Violenza e adolescenza
Il mondo adolescenziale
Quella che ora esporrò è una teoria psicosociale dell'adolescenza che ha lo scopo di chiarire il significato degli atteggiamenti e dei comportamenti adolescenziali così difficilmente interpretabili dall'adulto.
Parlerò soprattutto della mentalità adolescenziale, vale a dire dell'idea che il ragazzo ha del mondo adulto, e di come questo suo modo di pensare, una vera e propria ideologia, impronti le sue strategie di crescita e di adattamento sociale. Mostrerò poi che parte abbiano l'aggressività e la violenza in tale processo di crescita.
Come sostiene lo psicoanalista inglese Donald Meltzer, possiamo affermare che il nostro tempo, più di altri che l'hanno preceduto, ha messo in evidenza che esiste un mondo adolescente, inteso come una struttura sociale abitata da una moltitudine felice-infelice, la cui età è compresa tra l'inizio della pubertà e l'avvento della età adulta. Certo si tratta di uno status mentale piuttosto che di una fascia di età; tuttavia possiamo far coincidere l'adolescenza con l'intervallo che corre tra gli 11/12 anni e i 20 anni.
Quello adolescenziale è un mondo composito, costituito cioè da un insieme di diverse comunità o contesti sociali: la comunità degli adulti con la quale l'adolescente è in contatto nel suo percorso educativo e della quale un giorno il ragazzo entrerà a far parte; la comunità familiare dalla quale egli continua ovviamente a dipendere anche se vi trascorre un tempo minore rispetto a quando era bambino; la comunità dei coetanei dove egli sperimenta le vicissitudini della socializzazione e dove trova solidarietà e alleanza, ma anche antagonismi e conflitti; e un quarto luogo, che è quello solipsistico, nel quale il ragazzo decide periodicamente di ritirarsi, in una solitudine a volte scelta liberamente, altre volte subita.
L'adolescente si trova dunque a vivere alternativamente in queste comunità, con modalità di passaggio dall'una all'altra di cui parlerò tra breve.
Quello adolescenziale è anche inteso come un mondo di "appartenenza" che si contrappone al mondo degli adulti (noi ragazzi, voi adulti) in una sorta di conflitto di classe. Da qui la importanza che assume per il ragazzo il gruppo dei coetanei e lo spirito che lo anima.
L'adolescente, infatti considera gli adulti come una struttura politica in un sistema di classe, come dice Meltzer; una classe aristocratica rispetto alla quale i bambini sono i servi, gli schiavi, tuttora illusi che i genitori siano onniscienti e capaci di fare qualsiasi cosa, mentre gli adolescenti hanno invece compreso come stanno effettivamente le cose.
Questa classe degli adulti è formata da individui ipocriti che detengono immeritatamente il potere e il controllo del mondo in forza del possesso del denaro e del monopolio della sessualità. Essi, una volta spogliati delle idealizzazioni infantili, si sono rivelati nella loro vera natura.
Ora gli adolescenti reclamano la loro autonomia e soprattutto il libero esercizio della sessualità. L'esercizio della sessualità è intesa come una sorta di attività sportiva che non ha nulla a che vedere con l'intimità; da qui la ostentazione sessuale tipica degli adolescenti.
Il punto di forza dell'adolescente è il gruppo dei pari, innanzitutto il gruppo omosessuale (vale a dire "dello stesso sesso") che può contare su di una identità di vedute e di esperienze. Solo più tardi il gruppo diventerà eterosessuale (formato da coppie), ma allora l'adolescente si sarà ormai incamminato verso la sua positiva conclusione. Si ritiene infatti che il gruppo violento sia una degenerazione di quello omosessuale; mentre il gruppo eterosessuale non è quasi mai delinquenziale; la violenza è esercitata dalla coppia eterosessuale solo nei casi di "folie a deux"; del tipo "Bonnie and Clyde", per intenderci; oppure nel caso tipo "amanti diabolici".
