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Pedofilia e giustizia (di Renato Voltolin)

La vittima e la Pedofilia occulta



Se per Pedofilia si intende una forma più o meno morbosa di comportamento a connotazione erotico-sessuale, messo in essere da un adulto nei confronti di un bambino e tale da risultare psicologicamente dannoso per quest’ultimo, è chiaro che un aspetto importante della situazione è costituito dal modo in cui la vittima, vale a dire il bambino viene indotto al coinvolgimento.
A parte i casi in cui il pedofilo per ottenere il suo scopo utilizza minacce o mezzi coercitivi, vi è tutta una serie di situazioni nella quali il pedofilo riesce a raggiungere il suo scopo attraverso la seduzione.
A sua volta la seduzione può essere utilizzata solo per indurre il bambino ad allontanarsi dai luoghi nei quali potrebbe essere protetto, oppure la seduzione può avere successo in funzione di una complicità del bambino stesso.
Il successo della strategia del pedofilo nel caso della seduzione, dipende in maniera rilevante dalla capacità che ha il bambino di opporsi e di sottrarsi alla situazione ( il famoso «non accettare le caramelle dagli sconosciuti!»).
Vi sono casi in cui il bambino non solo non è in grado di opporsi, ma addirittura può essere sensibile alla seduzione come se dovesse fare i conti con una sorta di disponibilità a lasciarsi sedurre.
Che esistano queste differenziazioni rispetto alla posizione della vittima non vi è alcun dubbio: in caso contrario il pedofilo andrebbe incontro inevitabilmente al sicuro insuccesso, in quanto le sue «avances» verrebbero immediatamente respinte e denunciate ai genitori nel caso si tratti di un estraneo, o al genitore innocente qualora si tratta di pedofilia intrafamiliare.
Certo si possono muovere a questa mia affermazione tutta una serie di obiezioni: si dirà che occorre che vi sia confidenza tra genitori e figli, che se si tratta di un genitore pedofilo il figlio soggiace inevitabilmente ad una posizione di potere (il padre padrone) o al ricatto affettivo, che il bambino è vittima della sua ingenuità e via dicendo. Tuttavia non si tratta di obiezioni convincenti perché accade spesso che, anche nelle situazioni più difficili, il bambino finisca con il ribellarsi.
Quello che io sostengo è che molto spesso esiste nel bambino una facilità a lasciarsi sedurre che dipende dall’essere stato vittima di quella che io appunto definisco « pedofilia occulta».
Con il termine «pedofilia occulta» intendo riferirmi a tutti quegli atteggiamenti e quei comportamenti posti in essere dall’adulto, direttamente o indirettamente, cioè nei confronti o in presenza del bambino, che possono costituire per quest’ultimo fattori predisponenti alla seduzione pedofila, in quanto possono abbassare nel bambino il livello di soglia della sua eccitabilità e indurlo al desiderio ed alla ricerca attiva di occasioni di intimità con l’adulto, suscettibili di essere, più o meno scopertamente, erotizzate.
Anche l’ambiente sociale, oltre che il clima familiare, vale a dire gli influssi esterni, possono essere tali da produrre effetti di eccessiva erotizzazione nel bambino, che vanno al di là di quel livello di sensibilità erogena normalmente correlato al naturale processo di sviluppo psicosessuale.
E’ questa erotizzazione in eccesso a rendere il bambino vulnerabile alle azioni seduttive dell’adulto.
Non voglio con questo assolutamente colpevolizzare i genitori (almeno non in maniera generalizzata), quanto mostrare come lo sviluppo sessuale del bambino sia un processo delicato che richiede di essere adeguatamente conosciuto proprio per poter essere salvaguardato.
E’ chiaro che vi è anche un problema di responsabilità che non può essere sottaciuto: è fuori dubbio, ad esempio, che la nostra società sia diventata chiaramente «pornografa» e questo va decisamente annoverato tra le cause della recrudescenza del fenomeno pedofilo. Tuttavia la faccenda è più complicata e richiede una attenzione ed una accortezza estreme.
Ma cerchiamo di prendere in considerazione quanto possa dar credito alla mia ipotesi.
La prima domanda che dovrebbe venirci naturale è come mai non si parli affatto o solo raramente, di pedofilia femminile. Sembra infatti che i pedofili che vengono trascinati nelle aule dei tribunali siano esclusivamente di sesso maschile, nonostante ciò sia nettamente in contrasto con le dinamiche psicologiche che sono alla base della Pedofilia e che accomunano invece entrambi i sessi[1].
Dato che l’omosessualità femminile è diffusa quanto quella maschile, non vi è motivo per pensare che ciò non valga anche nel caso della Pedofilia[2].
Si dirà che la pedofilia femminile non ha le medesime caratteristiche violente di quella maschile, ma questo non significa che abbia effetti meno dannosi, altrimenti non ci si accanirebbe, come di fatto invece avviene, quando ci si trova di fronte ad un pedofilo non violento.
Resta comunque il fatto che se un adulto si «esibisce» dinanzi ad un bambino, viene subito perseguito dalla polizia, al contrario se una madre non si perita di mettersi nuda in presenza del proprio bambino, viene considerata di «moderne vedute», così come viene contrabbandata l’idea del «nudismo».
