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Violenza e adolescenza

Diversi tipi di approccio al tema della violenza



Che il problema della violenza sia al centro delle preoccupazioni familiari e sociali dei nostri giorni non ha bisogno di dimostrazione, così come è evidente che esso sta rivelandosi, nella consapevolezza della pubblica opinione, in tutta la sua drammaticità.
Tuttavia sembra che manchi ancora una decisa presa in carico del problema della violenza attuato con una valida sistematica di approccio, in modo che ogni tentativo di ridurne la virulenza sia almeno avvallato da effettive garanzie di coerenza metodologica. Nei diversi tipi di approccio al problema, si è proceduto troppo spesso in assenza di un qualsivoglia accordo sulla origine, sulla natura e sul significato del fenomeno violenza.
I legislatori si sono più che altro preoccupati di aggiornare la politica criminale, allo scopo di porre in essere provvedimenti in grado di isolare il colpevole e di fungere da deterrente nei confronti della scelta delinquenziale, riservando però scarsa attenzione al problema della prevenzione e della riabilitazione [2]. Nei casi in cui ciò è stato fatto, come nell'ambito dell'ordinamento penitenziario, gli interventi sono stati limitati all'aspetto normativo, e scarsa attenzione è stata riservata a quella fase di applicazione che, per raggiungere l'obiettivo previsto, doveva poter contare oltre che su una messa a punto della metodologia di intervento su risorse umane che non erano e non sono tuttora disponibili. Il fatto che un pugno di psicologi carcerari debba occuparsi di migliaia di detenuti, mi risparmia, rispetto a queste affermazioni, l'onere della prova.
Gli psichiatri, dal canto loro, si sono più che altro occupati della classificazione degli atti violenti e della determinazione del livello di responsabilità (la questione della imputabilità), nella pedissequa ottemperanza delle esigenze dei tribunali.
A giudicare dalle rilevanti incongruenze operanti all'interno della pratica psichiatrica forense [3], gli psichiatri (salvo rare eccezioni) sono sembrati preoccupati più dei loro interessi corporativi (basti pensare che fino a poco tempo fa un solo psicologo risultava iscritto all'albo dei periti penali del Tribunale di Milano), che della evoluzione delle conoscenze delle strutture mentali e dell'ineludibile apporto della psicoanalisi relazionale.
Credo che, ancor oggi, molti avvocati e magistrati ignorino che lo psicologo abilitato all'esercizio della psicoterapia a orientamento psicodinamico possiede, in fatto di disturbi mentali, una competenza che, riguardo al contesto relazionale privilegiato dall'ordinamento giuridico, è certamente più congruente di quella dello psichiatra tradizionale che si avvale dell' inquadramento nosografico a connotazione psicodiagnostica.
Questo passivo (e spesso parassitario) adeguamento alla norma di legge, in netto contrasto con le conoscenze scientifiche attuali, è giunto al punto, ad esempio, da far cadere la questione della capacità di intendere e di volere, se non nel ridicolo, certamente nel paradossale. Sempre di più vi sono infatti perizie nelle quali i giudizi dei diversi psichiatri, chiamati a dare il loro parere, si situano tra loro letteralmente agli antipodi; per cui lo stesso soggetto viene dichiarato rispettivamente capace, parzialmente capace e totalmente incapace di intendere e di volere, con una disinvoltura che lascia allibiti.
Una scienza che permetta questa disparità di giudizi al suo stesso interno farebbe bene a riflettere sul proprio apparato concettuale.
Quel che è peggio è che tutto ciò, in assenza di qualsiasi registrazione del materiale peritale e quindi in una situazione di impossibilità di esercitare quella "intersoggettività dei giudizi di fatto", indispensabile in ogni verifica scientifica, può portare il giudice a ricorrere all'opera del perito soltanto per un mero "atto dovuto", ritenendo che, alla fin fine, in assenza di chiarificazioni attendibili e di elementi con caratteristiche probatorie, egli dovrà necessariamente affidarsi al proprio buon senso.
I sociologi, invece, si sono preoccupati principalmente delle responsabilità sociali del fenomeno violenza, formulando eziologie "culturaliste" osteggiate prevedibilmente dai più in quanto pervase da una tendenza alla deresponsabilizzazione individuale.
Gli psicologi clinici, infine, si sono concentrati sul problema della origine della violenza piuttosto che sul suo significato; preoccupandosi quindi più della violenza che del soggetto violento, adducendo la ragione, certamente fondata, che il soggetto violento di rado acconsente a stendersi sul lettino dello psicoanalista. Oggi le cose sono certamente mutate, ma il ritardo è notevole.
Quello che manca tuttora è, come dicevo, un dibattito che ponga l'accento sulla funzione psicodinamica della violenza, vale a dire sul significato che la scelta di ricorrere alla violenza ha per l'economia psichica del soggetto violento; ciò che serve capire, al di là dei luoghi comuni, è la necessità psichica che sottende gli atteggiamenti e i comportamenti del soggetto violento, così come occorre ricercare le radici del processo dinamico che porta alla struttura di personalità delinquenziale.
Si tratterebbe, a ben vedere, di un aggiornamento del concetto giuridico di "movente" alla luce del concetto psicologico di "motivazione".
E' da questa considerazione che, come vedremo, nasce la convinzione che il comportamento violento costituisca l'esito finale di un processo di progressiva sedimentazione dell'aggressività nella personalità individuale con un effetto "strutturante". Ma di questo parlerò più avanti, dopo aver tentato un'euristica definizione della violenza.