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Violenza e adolescenza

I processi di trasformazione della aggressività e della violenza adolescenziali


Dobbiamo ora parlare dei processi trasformativi che portano a far sì che l’elemento aggressivo, anziché prendere la strada della violenza, venga ricuperato in quella che potremmo definire come “la riconciliazione intergenerazionale”.
Questa trasformazione non è solo importante in quanto esperienza all’interno del percorso che porta alla maturazione, ma anche in quanto permette all’adolescente che riesce a dominare la sua aggressività, di sentire che ha trovato il suo posto nella storia delle generazioni.
Vi è anche un altro aspetto da non sottovalutare e che riguarda la difficoltà di comunicazione intergenerazionale. Ho già trattato altrove della necessità di individuare degli “indici significativi” che ci permettano di comprendere il disagio adolescenziale anche in assenza di una sua disponibilità alla comunicazione.
Il comportamento aggressivo è uno di questi indici significativi; per cui se è vero che, normalmente, i vissuti emotivi adolescenziali sono oltremodo difficili da individuare, nel caso del comportamento asociale o aggressivo il disagio è immediatamente percepibile, anche se non è chiaro nel suo significato. Verrebbe da dire che, alla fin fine, non tutto il male viene per nuocere.
E’ per questo motivo che studiosi come Winnicott hanno sostenuto la positività prognostica del comportamento asociale. E’ come se l’adolescente avesse con il suo comportamento aggressivo fatto la sua parte, espresso apertamente il suo disagio; sarebbe troppo pretendere anche una disponibilità alla introspezione e all’autocritica.
Il comportamento ribelle-aggressivo fa parte del normale percorso adolescenziale più di quanto non lo sia una totale assuefazione al clima familiare. Anzi, i ragazzi che sono troppo legati ai genitori, troppo accondiscendenti, sono quelli che alla fine sono destinati, il più delle volte, ad un fallimento matrimoniale, che si verificherà molto probabilmente quando i loro figli saranno giunti, a loro volta, all’età adolescenziale.
E’ realistico pensare che vi sarà sempre un margine di incomprensione tra la nuova e la vecchia generazione, allo stesso modo in cui noi stessi non riusciamo più a comprendere pienamente certi vissuti della nostra passata adolescenza.
Per far comprendere come l’aggressività sia “fisiognomica” nell’età adolescenziale e intrattabile nell’età adulta, dovrò ora dire qualcosa sul percorso trasformativo dell’elemento aggressivo adolescenziale.
Per comprendere questo fatto devo ricorrere al concetto di “scissione”.
Il concetto di scissione indica un meccanismo psichico con il quale il soggetto cerca di separare funzionalmente le esperienze positive da quelle negative (il buono dal cattivo).
La scissione è un meccanismo primitivo, che viene utilizzato dal bambino quando cerca di tener separate le “imago” collegate a esperienze frustranti, da quelle collegate ad esperienze gratificanti. Date le difficoltà percettive del neonato, egli non distingue tra le diverse qualità della madre, ma considera che a differenti esperienze corrispondano madri diverse. Egli si preoccupa allora che le esperienze negative, personificate dalle relative “imago”, non distruggano quelle positive; attua dunque una rigida “scissione” con la quale protegge la madre buona da quella cattiva.
Solo più tardi, quando le esperienze di gratificazione riusciranno a “bonificare” le esperienze di frustrazione e il bambino si farà l’idea che l’amore è in grado di prevalere sull’odio, solo allora egli accetterà l’idea che la madre gratificante sia la medesima che si rivela qualche volta frustrante e potrà fare le sue prime esperienze relazionali con oggetti così detti “interi”, accettati cioè nella loro ambivalenza.
Il problema della aggressività e della violenza diventa tale quando entra in funzione una eccessiva scissione a motivo di un eccesso di odio (spesso dovuta ad esperienze di grave deprivazione): allora l’oggetto buono deve essere mantenuto rigidamente separato da quello cattivo, per timore che possa rimanerne distrutto. Il mondo viene così suddiviso in categorie antitetiche: giusto-ingiusto, buono-cattivo ecc.
Vi sono individui che non possono muovere alcuna critica alla persona amata perché temono che si rivelerebbe di tale intensità da sopraffare l’amore che comunque nutrono per essa; questi soggetti preferiscono allora odiare un terzo estraneo, salvaguardando così l’oggetto amato (ricerca di un capo espiatorio). Sarebbe come dire che è meglio avere un nemico esterno piuttosto che nutrire il sospetto nei confronti di un amico.
Ecco allora che l’adolescente può essere asociale senza che i genitori ne sappiano nulla. Egli preferisce vivere la sua aggressività all’esterno, bonificando così la famiglia dal suo risentimento. Spesso i genitori sono allibiti se capita loro la disgrazia di dover constatare che il loro irreprensibile figlio si rivela anche un piccolo delinquente.
Ma può avvenire che la scissione non sia adeguata non perché sia troppo marcata (come nel caso appena descritto), ma perché è insufficiente. Vale a dire che il soggetto non riesce ad effettuare quella scissione tra i genitori buoni e quelli cattivi (con l’idealizzazione dei primi) che è necessaria in attesa che avvenga la loro integrazione. In tal caso il soggetto non riesce mai a capacitarsi che il genitore frustrante sia lo stesso genitore che in altre occasioni gli dà quello di cui abbisogna (se, ad esempio, il genitore che lo punisce lo fa a scopo educativo, cioè per il suo bene, o solo per crudeltà). E’ come se continuamente le esperienze attuali negative avessero l’effetto di annullare il ricordo delle precedenti esperienze positive, per una sorta di incertezza sulla reale natura dell’oggetto amato. In tal caso, se l’odio è eccessivo, la relazione con l’oggetto ne viene travolta per una impossibilità di proiettare all’esterno gli elementi aggressivi. E’ il caso della violenza intra-familiare in cui la rabbia del figlio per un genitore può essere così forte che quest’ultimo viene vissuto come freddo, crudele o dispotico, senza alcuna attenuante: l’aggressività diventa in qualche modo “travolgente”. E’ una situazione del tipo di quella che essendoci risultata inaspettata ci fa dire “non ti riconosco più”.
