Attenzione

se stai leggendo questo testo significa che il tuo browser non supporta i fogli di stile (CSS). Se stai usando uno screen reader, prosegui con la navigazione, altrimenti segui le istruzioni su come aggiornare il tuo browser.
 
Studio di Psicologia e Psicoterapia (logo)


Contenuti centrali

Informazioni su…

->

Fondamenti di psicologia giuridica

->Reati e minori->Pedofilia e giustizia

Pedofilia e giustizia (di Renato Voltolin)

La vittima e il problema della veridicità nelle denunce di Pedofilia



Per quanto riguarda l’aspetto che intendo trattare e cioè quello della credibilità della vittima, vale a dire della attendibilità delle accuse di pedofilia mosse dai bambini nei confronti degli adulti, si tratta di un discorso estremamente delicato. Esso presta il fianco alle decise critiche di coloro che, a dispetto delle più accreditate conoscenze psicologiche, continuano a considerare il bambino sessualmente innocente e al di sopra di ogni sospetto; non rendendosi conto che il dar credito incondizionato alle dichiarazioni infantili, lo scambiare per realistici anche quei racconti che possono essere solo il frutto di fantasie, può creare nel bambino, dopo il senso di trionfo per la credibilità ottenuta e dopo la conseguente soddisfazione sulle figure genitoria «edipiche», sensi di colpa pesanti come macigni.
Del resto non era successo lo stesso nei riguardi della sessualità infantile ?
La presunta «innocenza infantile», che risultò poi essere al servizio della così detta «rimozione», ebbe l’effetto di ritardare enormemente l’acquisizione delle conoscenze sul processo di sviluppo infantile. Solo l’intuizione freudiana seguita dalla dimostrazione che il bambino è un soggetto sessualmente «polimorfo e perverso», permise di far luce sulla questione dello sviluppo sessuale, come processo che ha inizio nella primissima infanzia.
Ma l’aspetto più sconcertante della faccenda deriva dalla strana posizione assunta da alcuni saccenti psicologi nei confronti del problema; posizione che non è eccessivo definire irresponsabile e che ha a che vedere con l’idea onnipotente di essere in grado di discernere inequivocabilmente tra verità e menzogna, tra fabulazione e sincerità, tra fantasia e realtà, in sintesi, tra realtà psicologica e realtà fattuale. Certamente a loro discolpa va precisato che si tratta spesso di psichiatri o di psicologi non ad orientamento psicodinamico e quindi non avvezzi ad una pratica clinica particolarmente attenta alle intricate dinamiche inconsce che caratterizzano la vita mentale degli individui, bambini compresi.
Il loro essere maggiormente esposti al rischio della collusione emotiva (situazione nota con il termine psicoanalitico di «contro-transfert»), non giustifica però la loro faciloneria, dato che può sconvolgere e persino distruggere la vita di intere famiglie.
Per far capire meglio di che cosa si tratta utilizzerò una lettera inviata ad un noto quotidiano da un anonimo psichiatra napoletano.
Ne riporto la parte centrale che è quella che più ci interessa:
«….E’ diventato così per me tragicamente abituale ascoltare gli episodi di piccole e grandi molestie sessuali che i miei pazienti mi riferiscono, magari a distanza di decenni, di aver subito da bambini. Chi più, chi meno, attribuisce a tali episodi, non importa quanto gravi o quanto eclatanti, l’inizio di un diverso modo di guardare il mondo degli adulti; non è solo la perdita dell’innocenza o l’evento traumatico dal quale poi possono nascere stili di vita nevrotici, no, è la scoperta che il mondo degli adulti non rispetta i bambini ma li usa....anche per il proprio piacere sessuale.
Ed è sempre con grande tristezza che vivo il racconto di questi episodi, ed è con altrettanta tristezza che ne seguo nel corso della terapia... Spesso ho rivisto in questi miei pazienti, ormai adulti, l’imbarazzo e l’impaccio del bambino che cerca disperatamente di capire anche quello che non gli è possibile comprendere, e che cerca altrettanto disperatamente di liberarsi dei sensi di colpa che ne conseguono e che troppo spesso durano tutta una vita.
