I disturbi di apprendimento del bambino in regime di separazione coniugale (di Giovanna Baffi)
Funzioni genitoriali e conoscenza
Per meglio comprendere la natura del problema, occorre illustrare, se pur sinteticamente, il concetto di funzioni genitoriali e valutarne l'essenzialità per lo sviluppo del bambino, sia dal punto di vista psicofisico che cognitivo.
Ciò soprattutto se si vuole capire che cosa possa essere messo maggiormente in difficoltà nel rapporto figlio/genitore, a fronte di una separazione coniugale.
Se è vero che il processo di crescita, in tutti i suoi aspetti ivi compreso l’apprendimento, è un evento spontaneo connaturato all’uomo, è altrettanto vero che tale sviluppo può essere favorito o meno dall’ambiente nel quale si realizza. E nell’ambiente è, in primo luogo, la relazione con i genitori che condiziona la crescita e determina le sorti dello sviluppo di ogni soggetto.
Il bambino, si potrebbe dire, «si costruisce» nel suo rapporto con i genitori, interiorizzandone le caratteristiche. Non si tratta, però, di semplice imitazione, bensì di un processo molto più ampio e complesso.
La psicoanalisi definisce «organizzazione di oggetti interni» la capacità che ognuno di noi possiede di costruire dentro di sé fantasie e immagini con le quali si rappresenta le persone, le relazioni e gli eventi della propria esperienza di vita.
I primi «oggetti interni» che il bambino, fin dalla nascita, comincia a costruire corrispondono all’immagine dei genitori collegata al loro agire e al modo di svolgere le loro funzioni.
In che modo la madre, dapprima, e, successivamente, il padre sanno contenere e gestire le emozioni, soprattutto quelle negative: sofferenza, paura, angoscia, che il bambino si trova ad affrontare fin dai primi momenti di vita?
Se il genitore è capace di modulare tali emozioni in modo da renderle accettabili, può aiutare il bambino. Viceversa se lo lascerà solo con le proprie sofferenze, lo indurrà a negarle o a tentare di eluderle, a scapito delle essenziali esperienze emotive di cui egli ha bisogno per un adeguato sviluppo psicologico.
Padre e madre possono trasmettere fiducia o sfiducia, mostrarsi tolleranti oppure no, infondere sentimenti di ottimismo e sicurezza o, al contrario, di frustrazione e incapacità.
Sono tali atteggiamenti che il bambino gradualmente fa propri, interiorizzando immagini parentali con le quali tende ad identificarsi, che prende come modello e che saranno l’elemento portante della propria struttura di personalità.
Durante la crescita e nelle fasi successive della vita altre persone, nell’ambito familiare ed extrafamiliare, saranno oggetto di introiezioni complementari che andranno ad integrare quelle precedenti; il ruolo delle figure genitoriali rimarrà comunque primario nella strutturazione della personalità.
Per quanto riguarda, in particolare, la genesi dei processi di apprendimento, è relativamente recente nel tempo l’acquisizione che lo stesso sviluppo della conoscenza possa determinarsi solo in presenza di condizioni emotive e affettive idonee.
E’ soprattutto merito della psicoanalisi l’aver dato un contributo significativo in tal senso, inserendo il processo di conoscenza nella dimensione affettiva ed emozionale della personalità.
In particolar modo, grazie a Wilfred Bion, si è giunti a ipotizzare che ciò che spinge l’individuo a conoscere il mondo esterno sia una pulsione epistemofilica, un vero e proprio istinto innato: il desiderio di colmare il vuoto, l’incertezza, una specie di «fame di verità» a fronte della quale il conoscere diventa «cibo per la mente».
Non si tratta tuttavia di una conoscenza «asettica» del mondo esterno. Il mondo assume un significato in funzione delle nostre emozioni, delle quali, per un meccanismo di proiezione, diventa un «contenitore».
Questo ci appare evidente quando consideriamo, ad esempio, quanto possa diventare per noi dolorosamente negativo un luogo dove abbiamo sperimentato disperazione, mentre, invece, luoghi e oggetti cari ai nostri ricordi sono quelli che abbiamo associato ad emozioni positive.
E quindi anche la spinta a conoscere è determinata dalla qualità delle emozioni che accompagnano e traducono l’esperienza: si apprende significativamente ciò che stimola in noi emozioni siano esse positive o anche negative purché tollerabili. Una angoscia eccessiva, non modulata dall’intervento esterno, può impedire la conoscenza e, in casi estremi (e patologici) bloccare lo stesso sviluppo del pensiero; ma anche l’assoluta assenza di esperienze dolorose è poco funzionale alla crescita.
Alcuni esempi: per il bambino molto piccolo il mondo esterno si presenta attraverso emozioni positive, ma anche altre negative: disagio, dolore, paura della separazione e della solitudine.
E’ la presenza di una madre attenta che può rendere possibili tali esperienze emotive, contenendo una angoscia che, se eccessiva, potrebbe indurre il bambino a rifiutare l’esperienza, ma, nel contempo, permettendogli di affrontare piccole frustrazioni in un clima fiducioso e costruttivo per poter apprendere dall’esperienza.
Così, quando il neonato esprime il suo disagio attraverso il pianto, un intervento materno troppo procrastinato nel tempo può indurlo a chiudersi in uno stato di angoscia, negando quelle stesse emozioni che gli procurano una sofferenza intollerabile. D’altronde, un intervento troppo immediato, o ancor più, un modo di prevenire con ansia ogni bisogno del bambino può, a sua volta, evitare al bambino quelle esperienze emotive necessarie alla conoscenza.
E’ quanto accade anche quando genitori iperprotettivi impediscono al figlio esperienze che gli permetterebbero di crescere affrontando le proprie sofferenze e paure. Concedere al bambino di dormire con i genitori non è, ad esempio, il modo migliore per fargli superare le normali ansie del distacco serale, così come assecondarlo nelle sue richieste di dipendenza non ne favorisce la possibilità di sperimentare forme di autonomia vincendo la paura della solitudine (pur acconsentendo che il tutto deve avvenire con gradualità).
L’azione di contenimento delle angosce del bambino al fine di consentirgli la sperimentazione e la conoscenza, è quindi uno dei compiti fondamentali del genitore ed è, in particolare, prerogativa della funzione materna.
Se nella madre il bambino ripone e scarica le proprie ansie e bisogni cercandone la rassicurazione, è però il padre che a ciò pone un freno e, con la sua presenza significativa, contribuisce a diluire il primo legame del bambino con la madre, ne facilita la difficile separazione e lo stimola ad aprirsi alla conoscenza del mondo e quindi alla crescita.
Quando il bambino, al suo ingresso nella scuola, acquista per la prima volta un ruolo sociale ben definito, è del supporto di entrambi i genitori che egli ha necessità.
La funzione del padre, che agli occhi del bambino rappresenta l’universo maschile caratterizzato dall’ordine e dalla norma, è, a questo punto, essenziale. Anche quando è la madre a stabilire le regole, il loro imprinting risulta sempre di stampo «paterno».
Esistono quindi funzioni più specificamente «paterne» e «materne», anche se vi possono essere compensazioni, per cui entrambe le funzioni possono essere svolte in parte da ambedue i genitori.
L’organizzazione di una personalità adulta, che inizia a strutturarsi già dalla prima infanzia, prevede, peraltro, un’equa integrazione di attributi maschili e femminili, possibile se vi è una buona interiorizzazione della coppia genitoriale. Possiamo già facilmente intuire quanto possa risultare disfunzionale a queste necessità il fatto che la coppia sia separata.