Si configurano a questo punto almeno quattro alternative corrispondenti a quattro diversi modi di considerare l’omosessualità:
- il rapporto omosessuale viene considerato come la conseguenza, come il sintomo di un disturbo di personalità; in tal caso ad esso va riservata tolleranza e comprensione, va ribadita la legittimità della sua derubricazione come reato (potrebbe persino costituire, in certi casi, una attenuante); ma l’omosessuale non assume in quanto tale, dignità di soggetto di diritti civili se non in maniera limitata (convivenza omosessuale, agevolazioni abitative ecc.), in quanto non si tratta di persona i cui rapporti interpersonali sessuali siano da considerarsi «naturali».
- il rapporto omosessuale viene considerato non patologico ma coscientemente e responsabilmente perverso e quindi disdicevole. In tal caso va trattato alla stregua di tutto ciò che offende il comune senso del pudore, e va perseguito dalla Legge ogni qualvolta risulti «notorio» e l’omosessuale diventi responsabile di «pubblico scandalo»; così come accade in riferimento al reato di incesto.
- il rapporto omosessuale pur ritenendosi una forma di sessualità alternativa, si ritiene non sia compatibile con le qualità e le caratteristiche personologiche richieste per l’esercizio delle funzioni genitoriali, ne positivamente compatibile con i processi psicologici di sviluppo della prole. In tal caso, all’omosessuale può essere riconosciuto il diritto alla libera espressione, ma non l’accesso ad istituti giuridici che presuppongono pregiudizialmente tra i criteri di «assegnazione» una sorta di «status» di eterosessuale e una conseguente modalità di relazione eterosessuale; la sola ad essere considerata naturale nel senso della idoneità a promuovere naturali processi identificatori.
- il rapporto omosessuale si ritiene abbia diritto al riconoscimento di forma legittima di sessualità alternativa, vale a dire gli si riconosce il diritto di libera espressione e piena realizzazione affettivo-pulsionale. In tal caso le relazioni e le unioni che lo riguardato sono da considerarsi naturali e allora l’omosessualità, sia come modus vivendi, sia come tipo di relazione di coppia, può pretendere la stessa tutela riservata alle famiglie di fatto eterosessuali.
Certamente alcuni nodi rimarranno comunque, anche nella ipotesi più permissiva o, come si dice oggi, garantista. Il fatto, come ho detto, che il rapporto omosessuale non sia in grado di procreare, comporta una inevitabile differenziazione nell’ambito del diritti di famiglia. Tuttavia la qualifica di «sessualità alternativa legittima» avrebbe egualmente un effetto rivoluzionario nell’ordinamento giuridico e lo stesso desiderio di allevare la prole troverebbe ampio spazio in istituti quali l’adozione, l’affidamento e, al limite, la fecondazione eterologa.
Dobbiamo anche tenere presente che quelle sopraddette sono alternative a cui di fatto corrispondono altrettanti atteggiamenti della pubblica opinione sia pure con un diverso grado di adesione, per cui una definizione adeguata dell’omosessualità, considerata nella sua rilevanza giuridica, dovrebbe riuscire, per ritenersi scientificamente fondata e socialmente funzionale, a tener conto e in qualche modo a rendere ragione di tali atteggiamenti, per non dover fare continuamente i conti con gli «irriducibili» dell’ostracismo sociale.
Quest’ultima annotazione è tutt’altro che marginale. Se assumiamo un corretto atteggiamento psicologico, dobbiamo ritenere che, sia coloro che parlano di tolleranza e di comprensione per la malattia omosessuale, sia coloro che oppongono ostracismo e indignazione, sia infine gli stessi omosessuali quando hanno la pretesa che i loro rapporti, le loro relazioni stabili, vengano considerati come normali «rapporti di coppia», abbiano tutti una parte di ragione e che quindi ogni punto di vista possa pretendere legittimamente di trovare considerazione e significato all’interno della questione, pena l’ostinato dissenso.
Del resto il fatto che, di fronte al caso di un insegnante di scuola elementare, omosessuale dichiarato, si sia sostenuto con eguale forza, sia che tale situazione era scandalosa, sia che ciò non era affatto da considerarsi negativo o fuorviante per l’educazione scolastica, va indubbiamente in questa direzione.
Vale a dire che questo fatto mostra la variegata e contrastante gamma delle concezioni, spesso distorte, che circolano sull’argomento della omosessualità.
Il problema, a mio avviso, consiste nel fatto che il nostro argomento è di quelli che non sono definibili in maniera univoca, ma debbono essere connotati a seconda della loro collocazione all’interno di uno «spettro» (secondo l’esempio dei colori), i cui estremi devono essere chiaramente individuati per poter collocare la questione al loro interno sotto forma di tipologia piuttosto che di situazione univoca. La collocazione all’interno di questo spettro deve permettere, per essere attendibile, di attribuire a ciascuna fattispecie la connotazione, la configurazione psicologica e il significato che le sono propri.
Mostrerò come nel caso dell’omosessualità, i due estremi siano rappresentati dai sentimenti di odio e di paura-disperazione; per cui ad un estremo incontreremo l’omosessuale perverso e all’altro estremo l’omosessuale che pur mosso da sentimenti d’amore è troppo impaurito e disperato per scegliere l’eterosessualità.
Del resto questo è valido anche per l’eterosessualità laddove odio e amore costituisco pur sempre i sentimenti antagonisti in gioco, che esitano, qualora siano esasperati in un senso o nell’altro, rispettivamente nell’eterosessualità perversa o creativa.
Ma di questo darò conto dopo aver trattato della natura e del significato della omosessualità.