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Pedofilia e giustizia (di Renato Voltolin)

Conclusioni



Mi sembra che a questo punto sia possibile trarre delle conclusioni.
E’ fuori dubbio che nel caso della Pedofilia ci troviamo dinanzi ad un problema che non può essere liquidato semplicemente considerandolo un reato e punendo il colpevole.
Da un lato abbiamo una situazione indubbiamente patologica, anche se perseguibile dalla Legge, che dovrebbe quindi essere trattata alla stregua di qualsiasi altro disturbo mentale; dall’altro un sentimento di indignazione conseguente l’aspetto odioso del comportamento pedofilo, data la sua prerogativa di implicare il coinvolgimento di soggetti in età minore.
La natura incresciosa della situazione deriva proprio dal fatto che, opponendo alla Pedofilia una mera indignazione, sia pur legittima sul piano emotivo, si rischia di «buttar via il bambino con l’acqua sporca», diventando conniventi di una forma di ipocrisia sociale; nel senso che il pedofilo viene caricato di colpe e di responsabilità che dovrebbero essere invece prese in carico, proprio in occasione del manifestarsi dell’evento, sia dalle Istituzioni Educative sia da coloro che naturalmente o istituzionalmente sono preposti alla educazione del bambino.
Per quanto riguarda il pedofilo, occorre poi evitare una ingiusta generalizzazione in quanto egli, nella singola fattispecie, può essere collocato all’interno di uno spettro di gravità enormemente diversificato.
Questo, inutile dirlo, ha chiaro riferimento con la questione delle attenuanti.
Ho anche cercato di sottolineare l’essenzialità che una ottica «custodialistica» e riabilitativa sostituisca l’imperante accanimento punitivo che sembra attualmente costituire il più diffuso atteggiamento della opinione pubblica, che si riflette inevitabilmente sui criteri equitativi ai quali è improntata l’opera del Giudice.
Il problema è, in questo caso, sostanzialmente quello della salvaguardia dei diritti della difesa.
Per evitare tutto ciò occorre che, oltre a perseguire la Pedofilia come reato (che, come ho detto, dovrebbe avvenire in una ottica custodialistica), il problema venga percepito come un effetto, una risultante, di una disfunzione educativa e familiare che, in una sorta di ciclo perverso, accomuna vittima ed aggressore; nel senso che la vittima di oggi potrà diventare l’aggressore di domani.
Per quanto riguarda la vittima occorre tenere in seria considerazione che possa, in certi casi, trattarsi di un bambino dalla personalità fragile, esposta alla seduzione dell’adulto.
Ho cercato a questo proposito di far comprendere che non ci si deve preoccupare del bambino implicato nella triste vicenda solo in quanto vittima dell’aggressione pedofila, ma anche e forse soprattutto perché vittima di una situazione familiare nella quale le funzioni educative sono state esercitate in maniera disfunzionale. In particolare si tratta di famiglie caratterizzate da comportamenti e atteggiamenti pseudo-perversi che hanno reso il bambino particolarmente vulnerabile nei confronti della seduzione pedofila. Ho cercato a questo punto di descrivere quella che ho definito come «pedofilia occulta» e che assume, a mio avviso, un ruolo non irrilevante nella triste vicenda pedofila.
Certamente la situazione più tragica consiste nella Pedofilia intra-familiare in cui abbiamo a che fare con una folie à deux che coinvolge genitore e bambino, e spesso anche con una folie à trois, dato che coinvolge anche la madre quando diventa testimone inerte, e in certi casi anche complice, dell’accaduto.
In tal caso è l’Istituzione Pubblica che deve farsi carico d’ufficio del problema. Ma anche qui, il provvedimento più diffuso, quello di allontanare il bambino dalla famiglia, è inefficace nel tempo se non si avvia tutta una serie di accertamenti che tendano ad analizzare la struttura familiare e parentale, a verificare il grado di corresponsabilità dell’altro genitore, a trovare figure vicarie nell’ambito della stretta parentela, a pensare ad un affidamento senza perdere i contatti genitoriali, ad analizzare la personalità della vittima ecc.
Con tutto ciò credo appaia evidente che l’intervento del Giudice è troppo essenziale perché possa prescindere da una adeguata conoscenza del problema, anche per meglio valutare l’affidabilità della indagine psicologica. Egli, del resto, dovrebbe predisporre obbligatoriamente l’indagine psicologica in tutti quei casi in cui i procedimenti avviati nei confronti del minore degli anni quattordici, vengono archiviati per non imputabilità; è troppo noto come questi soggetti siano molto spesso destinati a ricomparire, più tardi, nell’aula del tribunale.
Riguardo il pedofilo, l’Istituzione Penitenziaria non dovrebbe limitarsi a condizionare ogni libertà vigilata ed ogni altro provvedimento alternativo alla carcerazione, al solo esame della personalità del reo; e nemmeno, anche se opportuno, è sufficiente un pur serio esame della struttura famigliare di origine o attuale. Tale fase di accertamento dovrebbe essere preceduta da un adeguato programma riabilitativo la cui struttura psicoterapica, per motivi che non è qui dato di esporre, dovrebbe essere essenzialmente «gruppale».
Una cosa ancora è senz’altro importante: studiare la biografia del pedofilo allo scopo di poter, prima o poi, disporre di una analisi differenziale dei reati, almeno di quelli a sfondo perverso , certamente più invisi alla Comunità. Ciò sia che si voglia dare un valido contributo a coloro che intendono fare opera di prevenzione, sia che si preferisca limitarsi alla riabilitazione dei soggetti.
Si dovrebbe prima o poi costituire una competente Commissione di Studio che si occupi dei reati della persona, in particolare quelli caratterizzati da perversione e a sfondo sessuale.
Per quanto riguarda i diritti della difesa mi auguro che questo mio lavoro porti davvero a considerare ogni caso di Pedofilia alla stregua degli altri accadimenti giudiziari, laddove la presunzione di innocenza trova la sua più ampia garanzia.