Il ragazzo incapace di utilizzare adeguatamente il processo di scissione, vive le sue relazioni, comprese quelle parentali, in un clima di costante diffidenza ed è sempre pronto ad interpretare ogni esperienza negativa come la riprova che la sua fiducia è mal riposta o, al contrario, che aveva fatto bene a non fidarsi.
A volte, paradossalmente, vengono proiettate all’esterno le figure genitoriali positive, per cui accade che il ragazzo sia aggressivo e violento in casa e irreprensibile e rispettoso con gli estranei. Questa volta, di fronte alla notizia della violenza perpetrata dal ragazzo in famiglia, sono i terzi a rimanere allibiti, dato che hanno conosciuto di questi solo la parte positiva proiettata.
Certo, la situazione è complessa: la natura delle frustrazioni è estremamente variabile, l’aggressività del soggetto può essere poi in gran parte genetica, oppure dovuta a tragiche esperienze reali; tuttavia credo che sia sufficiente rendersi conto che ogni adolescente aggressivo pone in essere una sorta di sfida, una rimessa in discussione del conflitto tra amore e odio, in cui, al di là delle apparenze, egli spera sempre che il rafforzamento delle esperienze positive permetta di riconsiderare la sua attuale posizione di ribelle.
Se questa è la effettiva natura delle difficoltà che si incontrano trattando il ragazzo aggressivo o violento, è evidente quanto sia superficiale e generico il concetto di “progetto educativo” previsto dal processo penale in assenza di una adeguata esplorazione della personalità del minore in rapporto al contesto familiare di appartenenza.
Solo psicoterapeuti di notevole esperienza e disposti a non lasciarsi scoraggiare da un compito faticoso ed ingrato e da un impegno protratto nel tempo, possono prendersi carico della delinquenza minorile[9].
Non ho affatto parlato della aggressività giovanile quando assume la dimensione gruppale, (la banda) per il fatto che si tratta di un argomento complesso che richiede una trattazione a parte; mi limiterò ad accennare che oltre a trattarsi di una degenerazione del normale gruppo “omosessuale” (nel senso sopra indicato), la banda è caratterizzata da una componente perversa che nutre un intenso odio per la coppia eterosessuale e creativa. La pericolosità dell’appartenenza ad una banda dipende sia dalla personalità dei componenti che dalla personalità del capo il quale, di regola, è l’elemento più patologico del gruppo. In ogni caso giudicare penalmente un comportamento “gruppale” richiede una notevole esperienza di studio e di ricerca specifici. Basti pensare che il training in psicoterapeuta di gruppo dura normalmente cinque anni.
A questo punto è evidente cosa occorra fare affinché il ragazzo asociale, oltre che essere sottratto al circuito penitenziario, possa anche riprendere il percorso educativo interrotto.
E’ essenziale innanzitutto stabilire sia quali siano le funzioni genitoriali carenti e quali siano le specifiche fissazioni del soggetto (vale a dire a quale delle quattro comunità egli è rimasto prevalentemente fissato) che hanno prodotto uno stallo o una distorsione nel suo sviluppo. Solo successivamente si potrà pensare ad un “progetto educativo” che dovrà permettere al ragazzo una diversa esperienza “familiare” e una consapevolezza delle proprie difficoltà psicologiche.
E’ chiaro che il ripristino delle funzioni genitorali non è sempre facile: a volte è possibile che ciò avvenga attraverso un supporto psicologico alla famiglia; ma più spesso occorre creare funzioni “vicarie” data l’estrema precarietà che a volte caratterizza il contesto familiare del ragazzo. Quello che va inoltre tenuto assolutamente presente è il valore dell’esperienza gruppale e comunitaria: un ragazzo non può raggiungere la maturità psicologica se non “transita” per l’esperienza gruppale.
Esistono modelli sia gruppali che familiari che possono essere validamente utilizzati come strumenti terapeutici di rieducazione e di reinserimento sociale. E’ importante che il magistrato sappia che tali modelli operativi consentono davvero di predisporre “progetti educativi” mirati alle singole situazioni personali e familiari.
Basti pensare alla tipologia familiare proposta da D.Meltzer e M. Harris in “Child, Famuly and Community: a psycho-analytical model of the learning process” (vedi più avanti), laddove vengono elencate sia le funzioni familiari essenziali per lo sviluppo del soggetto, sia le configurazioni familiari patologiche responsabili dei comportamenti asociali.
Lo stesso nostro gruppo di lavoro propose, alcuni anni fa, un progetto di monitoraggio familiare che evidentemente si perse nell’intricato labirinto della burocrazia ministeriale romana.
Alla base di tutto, quindi, oltre ad una adeguata conoscenza del mondo adolescenziale, è altrettanto essenziale una collaborazione “illuminata” da parte del magistrato preposto alla amministrazione della giustizia minorile.
Ma la domanda che viene a questo punto spontanea è “esistono le leggi adatte al ricupero dell’adolescente asociale oppure l’apparato giudiziario ha, di fatto, solo una funzione di repressione nei confronti della violenza minorile?”
E’ per verificare la possibilità di una risposta in tal senso positiva che farò, ora, una breve escursione nel campo della legislazione minorile.