I disturbi di apprendimento del bambino in regime di separazione coniugale (di Giovanna Baffi)
Introduzione
Separazione, divorzio: tali eventi assumono un significato ben più ampio di uno scioglimento del contratto coniugale quando, in presenza di figli, comportano il disgregarsi, insieme all’unità familiare, di quel primo gruppo di appartenenza al quale ogni soggetto in crescita fa riferimento per costruire le proprie certezze.
Due sono i più ricorrenti atteggiamenti nei confronti della separazione: quello che la interpreta come un trauma, una sorta di perdita improvvisa da rielaborare alla stregua di un lutto; quello, invece, che vi ravvisa un evento prevedibile e, in qualche modo, implicito nelle vicende della coppia: il «segnale» conclusivo di un processo di disgregazione più o meno sommerso, ma già in atto da tempo.
Questa seconda e più ampia visuale ci sembra meglio adattarsi alla necessità di comprendere le conseguenze sulla prole della separazione dei genitori. Comunque, che tale evento, trauma imprevisto o esito di un lento processo che sia, ponga i minori in situazioni sempre difficili da accettare e sperimentare, è un dato tanto ovvio e scontato, quanto, forse, oggi un po’ dimenticato. Il dubbio in tal senso sorge nel constatare che, alla diffusione del fenomeno, che fa sì che lo stato di figli di divorziati venga vissuto come meno anomalo, sembra corrispondere la convinzione che quanto è condiviso sia anche meno problematico.
Ma l’estensione e la «normalizzazione» della situazione ne possono davvero mitigare gli effetti? E’ l’ipotesi che spesso traspare nelle opinioni comuni espresse da genitori, insegnanti ed educatori: si tende a sdrammatizzare la situazione del bambino «diviso» in una famiglia divisa appoggiandosi a fattori statistici (come dire: «mal comune mezzo gaudio»). Vero, sì, che se ne riconosce il disagio, ma ridimensionandone le conseguenze forse più di quanto non sarebbe lecito fare.
Se consideriamo la separazione come l’atto formale che sancisce la constatazione del fallimento di un progetto, è consequenziale che, laddove esiste un fallimento, vi siano esiti negativi che, nel caso specifico, risultano soprattutto a carico della prole.
Il motivo della propensione a minimizzare tali esiti è, in parte, intuibile. La Legge, nel consentire la reversibilità del contratto matrimoniale, riconosce il diritto della persona a darsi un nuovo progetto di vita: è naturale quindi che chi vi è direttamente coinvolto spesso desideri «voltare pagina» nel modo più indolore possibile e sia restio a considerare gli effetti negativi della propria decisione. Egli in qualche modo si sente «autorizzato» a farlo dall’ordinamento giuridico.
Ne consegue la tendenza sociale ad occultare il problema, anziché preoccuparsi di rilevarne i parametri significativi e, soprattutto, le conseguenze.
A maggior ragione è però indispensabile che coloro che sono deputati alla tutela dei diritti dei minori, e quindi in primo luogo giudici ed avvocati, dimostrino un’attenzione particolare alle conseguenze che l’atto giuridico della separazione coniugale comporta anche sull’equilibrio emotivo e affettivo del minore, e non solo negli aspetti pratici relativi all'organizzazione di vita.
Un atteggiamento attento implicherebbe la necessità di prendere iniziative a favore del minore ogni qual volta si ravvisino situazioni che possano accentuarne anziché alleviarne la sofferenza.Tale buona norma, per quanto possa essere in linea di principio condivisa, è, di fatto, disattesa nella maggior parte dei casi.
La tendenza del Diritto è, infatti, quella di intervenire quasi esclusivamente quando la situazione apertamente conflittuale fra i coniugi rende necessaria una delibera; vi è invece scarsa attenzione alle conseguenze di decisioni che, prese «consensualmente» dalle parti in causa, possono risultare gravose e disfunzionali sul piano psicologico per il bambino o il ragazzo coinvolto.
Questa tendenza alla deresponsabilizzazione è favorita innanzitutto dal fatto che quando la situazione familiare e relazionale è disfunzionale rispetto alle esigenze del soggetto in crescita, può essere che gli esiti a livello psicologico risultino evidenti solo in tempi successivi, come nei casi di devianza nell’età adolescenziale o, ancora più tardivi, vale a dire nell’età adulta. Inoltre, anche quando il bambino fornisce «segnali» di disagio precoci e significativi, se pur meno evidenti, una scarsa sensibilità agli stessi può però impedire di cogliere quei «campanelli d’allarme» che sarebbe tanto utile poter decifrare al loro primo apparire.
L'obiettivo di questo scritto è pertanto quello di fornire una breve riflessione in merito ad alcune manifestazioni che possono essere considerate indici importanti per evidenziare stati di disagio del bambino e che non sono facili da interpretare, in quanto tali, da parte di chi non si occupi abitualmente di problemi psicologici dell'infanzia.
In particolar modo, si è scelto di richiamare l'attenzione sulle disfunzioni nell’apprendimento scolastico, non perché si voglia attribuire minore importanza ad altre manifestazioni di disagio, bensì perché è evidente che le difficoltà in ambito scolastico (sia in quanto a rendimento che a comportamento) sono un problema al quale difficilmente un genitore resta indifferente: anche genitori poco attenti sono estremamente sensibili alla riuscita scolastica dei propri figli che viene vissuta come espressione del successo della famiglia stessa.
L’insuccesso scolastico è una specie di offesa al «blasone» della famiglia e talora, quando si tratta, ad esempio, di minoranze etniche o religiose, persino della stirpe. Catalizza quindi, nella maggior parte dei casi, l'attenzione dei genitori.
Non è peraltro casuale che il disadattamento scolastico sia a volte proprio una manifestazione, più o meno inconsapevole, di protesta e ribellione, da parte del bambino/ragazzo, per l'atteggiamento di disattenzione e «archiviazione del caso» a cui abbiamo accennato: è forse l'unico modo per accentrare l'interesse degli adulti!
Quello del funzionamento scolastico risulta quindi essere uno spazio di osservazione che può essere utilmente sfruttato per conoscere la personalità del minore e anche per comprendere l'impatto che hanno su di lui eventi familiari in grado di modificare la relazione tra e con i genitori, quali, appunto, la separazione e il divorzio.
Ne consegue che assume rilievo la posizione di osservatore privilegiato nella quale si trova l'insegnante e che, a volte, gli permette di evidenziare meglio di altri situazioni di disagio nel minore[1].