporta i fogli di stile (CSS). Se stai usando uno screen reader, prosegui con la navigazione, altrimenti segui le istruzioni su come aggiornare il tuo browser.
 
Studio di Psicologia e Psicoterapia (logo)


Contenuti centrali

Informazioni su…

->

Fondamenti di psicologia giuridica

->Reati e minori->Pedofilia e giustizia

Omosessualità e giustizia (Renato Voltolin)


Omosessualità come fenomeno misconosciuto



E’ opportuno chiedersi perché la maggioranza della gente, uomini di Legge compresi, ignorino o evitino di aggiornarsi su quanto la scienza psicologica più sperimentata ha detto riguardo l’omosessualità in questi ultimi cento anni.
In altre parole: come mai il problema della omosessualità non ha ancora avuto, in ambito giuridico o sociologico, una definitiva definizione di «status»? Perché non vi è una opinione condivisa del rapporto tra omo ed etero sessualità al di fuori della pratica clinica? Perché non si è mai discusso, con il dovuto rigore scientifico, sui processi e sulle condizioni familiari e sociali che concorrono alla scelta omosessuale?
A meno che non si voglia considerare soddisfacenti gli enunciati e le opinioni di certi psicologi, tanto generici quanto approssimativi, queste domande risultano sostanzialmente inevase.
Argomentazioni quali la presenza esclusiva di donne in famiglia, la influenza di una madre castrante, un eccesso di autoritarismo paterno, una identificazione narcisistica con la madre ecc., sono tutti argomenti pertinenti solo se inseriti in una argomentazione articolata, fondata clinicamente e giustificata metapsicologicamente.
D’altro canto, l’accento posto sul carattere innato e sulle ipotesi ormonali porta inevitabilmente alla rinuncia di qualsiasi tentativo di comprensione psicodinamica dell’omosessualità e lascia lo spazio alle ipotesi di intervento farmacologico con le inevitabili delusioni che comportano (per non parlare dei danni collaterali).
La scienza psicologica più impegnata, in primo luogo la Psicoanalisi, ha invece da tempo inquadrato il problema all’interno della nosografia clinica, in modo tale che non vi sembrerebbero essere dubbi sulla natura del problema omosessuale.
Per quanto riguarda la Psicoanalisi, che indubbiamente è la scienza più avanzata nella conoscenza della mente, Freud e i suoi successori (ortodossi o meno che fossero) non hanno mai avuto dubbi sulla natura psicopatologica dell’omosessualità o, come diciamo oggi, sul fatto che questa è sostanziata da uno stato di sofferenza psichica.
Per non parlare poi di specialisti della questione, quali Bergler, Greenacre, la Smirgel, Alexander, Balint, Gillespie, Feldman, Lorand ecc., la cui approfondita esperienza clinica depone nello stesso senso.
E allora? Perché tanta incertezza? Perché un così diffuso equivocare?
La difficoltà di risposta non è a mio avviso, di natura esclusivamente scientifica (anche se la questione richiede una grande competenza clinica, non certamente diffusa), ma è anche strettamente collegata a problemi psico-sociologici che coinvolgono la stessa «popolazione» eterosessuale; nel senso che l’omosessualità è uno di quei problemi che per la loro diffusione mobilitano e si prestano a «movimenti» di solidarietà e di alleanza pro e contro.
Più semplicemente si può dire che il rifiuto di accettare definizioni di stampo psicopatologico e nello stesso tempo la spinta alla «ghettizzazione» sono ricorrenti laddove la questione riguarda un gran numero di individui e soprattutto laddove sono suscettibili di essere chiamate in gioco responsabilità sociali (genitori, scuola, Pubbliche Istituzioni) così facili a strutturarsi in termini paranoidi (a questo riguardo si parlava un tempo di pericoli per la corruzione o di traviamento della gioventù) che portano alla ricerca di un capro espiatorio.
E’ lo stesso problema che fa essere così tolleranti nei confronti della prostituzione: esso in qualche modo accomuna il più libertino e il più insospettabile padre di famiglia, per cui l’esecrazione è sempre decisamente dichiarata ma scarsamente perseguita nei fatti (chi è davvero senza peccato lanci la prima pietra). Problemi come l’alcolismo, il tabagismo, la prostituzione, la curiosità pornografa ecc., tendono ad essere negati in termini di gravità, nonostante l’evidenza o, al contrario denunciati ma, per così dire «a piede libero»; ciò proprio a motivo della loro ubiquitarietà (sia pure con differenze di grado).