Eppure uno dei fattori che favorisce la sindrome perversa è proprio costituito dalla ripetuta visione dell’adulto nudo da parte del bambino (Meltzer). La mia esperienza clinica mi permette di aggiungere che i genitori che «vanno in giro nudi per casa», che non impongono il «rispetto della privacy» nemmeno in occasione dell’espletamento delle funzioni fisiologiche e che non proteggono adeguatamente la loro intimità sessuale (la famosa porta lasciata aperta), rivelano, piuttosto che una libertà di vedute, l’esistenza in loro di situazioni complessuali di marca edipica e di natura psicosessuale, che si ostinano a voler negare.
L’incertezza dovuta alla mancanza di una solida base di giudizio è in tutto ciò estremamente evidente e può arrivare, qualora debordi in ambito istituzionale, a situazioni grottesche.
Ad esempio, una recentissima sentenza della Magistratura francese ha negato che una donna possa essere accusata di stupro (si trattava della seduzione di un adolescente) in quanto lo stupro presuppone la penetrazione e quindi questo non è possibile trattandosi di una donna. E’ evidente l’assurdità di tale affermazione: la penetrazione intesa come intrusione violenta nell’intimità di un soggetto non può essere intesa semplicemente come una penetrazione «fisica» tramite il pene. Si può penetrare violentemente in un soggetto in mille modi; cosa che del resto è cosi notoria da aver permeato lo stesso linguaggio di tutti i giorni («mi hai ferito profondamente», mi sento violentata nella mia dignità ecc. ecc.). Inoltre sono ormai quasi cent’anni che si parla di «donna fallica».
Ma vi sono altri casi più insidiosi in quanto apparentemente «innocui».
Quando una madre continua a fare il bagno al proprio bambino anche se questi è alle soglie della pubertà; o se lascia che questi dorma occasionalmente nel suo letto, o se scherzando fa la lotta con lui favorendo un eccesso di contatto fisico, non si accorge che sta mettendo in essere atteggiamenti che hanno a che vedere con la pedofilia occulta.
Persino quando una madre, del tutto legittimamente, copre di baci il proprio bambino o quando un genitore lo coccola in mille modi, la legittimità sacrosanta di queste manifestazioni d’amore (vorrei evitare sciocche obiezioni), può, se esagerata a seguito di necessità affettive compensatorie (inconsce), produrre quella che viene definita l’erotizzazione del rapporto. In entrambi i casi si mescola all’amore per il bambino una sorta di amore per se stessi bambini, ed anche se ciò è inevitabile, ed anche se è bene che in una certa misura ciò accada, dato che ha che fare con la capacità di comprendere i bisogni del bambino, occorre essere avvertiti di quanto ogni eccesso possa risultare dannoso.
Allo stesso modo vi è sempre una rivendicazione possessiva nel tenersi stretto il bambino al petto; come se attraverso il figlio si realizzasse la esclusività possessiva della propria madre desiderata nell’infanzia. Non è un segreto che vi sono madri che, deluse dal loro rapporto coniugale, utilizzano la maternità come un’occasione per trovare una compensazione alla loro vita delusa.
Del resto la questione non è nuova: lo stesso Freud riteneva che le modalità di cura e di pulizia che le madri pongono in essere nei confronti dei loro bambini fossero spesso involontariamente causa di eccessiva erotizzazione e quindi suscettibili di influire negativamente sullo sviluppo della sessualità infantile. Anche se Freud ne faceva più una questione di investimento libidico che di investimento narcisistico, egli aveva comunque ben intuito l’esistenza del problema.
Masud Khan ha più recentemente mostrato come la perversione sessuale e non, tossicodipendenza compresa, abbia spesso origine in bambini «idoleggiati» dalla madre e successivamente allontanati proprio a motivo di tardivi timori di erotizzazione da parte della madre stessa.
Si può inoltre già intuire fin d’ora ( anche se occorrerà trattarne compiutamente) che vi è anche da tenere in considerazione l’aspetto della connivenza del bambino con la madre e successivamente con il genitore «edipico». Vale a dire che c’è una tendenza da parte del bambino ad approfittare di questa identificazione e non soltanto di accettarla passivamente. Attraverso quella che gli specialisti chiamano «identificazione proiettiva», il bambino «induce» il genitore ad identificarsi con lui. Questo è molto importante per comprendere le diverse motivazioni che spingono il bambino ad accusare il genitore di pedofilia: tra queste, la preoccupazione eccessiva di eludere qualsiasi sospetto di partecipazione attiva alla pratica erotica può indurre il bambino a deviare i sospetti sul genitore. E’ come se attraverso l’accusa il bambino dicesse «Non è vero che nutro desideri edipici, tant’è vero che sono pronto a denunciare qualsiasi invito alla loro realizzazione».
Da tutto ciò si deducono facilmente due considerazioni: innanzitutto la gravità e il danno provocato dalle manifestazioni e dagli esiti del comportamento pedofilo dipendono sì dalla dialettica psicologica amore-odio e in particolare dalla prevalenza dell’odio e dal suo grado di intensità che caratterizzano la personalità del Pedofilo, ma trovano una non indifferente complicità e quindi facilitazione, in atteggiamenti pedofili «occulti» (forse sarebbe meglio dire «sommersi») posti in essere inconsciamente da coloro che sono preposti alla cura ed alla educazione del bambino.
Paradossalmente si potrebbe parlare della necessità di una educazione sessuale riservata agli adulti piuttosto che ai bambini.[3]
Vorrei ora occuparmi di un problema estremamente delicato quello delle difficoltà probatorie dei casi di denunciata pedofilia.