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PRogetto rieducativo e contesto familiare (di Cinzia Chiappini)


Il mio intervento si propone di presentare e commentare i dati relativi alla situazione penale dei minori nell’ultimo decennio 1990/98 per approdare, successivamente, ad un progetto di rieducazione del minore con una metodologia di intervento che includa il contesto familiare.
L’analisi che verrò brevemente ad esporre è basata sui dati rilevati dall’Istat concernenti le denunce pervenute alle Procure della Repubblica presso i tribunali per i minorenni. Vengono prese in considerazione sia le denunce riferite ai minorenni imputabili (appartenenti cioè alla fascia di età 14-17 anni) sia quelle a carico di infraquattordicenni, nonostante che per questi ultimi non possa configurarsi l’imputabilità.
Si tratta per di più di denunce risultate a carico di maschi accusati prevalentemente di reati contro il patrimonio (furti e rapine, ma anche truffe e altre frodi, danni a cose, ad animali ecc.).
I dati della tabella 1 mostrano un complessivo lieve decremento della criminalità minorile a partire dal 1996, anno in cui si è passati a 43.975 denunce dalle 46.051 dell’anno precedente. Disaggregando i dati per classi di età si può poi rilevare: a) i minorenni non imputabili costituiscono la componente meno rilevante del fenomeno (nel ’98, ad esempio, gli infraquattordicenni sono 7.657; mentre i minorenni imputabili sono 34.450); b) è proprio la sensibile diminuzione di questa componente che influisce sulla complessiva diminuzione delle denunce.
Certo, occorre tenere presente che i ragazzi di età inferiore ai 14 anni possono non subire affatto la denuncia, pur essendo stati colti in flagranza di reato: questo può significare che nonostante i dati quantitativi parlino della criminalità minorile come di un fenomeno in diminuzione (autorevoli quotidiani riferiscono in tal senso), tuttavia ad esso non corrisponde una effettiva diminuzione dell’inclinazione dei giovani alla violenza agita. E’ semmai vero che i ragazzi vengono segnalati prima ai servizi sociali, per cui è plausibile ipotizzare che la presa in carico del giovane a rischio di devianza, eviti a volte la messa in atto di comportamenti passibili di denuncia; altre volte il fatto stesso che il ragazzo sia in carico ad un servizio fa rinunciare alla denuncia. Vedremo più avanti qualche dato in proposito.
A conferma di quanto detto poco sopra, possiamo osservare sempre nella tabella 1.1 che la componente ultraquattordicenne si presenta con valori stabili negli anni e presenta oscillazioni di piccola entità.
Distinguendo poi tra italiani e stranieri la tabella 2 mette in evidenza come il punto di massimo evidenziato in precedenza corrisponda ad un innalzamento improvviso delle denunce a carico di stranieri che, dopo essere state in forte aumento fino all’anno 1995, hanno successivamente subìto una lieve diminuzione.
Se volessimo quindi approfondire questo aspetto e vedere quali sono i principali paesi di provenienza e quali sono le regioni italiane maggiormente coinvolte si constata che la maggior parte dei ragazzi stranieri denunciati proviene dall’ex Iugoslavia (54%) e dal Marocco (15%) segue l’Albania con cifre che si aggirano intorno al 12%.
Ad eccezione dei ragazzi dell’ex Iugoslavia che sono distribuiti un po’ su tutto il territorio nazionale, per i marocchini e gli albanesi la presenza si concentra prevalentemente nel nord Italia, in particolare nelle regioni della Lombardia e del Piemonte ed è quasi del tutto assente al sud. L’incremento di denunce a carico di minori stranieri pone tutta una serie di interrogativi concernenti la prevenzione e il recupero. Spesso infatti si tratta di minori senza famiglia, che sono stati precocemente sradicati dal loro ambiente. Per sostenere un’integrazione efficace occorre tener presente non solo le differenze individuali ma anche quelle culturali di ognuno, sapendo che il senso di identità e di sicurezza nasce anche dal sostegno alle proprie radici culturali.