Viene spontaneo chiedersi quali siano le ragioni di tanto disprezzo nei confronti del mondo adulto: ne individuiamo principalmente tre, entrambe connotate dalla esigenza di prendere le distanze dalla famiglia.
La prima, alla quale ho già accennato, è conseguente alle trasformazioni sessuali della pubertà: con il risvegliarsi delle pulsioni sessuali, il complesso edipico e il tabù dell'incesto si riattualizzano, e il contesto familiare diventa un luogo pericoloso. Poiché il ragazzo, è in preda ad una vera e propria "fame di oggetti" essi devono essere ricercati fuori della famiglia. La svalutazione dell'ambiente familiare serve per far fronte alla sua pericolosità e favorisce appunto questa ricerca di oggetti "altri" da quelli familiari. Occorre fare "terra bruciata" alle spalle, per non rischiare di cedere, in caso di difficoltà, a quella che possiamo definire come "la tentazione regressiva". Come diceva Fornari, il compito dell'adolescente è quindi quello di capovolgere il rapporto estraneo-familiare; vale a dire che deve familiarizzare con l'estraneo ed estraniarsi dal familiare.
La seconda è collegata ad un senso di delusione e di rabbia che consegue nel ragazzo alla constatazione di non sentirsi adeguatamente equipaggiato per affrontare il mondo.
Quand'era bambino egli pensava che, a suo tempo, avrebbe ricevuto la capacità e l'energia necessaria per affrontare il mondo direttamente dai propri genitori, allo stesso modo in cui si riceve una eredità; mentre ora si ritrova confuso, in preda ad emozioni che non sa controllare, senza una adeguata conoscenza del mondo e persino incerto su quale sia la sua vera identità.
Certo vi è stata una certa complicità da parte dei genitori nel sostenere questa sua idea (cosa farai da grande?); così come il problema della acquisizione della identità è stato sottovalutato (sei tutto tuo padre!) ma era comunque inevitabile che il ragazzo si trovasse prima o poi in questa incresciosa impasse.
La terza è collegata al problema della conoscenza: egli si ritrova senza alcuna esperienza e disorientato, mentre pensava che bastasse conoscere il nome delle cose per possederle. La conoscenza è però da qualche parte, visto che i genitori non sono più onnipotenti e nemmeno onniscienti, e occorre semplicemente riuscire a scoprire dove è custodita. Anche qui l'adolescente corre ai ripari sostituendo la mancanza di conoscenza con qualcosa d'altro, di immediata acquisizione: l’informazione. L’adolescente è informato su tutto e contrappone tale informazione alla conoscenza adulta. Si dice che l’adolescente non si preoccupa del fatto che non sa “tutto”, dato che ritiene di conoscere “tutto quello che è essenziale sapere”
L’adolescente dunque, è profondamente deluso e arrabbiato, ed è su questa rabbia e delusione che costruisce la propria ideologia, allo scopo di proteggersi dalla tentazione regressiva.
Nonostante la sua ideologia, il ragazzo deve comunque fare conti con il fatto di aver ancora bisogno dei genitori, non solo per l’appoggio che gli possono fornire, ma anche perché essi costituiscono gli oggetti di identificazione; identificazione che, per essere positiva, deve essere fondata su esperienze di amore, di cura, di sostegno, di comprensione, e non su una sorta di conflitto di classe. Da qui l’inevitabile ambivalenza.
Quindi la ideologia di classe che permea la mentalità dell’adolescente, sorretta sostanzialmente da un atteggiamento aggressivo-ribelle-svalutativo è funzionale per il perseguimento della indipendenza; ma è funzionale nella misura in cui è episodica e fa parte, per così dire, di un “metodo sperimentale” e quindi nella misura in cui l’adolescente è disposto ad accantonarla in ogni momento in cui divenga prevalente in lui il bisogno di un sostegno e di un conforto genitoriali.