So che tutto questo è tragicamente banale, ma oggi la mia tristezza, per l’ennesima storia di molestie che mi viene raccontata, è stata più intensa e più dura da controllare. Gli occhi grandi, spaventati che mi chiedevano aiuto erano quelli di mia figlia undicenne, che era stata molestata in autobus da un adulto. Certo, nulla di paragonabile alle storie terribili che i giornali continuamente ci propongono, ma si è pur sempre trattato di una molestia, di un insulto ad una bambina.
Queste molestie, apparentemente banali, sono per lo più le storie che ascolto dai miei pazienti…».
Sono io, questa volta, a provare una profonda tristezza nei confronti di una simile fraintendimento. Questo psichiatra napoletano, di cui non metto assolutamente in dubbio la buona fede, mostra di non conoscere affatto le dinamiche mentali, dato che cade nella più tipica ed ingenua delle collusioni medico-paziente.
Per chiarire la faccenda riporterò un documento «storico» della Psicoanalisi che, pur noto ad ogni psicoanalista, lo psichiatra napoletano sembra ignorare totalmente.
Si tratta della famosa lettera che Freud scrisse a Fliss dopo aver subìto quella che è forse la più grande crisi di sconforto della sua carriera, cioè proprio la scoperta della natura sostanzialmente fantastica degli episodi di seduzione raccontati dai suoi pazienti e che anch’egli, come il nostro psichiatra napoletano, aveva ritenuti in un primo tempo veri e sui quali aveva costruito la sua famosa «teoria della seduzione» o del «trauma infantile». Ma ecco i passi più rilevanti della lettera di Freud a Fliss:
«Lascia che ti dica direttamente [scrive Freud all’amico] il grande segreto che è spuntato lentamente in me negli ultimi mesi. Non credo più ai miei «neurotica»[4]… ti racconto le ragioni che mi hanno fatto dubitare…i continui insuccessi dei miei tentativi di portare le analisi ad una conclusione… poi la sorpresa che in tutti i casi la colpa fosse sempre da attribuire alla perversità del padre, non escluso il mio, e l’accorgermi della inaspettata frequenza dell’isteria in ogni caso in cui si realizza la medesima condizione, mentre è difficile credere ad una tale diffusione delle perversioni verso i bambini (la perversione dovrebbe essere in tal caso più frequente dell’isteria...). Viene in terzo luogo la precisa convinzione che non esista «un segno di realtà» nell’inconscio, così che è impossibile fare distinzione tra realtà e finzione emozionale… Se fossi depresso, sfinito, confuso, tali dubbi potrebbero essere presi come stanchezza. Ma poiché mi trovo nello stato opposto, devo riconoscere che essi sono il risultato di un onesto ed effettivo lavoro intellettuale e sono orgoglioso di poter fare una tale critica dopo essere andato tanto a fondo…».
Se consideriamo che questa lettera è del Settembre del 1897, si capirà bene quanto profonda sia la mia tristezza di fronte alla ignoranza dello psichiatra napoletano.
Lo psichiatra napoletano non si è accorto della operazione subdola che stanno facendo i suoi pazienti, con i quali inconsciamente collude, quando si presentano come vittime della perversità adulta al solo scopo di apparire vittime di indegni genitori; e quindi per non assumersi la responsabilità della loro aggressività infantile. Il solo risultato è che non verranno mai a capo della loro sofferenza nevrotica.
Allo psichiatra napoletano poi ovviamente sfugge anche tutta la serie di motivi per i quali una figlia undicenne, nel pieno dello sviluppo puberale e normalmente alle prese con quello che viene definito «rimaneggiamento dei complessi infantili» (i francesi parlano di «après coup»), possa trarre da questo clima da «caccia all’untore», l’occasione per avvicinarsi ad un padre tanto sensibile e vicino affettivamente alle povere vittime della perversità adulta. Tutto ciò pur non disconoscendo l’importanza della confidenza genitore-bambino.
Credo che questo basti per comprendere il delicato problema che ha a che vedere con il pericolo di fare di tutt’erba un fascio, mettendo insieme il pedofilo effettivamente reo e conclamato, con colui che può essere un mero oggetto di fantasie aggressive infantili di chiara marca edipica.
Non si tratta di altra questione che di quella della umiltà psicologica di fronte alla complessità della mente.
