I disturbi di apprendimento del bambino in regime di separazione coniugale (di Giovanna Baffi)
La difficoltà di apprendimento
Per poter considerare la possibile correlazione tra disagio conseguente a problemi familiari e difficoltà in ambito scolastico, occorre prima aprire una breve parentesi su quelle che sono oggi alcune caratteristiche dell'insuccesso scolastico e della difficoltà di apprendimento.
L’esperienza maturata in anni di attività in Servizi Psicopedagogici mi permette di rilevare che una tra le motivazioni più frequenti che determinano i genitori a richiedere una consultazione è la presenza di problemi relativi all'inserimento e al rendimento scolastico dei loro figli.
Quasi sempre all'origine della richiesta vi è la constatazione di un profitto giudicato insufficiente o, comunque, inferiore alle aspettative, spesso associato a comportamenti in qualche modo distonici rispetto alle esigenze dell’ambiente scolastico.
E’ ovvio che molto meno ci si preoccupa quando il rendimento è buono o addirittura ottimo, anche se l’alunno dimostra un investimento eccessivo delle proprie energie nel lavoro scolastico: è il caso di quei bambini precisi in maniera ossessiva, puntigliosi nel loro impegno, incapaci di accettare di sbagliare e talmente presi dal ruolo di «primi della classe» che, a ben vedere, attraverso tali manifestazioni, possono evidenziare un disagio anche più grave!
Difficoltà nell'apprendimento e/o in genere nell’inserimento scolastico sono attualmente molto diffuse: stime recenti individuano intorno al 20 % della popolazione scolastica la proporzione di alunni che completano la scuola dell’obbligo avendo raggiunto solo parzialmente gli obiettivi di apprendimento e con risultati sensibilmente inferiori alla media. Ben il 10% presenta seri problemi nell’apprendimento.
L’iniziativa di indagare i motivi dello scarso risultato è motivata nei genitori dalla consapevolezza che «qualcosa non va» e dal disagio per gli inevitabili sentimenti di delusione e frustrazione che l'insuccesso scolastico dei propri figli comporta. Spesso si rivolgono allo psicologo su sollecitazione degli insegnanti, disorientati quando l’alunno rende inefficaci le loro abituali strategie in ambito didattico e/o relazionale.
Nel migliore dei casi vi è un’alleanza, almeno apparente, tra famiglia e scuola nel voler «aiutare» il bambino; a volte la conflittualità, con reciproco addebito di responsabilità, è aperta o solo vagamente mistificata.
E’ evidente comunque che, quasi sempre, il problema è individuato «nel» bambino e non, come sarebbe il caso, «nel rapporto» bambino/genitori o addirittura «nei» genitori. Tale tendenza risponde ad un criterio inconsapevolmente difensivo da parte dei genitori i quali, restii a mettere in discussione i propri modelli genitoriali (il che potrebbe equivalere a rivedere criticamente se stessi e le proprie scelte di vita), sono più propensi a ricercare cause extra relazionali e soluzioni semplificate.
Di solito vi è, allora, il desiderio di comprendere le cause delle difficoltà del bambino, ma, soprattutto, la richiesta è di individuare strategie - ma anche ricette magiche - atte alla risoluzione, possibilmente rapida e indolore, del problema.
Dare una risposta a queste richieste non è facile, ma risulterebbe in ogni modo improduttiva, perché i problemi evidenziati in ambito scolastico debbono essere utilizzati allo scopo di diventare rivelatori di situazioni molto complesse che coinvolgono non solo la realtà soggettiva del bambino, ma anche la sua relazione nell'ambiente familiare ed extra familiare. In certi casi, addirittura, il bambino, quando manifesta il proprio malessere attraverso un comportamento disadattato alle richieste scolastiche, si fa «portavoce» di un più ampio malessere familiare e, quindi, è impossibile «curare» il bambino senza modificare profondamente gli assetti e le dinamiche familiari.
Nel caso di genitori separati, che è quello che qui ci interessa, si ravvisano, più di frequente, due tipi di atteggiamenti.
Vi è chi manifesta una resistenza, ancora maggiore rispetto a quella degli altri genitori, a prendere in considerazione l’insuccesso del proprio figlio. In questi casi è come se l’adattamento e la riuscita scolastica costituissero una sorta di assoluzione e deresponsabilizzazione rispetto al timore di aver danneggiato la prole con il proprio fallimento coniugale. Se non è possibile negare l’evidenza dei problemi scolastici, si tende allora ad attribuirne la responsabilità a cause esterne (cattivo insegnamento, ambiente scolastico o sociale inadatto,...) o interne al bambino (sue caratteristiche o deficit peculiari); si evitano invece possibili correlazioni tra i comportamenti del figlio, la situazione familiare e il rapporto bambino/ genitori.
Vi sono, in alternativa, genitori che, pur solleciti nel riconoscere il disadattamento scolastico del figlio come esito del disfacimento del nucleo familiare, non sono disponibili ad una assunzione di responsabilità. Questo accade, però, soprattutto in coppie che mantengono rapporti conflittuali, laddove il disagio della prole viene strumentalizzato alfine di colpevolizzarsi vicendevolmente. In tali casi il genitore affidatario tende ad attribuire le difficoltà del bambino alla scarsa o poco significativa presenza dell’altro; viceversa il genitore non affidatario imputa all’altro scarse capacità educative.