Vedremo come questa ubiquitarietà renda ragione, all’opposto, anche di una certa tendenza all’inglobamento e dei tentativi di «normalizzazione sociale»: strategie tipiche in caso di problemi di difficile soluzione.
Da parte mia, sono convinto che, proprio a motivo di questa complicanza dovuta a problemi collaterali a quello principale, occorra quanto mai fornire, almeno a coloro a cui è demandata la responsabilità della regolamentazione dei rapporti sociali, un quadro concettuale semplice, comprensibile, ma dignitosamente scientifico, privo di tecnicismi di sapore «esoterico», che permetta una visione critica della questione omosessuale e travalichi il limite della mera «opinione» e che costituisca infine ( cosa che ci interessa particolarmente) un criterio di orientamento nella pratica amministrazione della giustizia.
Non dimentichiamo infine come l’omosessualità costituisca un problema «sommerso» della realtà carceraria
L’omosessualità come elemento ubiquitario nello sviluppo psichico
Definendo l’omosessualità come elemento ubiquitario intendo riferirmi al fatto che l’omosessualità, intesa nel suo significato etimologico più ampio, è una esperienza che è parte integrante del processo di sviluppo psicofisico dell’individuo. Vale a dire che, come vedremo, è ormai provato e assodato, che ogni essere umano maturo passi, transiti, attraverso esperienze psicologiche alternative e opposte, comprese quelle che hanno a che vedere con la valorizzazione del proprio e dell’altro sesso e che hanno quindi, in questo senso, carattere etero od omo sessuale. Anche perché il risultato auspicabile è una struttura mentale «bisessuale» (nel senso che il soggetto deve essere capace di identificarsi, oltre che con il proprio sesso, anche con il sesso opposto, se vuole cercare di comprenderne la natura e la mentalità).
Ciò significa che ogni essere umano è quindi potenzialmente «esposto», in certe condizioni sfavorevoli, alla scelta omosessuale, nella misura in cui l’omosessualità può assumere carattere sessuale e quindi travalicare quell’esperienza a cui si fa riferimento con espressioni del tipo «noi uomini» o «noi donne»
Ne consegue che se l’omosessualità costituisce una implicazione comunque correlata al processo di sviluppo, nel senso che ciascuno di noi passa attraverso «fasi» omosessuali caratterizzate da sentimenti, atteggiamenti, fantasie, comportamenti omosessuali, è naturale aspettarsi che ogni soggetto tenda ad utilizzare strategie psicologiche difensive, oppositive o razionalizzanti, allo scopo di esorcizzare le ansie e i conflitti connessi alla esperienza omosessuale nella misura in cui può connotarsi in termini sessuali. Opposizione e «normalizzazione corrispondono a questo riguardo ai meccanismi di difesa fondamentali noti rispettivamente come negazione e proiezione. La prima è responsabile dell’eccesso di accettazione, la seconda dell’ostracismo sociale.
Ci si potrebbe chiedere: «come mai se l’omosessualità entra nel processo di sviluppo normale, crea ansie così forti da costringere il soggetto a difendersene?»
La risposta è che l’omosessualità partecipa sì al processo di sviluppo, ma come esperienza connessa all’identità e non come esperienza tale da essere assunta come scelta sessuale. Vedremo più avanti come Freud avesse fin dall’inizio avvertito sul diverso esito che può avere il rapporto con il genitore dello stesso sesso qualora il processo di identificazione subisca una distorsione.
In sintesi: tenere presente la parte che ha l’omosessualità nella vita mentale di ciascuno di noi è quanto mai essenziale; altrimenti ogni situazione omosessuale (qualunque cosa significhi, e di qualsiasi intensità si tratti) creerà una sensazione di incertezza, di disorientamento che prevarrà sul desiderio di approfondimento e di chiarificazione del problema. Ciò che non si riesce a comprendere o a definire crea ansia, con la conseguente tendenza a difendersene con strategie difensive. L’ansia relativa a problemi diffusi può accomunare e promuovere sodalizi e ciò avviene sia da parte degli omosessuali che da parte degli eterosessuali.
Da questo punto di vista, l’omosessuale ha, in un certo senso ragione quando afferma che l’eterosessuale mostra, col suo ostracismo nei confronti dell’omosessualità, di non essere affatto sicuro della sua scelta sessuale e di tradire l’esistenza di problemi sessuali.