Per quanto riguarda invece gli italiani si nota che abbiamo la massima concentrazione di denunce al Nord e al Sud, (nel 1998 ad es. sono state 10.776 al Nord e 10.773 al Sud ) con una differenza sostanziale però all’interno di queste cifre nel senso che al Sud le denunce riguardano prevalentemente ragazzi nella fascia di età 14-17 anni ossia imputabili.
Al Sud si concentra anche la maggiore quota di minorenni che entrano negli istituti penali. Questo fa pensare che sia più la carenza dei servizi di sostegno per i giovani a far desistere dalle denunce degli infraquattordicenni, che una reale condizione di minore criminalità.
D’altro canto una così elevata concentrazione di minori condannabili è indicativa di una situazione di deprivazione familiare e ambientale, anche se le caratteristiche emotive e affettive di ognuno giocano un ruolo importante nella determinazione del suo sviluppo.
Secondo la psicoanalisi relazionale, che tiene in debito conto il ruolo dell’altro inteso come figura importante di riferimento nello sviluppo di un soggetto, il comportamento violento è strettamente legato a primordiali esperienze di perdita, nel bambino, di un buon oggetto, perdita che può intendersi sia come deprivazione sia come trauma. In altre parole l’aggressività, che può successivamente sfociare in distruttività e in comportamenti violenti, viene vista come il corollario di relazioni infantili insoddisfacenti (quali precoci distacchi, carenza di cure materne, eccesso di frustrazioni, mancato attaccamento ad una figura, violenza dell’ambiente). Concordo pertanto con quanto scrive Renato Voltolin nell’articolo sopra esposto, in merito all’età adolescenziale come il momento cruciale per lo strutturarsi del comportamento violento.
A questo proposito vorrei citare un testo di recente pubblicazione scritto da due autori statunitensi T. Berry Brazelton e Stanley I. Greenspan “I bisogni irrinunciabili dei bambini” (Cortina Editore) in cui gli autori affrontano alcuni temi cruciali inerenti lo sviluppo del bambino e individuano quei requisiti fondamentali che a loro parere garantiscono un’infanzia sana e pertanto un adeguato sviluppo della persona. La ricerca parte da un dato ormai noto e cioè che nei primissimi anni di vita si gettano le basi della crescita intellettuale e affettiva di ogni soggetto. Gli autori evidenziano, sulla base della loro esperienza clinica e di parallele ricerche, come la quantità e la qualità dell’accudimento di un bambino siano determinanti per la sua crescita. E’ su un buon accudimento che il bambino poggia le sue capacità di fiducia , empatia e altruismo.
L’esempio più drammatico di una carenza in questa direzione ci è offerta dagli orfanotrofi della Romania e di altri paesi in cui neonati e bambini vengono stipati, come in un magazzino. I bambini hanno bisogno di sviluppare relazioni costanti di accudimento (primo requisito) almeno nei primi due anni di vita, per questo per quei bambini difficili che entrano nel circuito degli affidi ogni passaggio di famiglia costituisce un aggravamento dei loro problemi. Per la stessa ragione si dovrebbero rivedere le leggi in materia di adozione e non concedere alla madre naturale tempi lunghi per la decisione finale. Così come nel caso di madri carcerate si dovrebbe cercare di favorire la relazione quando il bambino è piccolo.
Una relazione di accudimento costante nel tempo con un bambino consente un’interazione in cui si favorisce una reciproca conoscenza.
Il bambino impara in questo modo a modulare il suo comportamento e i suoi sentimenti, esercitandone un controllo. In altre parole non occorre che il bambino abbia un accesso d’ira per esprimere la sua irritazione, sa che può essere capito attraverso un gesto o uno sguardo. I bambini a cui mancano queste interazioni armoniche non imparano a modulare le loro emozioni ma reagiscono in modo sproporzionato e catastrofico alle frustrazioni anche minime. Questa carenza determinerà in futuro adolescenti che facilmente si lasceranno trasportare dalla rabbia, fino a raggiungere agiti violenti.
