Ritengo opportuno far precedere al lavoro specificatamente centrato sulla definizione e classificazione del danno psicologico, un breve excursus storico sullo sviluppo del pensiero psicoanalitico, allo scopo di mettere in evidenza il tipo di evoluzione che ha permesso appunto, di pensare al danno psicologico come ad un elemento rilevabile e soprattutto imputabile ad uno specifico soggetto-agente ( o co-agente), così come avviene della determinazione del danno fisico o patrimoniale.
Senza tale conoscenza, sia pure a grandi linee, ritengo sia difficile per l'uomo di Legge rendersi conto della natura e realtà del danno psicologico così come lo intende lo psicologo.
In altre parole, per comprendere il perché può essere ragionevolmente attribuita la responsabilità di produrre un danno psichico ad un certo comportamento o atteggiamento, o persino ad una omissione, piuttosto che solo ad un fatto o evento "concretamente" lesivi, occorre avere chiari quali sono i fattori che favoriscono o che possono limitare, deformare o persino distruggere, la sensibilità affettività, la disponibilità relazionale, l'equilibrio psicodinamico di un soggetto al punto da comprometterne (per usare le parole di Quadrio) l'efficienza, le potenzialità e l'adattamento.
Vi è poi anche un'altra ragione, del tutto personale, che mi spinge a tale lavoro di "precisazione dei concetti di base". Cioè la mia convinzione che, al magistrato, troppo spesso le relazioni peritali dello psicologo danno l'impressione o di essere così tecniche da risultare incomprensibili, o di essere così generiche da risultare inutilizzabili nella fattispecie giudiziaria.
A tale proposito tutto il discorso che segue non ha altro intento che quello di mostrare la fondatezza della seguente affermazione :
La teoria psicoanalitica dello sviluppo psichico è passata da una iniziale concezione biologica ad una successiva e tuttora attuale concezione relazionale. E' stato proprio tale passaggio che, superando l'annoso conflitto "tra natura e cultura", che tendeva ad attribuire la responsabilità del danno psichico a entità "impersonali" (appunto eredità o società), ha reso possibile l'introduzione del danno psicologico tra gli effetti pregiudizievoli imputabili a specifici soggetti e quindi suscettibili di regolamentazione giuridica.
Per procedere con ordine, possiamo cominciare col dire che lo sviluppo psichico ed i processi di maturazione affettiva e cognitiva, furono in un primo tempo concepiti dalla Psicoanalisi (ma non solo) come essenzialmente condizionati biologicamente, e motivati essenzialmente da esigenze di soddisfazione istintuale, connaturate ad ogni individuo fin dalla nascita.
Anche se Freud preferì parlare di "pulsione" piuttosto che di "istinto", per sottolineare la natura in qualche modo modificabile della prima rispetto alla rigidità del secondo, (tipico invece del regno animale), tuttavia fu chiaro che si trattava di elementi il cui sviluppo era in qualche modo predeterminato geneticamente.
Freud considerò ad esempio la pulsione sessuale come un equivalente psichico della fame di cibo e, come questa, caratterizzata da processi di tensione-bisogno e distensione-soddisfazione [5]. Egli ancorò poi ancor più lo sviluppo psichico allo sviluppo fisio-biologico, considerandolo un processo connotato in termini di "progressione lineare" a fasi successive (fasi orale, anale e fallica) le cui difficoltà, dovute essenzialmente a frustrazione ed angoscia, venivano spiegate in termini di fissazione e regressione (ad esempio: fissazione alla figura materna, regressione all'infanzia ecc.). E' pur vero che Freud pose al centro della conflittualità la relazione triangolare padre-madre-bambino (il così detto "complesso edipico"), ma si trattava di un conflitto "naturale" e non imputabile ai genitori, in quanto regolarmente presente nello sviluppo di ogni individuo.
Per quanto riguarda le difficoltà di sviluppo, l'idea era che fosse sufficiente togliere di mezzo gli ostacoli di tipo repressivo, vale a dire le opposizioni familiari e sociali alla soddisfazione pulsionale, perché la mente potesse ricuperare l'energia investita e "fissata" ad esperienze passate "rimosse", e riprendere così, armoniosamente, lo sviluppo interrotto "come una ghirlanda di fiori si sviluppa naturalmente attorno al suo stelo" (per usare una immagine poetica dello stesso Freud).
Certamente l'influenza dei genitori, per il buon esito dello sviluppo, era anche allora rilevante, ma aveva essenzialmente a che fare con la regolamentazione della soddisfazione pulsionale in termini educativi e di adattamento sociale (ritmi dell'allattamento, educazione degli sfinteri, atteggiamento nei confronti della masturbazione, livello di severità nell'educazione ecc.)
Questa concezione non era però esclusiva della Psicoanalisi; ma anche di molte tra Psicologie non psicoanalitiche (tranne quelle culturaliste). In tali teorie, come nella iniziale concezione psicoanalitica, il concetto di danno psicologico imputabile ad un soggetto-agente ha poco spazio, dato che lo sviluppo, come ho detto, è condizionato dalla eredità e dalla cultura (leggi :metodi educativi).
In breve, la relazione con l'altro non ha, per queste concezioni, una funzione strutturante nei confronti della personalità.
A dire il vero, vi fu anche un periodo in cui sembrò che in tutte queste vicende fosse riconosciuta una grande responsabilità materna; ma la tendenza era di considerare le cattive madri come madri malate (la madre schizofrenogenica, la madre gravemente depressa ecc.) piuttosto che come soggetti imputabili dalla Legge.
