Violenza e adolescenza
Violenza e aggressività nell'adulto e nel minore
Per meglio comprendere la violenza dobbiamo innanzitutto ridefinire la distinzione tra violenza e aggressività.
Con il termine aggressività intendo riferirmi ad uno stadio prodromico della violenza, vale a dire ad una fase che non è ancora sfociata nel comportamento violento, pur costituendone il presupposto. Possiamo parlare anche di "atteggiamento aggressivo" rivelatore di una sottostante ostilità che lascia però ancora spazio alla riflessione ed alla elaborazione critica; riserverò invece il termine violenza all'aspetto manifesto in termini di comportamento e di azione (quello che gli psicoanalisti chiamano "acting" o "passaggio all'atto"), che può essere considerato come il fallimento dei tentativi del soggetto di gestire la propria aggressività e che in termini relazionali dà luogo ad una rottura del rapporto con i terzi. L'atto violento è dunque caratterizzato dal fatto che non lascia alcun spazio al pensiero, per cui si parla spesso di "perdita di controllo". Ricordiamo che Freud affermava che il "pensiero presuppone la sospensione e la dilazione dell'azione".
In genere si identifica il soggetto aggressivo con quello violento, facendone una distinzione solo in termini di intensità. Io considero invece l'aggressività come una componente istintuale ed emotiva compatibile con il mantenimento di una relazione, sia pure caratterizzata da conflittualità; mentre considero la violenza come l'esito della rottura della relazione, senza più disponibilità alla composizione del conflitto.
Questa distinzione è importante perché, oltre a implicare diverse e alternative possibilità di intervento, permette di distinguere tra le caratteristiche della violenza esercitata dall'adulto e quelle della violenza esercitata dal minore, il che come vedremo apre la strada al discorso della prevenzione. Solo la prima è da considerarsi violenza vera e propria, violenza tout court, mentre la violenza infantile e adolescenziale, che si mantiene spesso a livello di aggressività, è una violenza-protesta, che segnala l'esistenza di un'incomprensione, di un conflitto, di una relazione dominata dall'ambivalenza sia pure ancora latente; essa include una vasta tipologia di sentimenti negativi: svalutazione, denigrazione, disprezzo, derisione, crudeltà, cinismo ecc. che rivelano la natura della ambivalenza relazionale nella misura in cui il soggetto mantiene comunque in atto la relazione (si pensi al famoso detto "sputare sul piatto in cui si mangia). Mentre, quando si tratta di un adulto che pone in essere un reato violento, abbiamo quindi a che fare generalmente con soggetti che hanno fatto della violenza uno stile di vita, o per lo meno una modalità "sperimentata" di trattare le frustrazioni ambientali in un clima di sostanziale indisponibilità relazionale, nell'ambito della età infantile e adolescenziale anche gli episodi di violenza possono essere considerati (entro certi limiti) persino funzionali alla crescita o, comunque, non necessariamente preclusivi per la rimessa in discussione e quindi per il ripristino di un rapporto.
Detta distinzione è importante per dare una base concettuale all'idea di prevenzione; inoltre ci permette di formulare un criterio orientativo per una più funzionale applicazione delle norme del processo minorile che si occupa, appunto, della violenza adolescenziale.
Infatti, se, come dice opportunamente Alfredo Carlo Moro: "il processo penale minorile deve avere come suo obbiettivo quello di realizzare una ripresa dell'itinerario educativo del minore, che il compimento dell'atto criminale dimostra essersi interrotto o avere deviato, ma prevede anche che lo stesso processo si articoli in modo tale da poter contribuire allo svolgimento di questo itinerario, avendo esso stesso valenze educative",
ciò significa che la politica criminale minorile è di fatto una politica di prevenzione e non di repressione della violenza. Mi limito ad aggiungere che la politica della prevenzione è di fatto l'unica politica possibile per affrontare il fenomeno della violenza.
Il problema dei rapporti tra violenza, aggressività ed età evolutiva altro non è, infatti, che il problema delle origini, della natura e del significato del fenomeno stesso considerato nella sua rilevanza giuridica, per cui occuparsi del modo in cui la violenza e l'aggressività entrano nel processo di sviluppo individuale significa rendere ragione anche del fenomeno della violenza tout court.
In breve, la mia tesi è la seguente: la violenza va intesa come una conseguenza negativa del processo di sviluppo individuale; essa ha le sue radici nella prima infanzia, ma trova il suo punto critico nella adolescenza; fase nella quale la strutturazione della personalità lotta per la conquista del suo assetto definitivo.
L'adolescenza va quindi intesa, per quanto ci riguarda, come il momento in cui la violenza è ancora in statu nascendi, salvo, ovviamente, nei casi di conclamata psicopatologia psicotica (vedi il caso di Erika e Omar) o di appartenenza a gruppi delinquenziali formatisi in condizione di grave disgregazione familiare.