Il ragazzo “normale” dovrebbe poter oscillare agevolmente tra questi quattro mondi: quello familiare al quale poter ricorrere nei momenti di difficoltà; quello dei coetanei, quando decide di “sperimentare” nel gruppo le sue più pressanti emozioni; quello degli adulti con il quale ha sistematicamente a che fare; quello solipsistico in cui si trova nei momenti di solitudine.
Dico “dovrebbe” perché questa oscillazione rappresenta una modalità ideale, in quanto il ragazzo si trova spesso in difficoltà e può tendere a permanere maggiormente ancorato all’uno piuttosto che all’altro mondo.
Il ragazzo può rimanere fissato al mondo familiare, con grande soddisfazione per i genitori e grossi guai per il suo processo di emancipazione (“non mi ha mai dato preoccupazioni”…. è sempre andato bene a scuola”).
Oppure può contare eccessivamente sul gruppo dei coetanei e allontanarsi dai legami familiari, diventando quindi dipendente dalla mentalità di gruppo (le cattive compagnie).
O ancora può dedicarsi completamente allo studio al solo scopo di arrivare il più presto possibile alla fine del percorso scolastico e poter entrare nel mondo adulto (il secchione, il primo della classe).
Infine può isolarsi, staccarsi dal gruppo, disertare la scuola, rinchiudersi in se stesso.
In realtà la fluidità delle oscillazione o la rigidità delle fissazioni è grandemente diversificata, e dipende da una serie di fattori personali e familiari peculiari ad ogni singolo soggetto. Dipende dalle risorse psicologiche interiorizzate che, a loro volta, dipendono dal modo in cui sono stati affrontati i conflitti infantili che, assopiti nella fase della latenza, sono ridiventati attuali con l’avvento della pubertà.
Ognuno di questi mondi ha delle caratteristiche sue proprie, così come ogni fissazione ad essi può dar luogo a diversi tipi di patologia. Inoltre la fissazione o meno ad una posizione piuttosto che a un’altra, così come la fluidità delle oscillazioni, dipendono anche dall’atteggiamento dei genitori.
Una madre troppo apprensiva può indurre nel ragazzo insicurezza o, al contrario, può far reagire il ragazzo con un eccesso di aggressività reattiva e di pretese di indipendenza.
Un padre assente o deludente può generare difficoltà identificatorie, seguite anch’esse dall’assunzione di ruoli da “duro” e da atteggiamenti asociali.
Esistono studi che hanno cercato di costruire una tipologia di differenti strutture familiari, ciascuna delle quali può favorire od ostacolare il processo di crescita a seconda della esistenza o meno di quelle funzioni genitoriali che sono considerate essenziali per interiorizzare fiducia, speranza, ottimismo; piuttosto che sfiducia, pessimismo e disperazione.
In questa descrizione, sia pure parziale, del mondo adolescenziale, è comunque possibile cogliere la funzione svolta dall’elemento aggressivo.
L’aggressività e la violenza minorile sono sempre, al tempo stesso, espressione di protesta-rabbia per la delusione e meccanismo difensivo nei confronti del dolore mentale, nelle sue diverse accezioni depressivo, persecutorio e confusionale. Che l’aggressività sia fisiologica o disfunzionale alla crescita dipende dalla sua possibilità di trasformazione.
La persistenza della presa di posizione rappresentata dall’atteggiamento aggressivo familiare o sociale, dipende dal grado di delusione subito dal ragazzo, dalla natura del risentimento ad essa collegata e dal grado di responsabilità che, riguardo a tali sentimenti, egli attribuisce ai propri genitori. Ma dipende anche dal modo in cui i genitori reagiscono a tale presa di posizione.
La aggressività e il comportamento asociale sono in genere considerati in adolescenza elementi positivi nella misura in cui evidenziano, con il conflitto, il desiderio di affrontarlo e di risolverlo.
Solo la violenza estrema è segno di uno stato di follia che comunque corrisponde ad un tentativo estremo, sia pure dalle nefaste conseguenze, di far fronte alla disperazione e al suicidio[8].