Col trascorrere dei decenni però, tali teorie cominciarono a mostrare tutta la loro provvisorietà. In particolare i metodi educativi adottati in coerenza ai loro dettati si dimostrarono operativamente inefficaci; proprio perché la teoria psicoanalitica sembrava incoraggiare un generico, quanto rinunciatario, "laisser faire". Così come tali teorie si mostrarono concettualmente insufficienti per comprendere certi tipi di fallimento o catastrofe psicologici.
La "liberalizzazione sessuale", ad esempio, e gli atteggiamenti permissivi degli adulti nei confronti dei loro bambini, non hanno portato a nessun sostanziale vantaggio nel senso di favorire lo sviluppo psicofisico. Le difficoltà sono rimaste quelle di sempre, aggravate semmai da una tendenza alla deresponsabilizzazione da parte dei genitori. I dati emersi dall'osservazione del bambino hanno poi confermato la fondatezza di tali dubbi.
Innanzitutto si è scoperto che il soggetto costruisce la sua mente "pezzo per pezzo", faticosamente, piuttosto che svilupparsi secondo un processo geneticamente preordinato come avviene per la crescita fisica; ma soprattutto ci si è resi conto che tale processo di strutturazione non può avvenire senza l'ausilio di un altro soggetto, in primo luogo, ovviamente, la madre (ma molto presto anche il padre), la cui presenza "funzionale" è direttamente implicata nel processo di strutturazione della mente, dato che questa si fonda essenzialmente sulla interiorizzazione delle figure genitoriali e delle loro funzioni. Un compito genitoriale quindi ben più complesso del semplice "ostacolare" o "favorire" la soddisfazione pulsionale.
Inoltre è emerso sempre con maggiore evidenza che la vita psichica si sviluppa a partire dalle esperienze emotive, che costituiscono il motore, la spinta motivazionale per lo sviluppo e per lo stesso desiderio di conoscenza . E' da esse piuttosto che dalle pulsioni che dipende la vita di relazione del soggetto. Le esperienze emotive però, data la loro iniziale connotazione dolorosa, (attesa, paura della solitudine, angoscia per la natura persecutoria delle prime fantasie infantili ecc.) possono essere accettate ma anche rifuggite, eluse, negate o persino distorte nel loro significato, se il bambino non può contare su di una sollecita presenza materna e paterna o se, peggio ancora, tali figure sono negative.
E' a questo punto evidente, che questa scoperta della essenzialità del rapporto interpersonale per lo sviluppo psico-fisico, in termini di funzione "strutturante", ha portato in primo piano l'importanza delle relazioni positive per il processo di crescita, così come ha sottolineato gli effetti "catastrofici" delle relazioni negative, vale a dire violente, frustranti, e anaffettive (depressione materna, rifiuto, maltrattamenti, denutrizione, abbandono ecc.).
Ecco che allora è comprensibile la ragione per la quale il danno inferto ad una persona travalica i soli effetti dannosi di carattere patrimoniale e morale tradizionalmente considerati, e investe la stessa salute mentale..
Per la natura eccessivamente sintetica e generica delle presenti osservazioni varrà forse la pena di fare qualche riferimento concreto sugli effetti psichici di una cattiva relazione interpersonale.
E' risultato dagli studi sui bambini istituzionalizzati ( Spitz ed altri), che un bambino che abbia sperimentato una situazione di abbandono protrattasi nel tempo, può deperire fino a "lasciarsi" morire. E' come se il danno psichico provocato dall'abbandono possa essere tale da compromettere irreversibilmente la stessa motivazione alla vita.
Un bambino nutrito da una madre depressa od ostile può, in altri casi, creare nel bambino una tale tensione emotiva da indurlo a rinunciare (attraverso la negazione del bisogno) a qualsiasi richiesta e desiderio affettivi. Egli può allora, per esigenze di sopravvivenza, continuare a "considerare" importante la figura della madre; ma esclusivamente per l'apporto concreto di nutrimento che ella è in grado di fornirgli ed a cui egli non può ovviamente rinunciare pena la morte per denutrizione. Ne può risultare, (ed è un caso tutt'altro che raro), un soggetto con un grande, incolmabile bisogno (inconscio) di affetto, a cui egli può cercare surrogatoriamente, di far fronte con una tenace ricerca di acquisizione ed accumulo di beni materiali. Da adulto egli potrebbe diventare un grande accumulatore di ricchezza, senza badare ai mezzi utilizzati (che potrebbero essere fraudolenti): Questa tendenza all'accumulo di beni materiali potrebbe arrivare ad impegnare ogni sua energia psico-fisica; non solo dunque a scapito dei suoi affetti e della sua vita emotiva, ma a danno delle persone che si troveranno a condividere la sua esistenza.
In altri casi, il conflitto tra il bisogno affettivo inconscio e i sentimenti ostili ad esso correlati può anche esitare in disturbi alimentari (anoressia, bulimia) , così come è stato descritto efficacemente anche in opere teatrali o cinematografiche ( vedi "La grande abbuffata" di Ferreri)
Vi è poi un altro aspetto che contribuisce a rendere psichicamente "destrutturante" o "malstrutturante" nel lungo termine un atto o un evento che sembrerebbe poter esaurire i suoi effetti in un tempo ragionevole. Si tratta del fatto che ogni soggetto include nella propria concezione del mondo una certa quantità di fantasie, di regola negative (per il bambino il mondo di fantasia è inizialmente fortemente persecutorio ed è popolato da maghi e streghe). Vale a dire che ogni evento dannoso non solo è tale per la sua natura negativa, ma per il fatto che può andare a confermare aspettative pessimistiche nei confronti della vita di relazione, e proprio quando il soggetto ha più bisogno di esperienze "bonificatrici", in grado di esorcizzare l'angoscia e alimentare la capacità di tollerare la sofferenza.