Teniamo presente che la violenza costituisce anche un ultimo disperato tentativo di richiesta di aiuto.
A questo punto sorge spontanea una domanda: che fare ?
Se mettiamo in relazione i dati relativi alle denunce e i dati relativi agli interventi psico-sociali in favore dei minori vediamo come questi ultimi siano notevolmente aumentati negli anni 90-99; per contro il numero complessivo di ingressi nei CPA (Centri di Prima Accoglienza) e negli istituti penali è rimasto piuttosto stabile. Questo ci conferma che gli interventi di prevenzione hanno un qualche esito positivo.
In linea con questo pensiero ritengo che la valutazione delle condizioni e delle risorse personali, familiari, sociali e ambientali per il recupero del minore ultraquattordicenne diventi, in fase di indagini preliminari, qualcosa di fondamentale prima ancora della valutazione della sua imputabilità.(come recita l’art.9 del DPR448/ 88).
A tale riguardo, propongo una breve sintesi concettuale di quello che costituisce il referente teorico del nostro lavoro con le famiglie, sia quando operiamo nell’ambito del diritto penale minorile, sia quando ci occupiamo dei contesti familiari nell’ambito del diritto di famiglia..
Il modello teorico è di fatto più ampio e articolato; ma qui lo scopo è solo di dare una concisa informazione all’uomo di legge perché possa rendersi conto a quali prospettive possa condurre una adeguata collaborazione interdisciplinare.
Tipologia familiare: parametri significativi
La tipologia familiare a cui il nostro gruppo di lavoro fa riferimento fa parte del modello presentato da D. Meltzer e M. Harris in “Child, Famuly and Community: a psycho-analytical model of the learning process”; nato come contributo specifico al progetto Ceri dell’OCDE: Organisation for Economic Co-operation and Development .
Si tratta di un modello psicoanalitico utilizzato originariamente per affrontare i problemi dell’influenza della famiglia e della comunità sull’educazione e sull’apprendimento; modello che abbiamo cercato di adattare alla nostra idea di monitoraggio familiare nei casi di asocialità minorile.
La tesi di fondo è che ogni famiglia, per poter soddisfare le esigenze di crescita dei figli, deve poter assolvere ad alcune funzioni positive fondamentali senza le quali il soggetto non solo va incontro a difficoltà nel processo di sviluppo e di apprendimento, ma troverà ostacoli anche nel processo di integrazione sociale. Questa difficoltà si concretizzerà poi in atteggiamenti e comportamenti oppositivi, paranoidi o parassitari nei confronti della società e delle sue istituzioni.
Il modello comprende 6 tipi di famiglie diversamente denominate a seconda delle funzioni familiari che ne caratterizzano la struttura, con 4 livelli di organizzazione familiare: la famiglia coppia, la famiglia matriarcale-patriarcale, la famiglia banda (maschile e femminile) e la famiglia negativa o rovesciata.
Le funzioni positive fondamentali sono quelle che hanno come obbiettivi: generare amore, infondere speranza, contenere l’ansia, imparare a pensare; ad esse si contrappongono altrettante funzioni negative quali: suscitare odio, seminare disperazione, trasmettere ansia, creare confusione.
Quando in un contesto familiare sono carenti le funzioni positive e quando le strutture distruttive del soggetto sono particolarmente forti, è possibile che si produca l’organizzarsi di una sessualità perversa, di tendenze antisociali, di forme di tossicomania e di malattie mentali.
Riguardo alla tipologia familiare, ciascun tipo ha delle sue proprie caratteristiche.
La famiglia “coppia” rappresenta il contesto familiare più maturo, mentre gli altri tipi si riferiscono a progressive degenerazioni che dipendono dalla struttura della famiglia e dalle vicissitudini che la riguardano (separazioni, malattie, lutti familiari ecc.