Se anche un genio quale era Freud commise l’errore di dar credito ai racconti di violenza infantile dei suoi pazienti, errore che pagò con un grave momento di crisi che rischiò di compromettere l’intero edificio della Psicoanalisi, non sarebbe meglio procedere anche noi, che geni non siamo, con estrema cautela invece di dar credito «tout court» alle accuse infantili? Freud, dal canto suo, ricuperò il senso del racconto dei suoi pazienti su di un altro piano: si rese conto cioè di quanto fosse importante non tanto la realtà fattuale quanto quella psicologica, e quanto questa fosse dotata di altrettanta concretezza.
Allo stesso modo, una rivelazione di un bambino riguardo all’essere stato vittima di un pedofilo, va sempre tenuta presente come un elemento psicologicamente importante, ma non in senso realistico.
Ma non è tanto preoccupante la personale ingenuità dello psichiatra napoletano, quanto la rilevanza che siffatto tipo di giudizio psicologico può avere nella mente del Giudice, chiamato appunto a giudicare un’accusa di pedofilia.
Sembra che una ricerca dell’Università «La Sapienza» di Roma, abbia rilevato che, in media, su quattro denunce di abuso sessuale mosse dai minori nei confronti di adulti, tre siano risultate successivamente mero frutto di fantasia.
Sembra inoltre che, sempre più spesso, vi siano donne che nella prospettiva di una richiesta di separazione coniugale, e qualora il clima di ostilità sia particolarmente acceso, accusino il coniuge di perpetrare molestie sessuali o per lo meno di natura tendenzialmente tale, nei confronti dei figli. Ma mentre questo aspetto può essere facilmente evidenziato, quello della veridicità del racconto della vittima è di ben più complessa portata.
Insomma, il problema della veridicità dell’accusa di abuso minorile viene ulteriormente complicato dal fatto che questa si presta ad essere utilizzata come strumento di ostilità, sia dal bambino nei confronti dei genitori, sia da un coniuge nei confronti dell’altro.
Certamente ciò non significa che non si debba dare credibilità al minore: ogni segnalazione di reato del tipo sopra menzionato, non va certo disattesa e impone un doveroso accertamento.
Il problema è la ricerca e quindi lo studio del problema, che va condotto con urgenza evitando però qualsiasi impasse qualunquista o, al contrario, moralista.
Si deve anche tenere presente che a volte non si tratta, specie nei casi intrafamiliari, di comportamenti pedofili manifesti, inequivocabili, ma ambigui e che vengono “interpretati” come tali. Questo ha a che vedere con il fenomeno della distorsione percettiva.
Del resto troviamo tali distorsioni anche in molti soggetti adulti e «normali». Basti pensare a certe superstizioni, alla idea cioè del «malocchio» o della «fattura» e di come ci sia tutta una categoria pseudo-professionale che «si nutre» di tali deformazioni della realtà.
Proseguendo su tale strada incontriamo altre deformazioni percettive che, questa volta, siamo più propensi a considerare con il termine «fraintendimento»; ma che hanno egualmente a che fare, e non certo in maniera irrilevante, anche con il comportamento sessuale.
Come dice uno famoso studioso (Meltzer, 1989) basta che vengano superati i limiti convenzionali stabiliti implicitamente dalle regole della convivenza sociale, perché si verifichi il fenomeno della sensazione della «violazione della privacy». Se, ad esempio, mentre siamo per strada uno sconosciuto ci si avvicina un po' troppo, ci prenderà subito uno stato di apprensione, e ciò anche se si tratta di una semplice richiesta di informazioni. Se poi ci troviamo ad una festa in casa di amici, basterà che un tale si avvicini a noi ad una distanza inferiore, diciamo, di una trentina ci centimetri, perché subito questo venga percepito come un avvicinamento connotato in termini sessuali.
In breve, possiamo dire che la percezione del mondo, il significato che gli attribuiamo non è oggettivo: tutto ciò che ci circonda non ha un significato in sé, ma dipende dalla nostra realtà interna, e cioè dalla natura dell’investimento psicologico di cui diventa «contenitore».
La questione dell’abuso sessuale, implicando un intenso coinvolgimento pulsionale ed emotivo, è più di ogni altra soggetta a distorsioni percettive e ideologiche sia di natura conscia che inconscia, specie nel bambino in cui la dimensione fantastica e «onirica» è prevalente rispetto alla dimensione «obbiettiva».