Certamente questa impostazione è, da un certo punto di vista, alquanto scoraggiante, perché lascia intendere che si consideri il problema della violenza come un problema esclusivamente di prevenzione. Stando così le cose, si potrebbe obiettare, non ci sarebbe alcuna speranza di operare in rapporto alla violenza quando questa viene perpetrata dal soggetto adulto; ciò con buona pace del concetto di "trattamento", così decisamente sostenuto dall'ordinamento penitenziario. Questa obiezione è in parte fondata, perché la violenza come reato perpetrato dall'adulto costituisce un comportamento estremo, che rivela il fallimento di ogni altro precedente tentativo di soluzione, specie quando c'è l'aggravante di un pregresso abbandono genitoriale o di una grave emarginazione sociale. Se la violenza costituisce un esito negativo del processo di crescita, affrontabile adeguatamente solo in età adolescenziale, è intuibile che occuparsi della violenza del soggetto adulto è un compito assai arduo e spesso destinato a deludere profondamente. Se poi si tratta della violenza diventata uno stile di vita, credo che il compito sia decisamente fallimentare e non si possa contare che su di un sistema di "premi e punizioni", sia pure di scarsa efficacia e destinato spesso a perdere la sua efficacia quando il detenuto abbia riconquistato la libertà. [6]
Tuttavia, qualora il soggetto violento sia disponibile ad una sincera autocritica e sia disposto a mettere in discussione le sue idee all'interno di un rapporto psicoterapico individuale o, almeno, di un gruppo, la riabilitazione può ancora essere possibile. Senza questi elementi ogni processo di rieducazione diventa impossibile.
Ma vediamo qual è la concezione corrente dello sviluppo psicologico individuale in modo che il lettore possa trasse da sé le conclusioni in proposito.
La grande svolta nella concezione dello sviluppo della personalità è data dall'aver compreso che lo sviluppo e la strutturazione della personalità dipendono non tanto dalle vicissitudini istintuali del bambino (conflitto tra desiderio e frustrazione), come pensava Freud, ma dalla natura delle sue relazioni familiari (principalmente della prima infanzia, in particolare quelle tra madre e figlio ).
Forse la mancata realizzazione di quel progetto di rieducazione previsto dall'ordinamento penitenziario deriva proprio dalla concezione ormai desueta che considera lo sviluppo inteso come legato al processo di adattamento, inteso a sua volta come compromesso tra natura e cultura, tra spinta alla soddisfazione e censura familiare e sociale. E' proprio a tale idea di crescita fondata su di un sistema interiorizzato di premi-punizioni (il Super io di freudiana memoria) che dobbiamo il concetto di "buona condotta". Quella che ha caratterizza invece il passaggio ad una nuova concezione dello sviluppo e della strutturazione della identità adulta è stata la revisione del concetto di Super-Io che ha incluso quello di Ideale dell'Io, inteso quest'ultimo come quell'aspetto del Super-Io che non ha la funzione di proibire ma che si pone come un modello a cui ispirarsi (la così detta identificazione introiettiva). Non si tratta quindi di dover-essere quanto di ambire-ad-essere, togliendo naturalmente al termine ambizione tutto il suo significato narcisistico. In altre parole il bambino non deve solo adattarsi alle imposizioni educative dei genitori ma introiettarne l'immagine positiva che costituisce un esempio da seguire
In questa prospettiva il reato, visto nella sua natura di rapporto negativo con la vittima, può essere considerato il risultato di un equivoco, di una introiezione negativa, la cui natura stimola all'odio e al conflitto piuttosto che alla reciproca comprensione e collaborazione. Semplificando, possiamo dire che il soggetto "fa all'altro quello che ritiene sia stato fatto a lui"; ma non si tratta solo di propositi vendicati ma di una concezione perversa della realtà relazionale.
Uno di noi [7] ha già fatto presente la necessità di un serio impegno per attuare quella "analisi differenziale del reato" (che altro non è che il significato "relazionale" del reato), senza la quale qualsiasi progetto di riabilitazione perde il necessario fondamento concettuale. E' l'analisi differenziale del reato, in connessione con "l'ideologia relazionale" che lo sottende, che può avviare ad una ripresa, tramite la chiarificazione, di quel processo di crescita rispetto al quale il comportamento violento rappresenta una situazione di stallo o una distorsione.
Stando così le cose, il rivolgerci alla adolescenza diventa ineludibile perché è nella adolescenza, come vedremo, che il soggetto struttura la sua ideologia relazionale sia con i coetanei dello stesso sesso che di sesso opposto.