Quello che è importante notare è l’introduzione, in questo quadro, del ruolo della comunità. Questa non solo può sopperire alle carenze familiari sostenendo o supportando i ruoli genitoriali, ma può assumere una funzione complementare all’organizzazione familiare; con l’avvertenza che qualora però il ruolo assegnatole dalla famiglia non sia chiarito, il rischio è che la comunità possa colludere con funzioni familiari negative.
Solitamente è la famiglia (o i singoli membri che la compongono ) che si rivolge alla comunità, ma può anche accadere il contrario quando, ad esempio, circolino nella società forti pregiudizi (moralismo, pregiudizi razziali ecc.).
L’aspetto più complicato della questione deriva dal fatto che i ruoli e le funzioni genitoriali della famiglia non sono sempre assunti dai genitori, ma possono essere assunti da qualsiasi membro della famiglia.
Da qui la necessità di scoprire sia la natura delle funzioni (positive e negative) sia quali sono i membri della famiglia che sono portatori dei ruolo genitoriali.
E’ evidente che senza tale indagine ogni intervento rieducativo o di risocializzazione rischia di creare più problemi di quanti intenda risolverne.
Il problema principale è dunque quello di individuare di che natura sia il ruolo distruttivo assunto dal soggetto asociale, da quale carenza funzionale derivi e quale sia la struttura familiare di appartenenza.
Le due tipologie familiari dalle quali discende il comportamento violento sono in ordine di progressiva degenerazione: la famiglia banda e la famiglia rovesciata o negativa.
La configurazione più tipica della famiglia banda si ha quando il genitore che comanda è motivato da identificazioni negative (persone che, a suo tempo, si sono rese precocemente indipendenti da genitori inadeguati e cattivi, o vissuti come incapaci di allevare i figli) che sono però sistematicamente negate simulando atteggiamenti moralistici o contando sulla razionalizzazione della ribellione. Nei confronti della comunità la famiglia banda e i suoi componenti assumerà atteggiamenti e strategie delinquenziali o predatori.
Il comportamento di queste famiglie nei confronti della comunità è ambiguo e di sfruttamento, spesso con grande capacità di eludere la legge
I figli della famiglia banda avranno un rendimento scolastico scarso anche se la responsabilità, con la complicità del genitore, sarà imputata agli insegnanti. Il loro disadattamento sarà comunque giustificato, come se si trattasse di vittime della ingiustizia del “sistema”.
La famiglia negativa o rovesciata si ha invece quando uno o entrambi i genitori sono psicotici o hanno tendenze perverse o criminali.
L’atteggiamento è di sfida nei confronti della società e provocatorio nei confronti delle altre famiglie. Manca l’impegno lavorativo in quanto l’ideologia è quella del facile guadagno in uno spettro di comportamenti molto ampio che include la prostituzione e la corruzione politica.
“La tipica atmosfera di questa famiglia - dicono Meltzer e Harris- sarà quella del gioco d’azzardo, dell’alcolismo, della promiscuità sessuale, dell’uso della droga, della perversione sessuale, dell’incesto e della rapina”…..crediamo di poter affermare che in questo tipo di famiglia è possibile incontrare credenze bizzarre, superstizioni, forme di delirio e anche frequenti casi di perversione sessuale, piromania e tendenze al suicidio “accidentale”.
Nonostante la estrema sintesi di questa interessante tipologia familiare è evidente come essa apra una prospettiva concreta a quella che è stata definita come la necessità dell’analisi differenziale del reato, non solo perpetrato in età adolescenziale ma anche in età adulta. Quello che vogliamo sostenere è che una analisi del soggetto e della sua famiglia di origine, se effettuati con una metodologia scientificamente fondata, ci permette davvero di effettuare progetti rieducativi di una qualche efficacia operativa.