Violenza e adolescenza
La funzione della aggressività
Dato che finora ho solo affermato la natura funzionale della violenza senza altre precisazioni; sarà ora il caso di vedere di che cosa effettivamente si tratti.
Non è che l'aggressività trovi spazio solo nel momento della adolescenza; l'aggressività è una componente istintuale che, entro certi limiti, è funzionale alla crescita fin dalla primissima infanzia. Se non vi fosse, nel bagaglio pulsionale e affettivo del bambino, una componente aggressiva, egli sarebbe portato all'inerzia o, in caso di difficoltà, sarebbe sopraffatto da uno stato di impotenza insostenibile.
La componente aggressiva vissuta, all'inizio, in termini esclusivamente fantasmatici, dà la sensazione al bambino, di fronte alle prime sofferenze neo-natali (fame, freddo ecc.) immediatamente personificate sotto forma di fantasmi persecutori, di poter opporsi ad esse e di poterle contrastare in forza di una presunta onnipotenza. La forma che assume la difesa attiva del bambino nei confronti della sofferenza neonatale è costituita da fantasie di evacuazione: il bambino pensa di potersi liberare dalla sofferenza così come accade per i contenuti fecali. Oltre a questa fantasia proiettivo-evacuativa il soggetto utilizza in maniera complementare fantasie di attacco e di distruzione sia orali che anali (quelle fantasie che del resto popolano il corrente linguaggio offensivo e triviale adulto).
E' proprio in funzione di questo uso onnipotente della fantasia che, inizialmente, il bambino non vive la madre che lo cura e lo nutre come una figura positiva, ma come la prova che egli è riuscito a sconfiggere i suoi nemici; una prova quindi della sua onnipotenza.
In altre parole la madre "buona" viene dapprima vissuta come l'esito della eliminazione della madre "cattiva".
Prima o poi il bambino si rende però conto della irrealtà della propria onnipotenza ed è costretto, per così dire, a cedere le armi; tanto più che riconosce che i suoi oggetti parentali, i genitori, non sono dei persecutori ma, al contrario, lo amano, gli rivolgono le cure e il nutrimento di cui ha bisogno e arrivano persino a tollerare i suoi comportamenti aggressivi. E' allora che egli comincia ad "idealizzare" dapprima la madre e poi entrambi i genitori per proteggerli dai propri attacchi inconsci
Tralasciando per il momento ogni riferimento al complesso edipico, dirò solo che la pulsione aggressiva infantile è destinata alla rimozione e alla scissione o viene diluita nel processo di simbolizzazione (Freud parlava di sublimazione), e che i sentimenti ambivalenti nei confronti dei genitori troveranno una loro sistematizzazione in quella fase che viene definita come latenza, e che va dai 5/6 anni fino alla vigilia della pubertà.
Si dice che in questo periodo l'aggressività viene "legata", dagli elementi pulsionali positivi, e il buono comincia ad essere tenuto ben distinto dal cattivo (i giusti dai dannati, il virtuoso dal vizioso, i redenti dai peccatori ecc) in una sorta di manicheismo infantile. Tale scissione alquanto rigida è agevolata dalla fase di relativa bonaccia in cui si trova la sessualità infantile nel periodo di latenza.
Nella adolescenza però l'aggressività riprende quota perché è comunque una componente pulsionale di quella vita sessuale che si è rifatta attuale con l'avvento della pubertà e che bisogna comunque imparare a gestire. Svalutando e, a volte, denigrando l'attaccamento ai genitori, diventati pericolosi a motivo della riattualizzazione delle pulsioni incestuose che li ripropone come oggetti edipici, l'adolescente ritiene (inconsciamente) di far fronte più adeguatamente al processo di emancipazione dal mondo familiare. Ma vediamo in maniera più particolareggiata quali siano le vicissitudini della adolescenza.