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Studio di Psicologia e Psicoterapia (logo)


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Emittente/ trasmittente/ fonte

È evidente una certa coincidenza di significato fra la parola emittente e la parola trasmittente, almeno nelle grandi linee: ci si riferisce al “da dove” parte il messaggio, alla fonte della comunicazione. In poche parole è la risposta alla domanda:
Chi comunica?
Per rispondere alla domanda sopra espressa, è preferibile la parola “ emittente”, la cui origine etimologica riguarda appunto il “metter fuori da”, il “mandar fuori”. Possiamo quindi dire che l’emittente non è nient’altro che l’iniziatore della comunicazione, colui che da avvio ad un sistema comunicativo.
La parola fonte, invece, prende il suo significato da un oggetto concreto (sorgente d’acqua), ma che viene spesso usata, per metafora, anche con altri significati ben più astratti, riguardanti comunque la nascita, la derivazione, l’inizio. Spesso si parla anche di fonti, quando ci si riferisce alla consultazione di documenti.
Ricevente/ destinatario

Se l’emittente è la risposta alla domanda “Chi comunica?” il destinatario è la risposta alla domanda:
A chi si comunica?
La persona (o le persone) a cui viene inviato il messaggio può essere chiamata destinatario ma anche ricevente identificando così colui che raccoglie il messaggio.
Talvolta il destinatario può essere solo potenziale o una entità non del tutto precisata (per esempio, una lettera, per un certo motivo, potrebbe non raggiungere la persona a cui viene spedita); se invece diciamo “ricevente” è chiaro che ci riferiamo proprio a chi di fatto svolge l’azione concreta di ricevere.
Potrebbe sembrare impossibile, ma i riceventi sono molti di più degli emittenti; il fatto è che spesso un messaggio viene inviato da una sola persona a diverse altre e che spesso un messaggio di pochi può raggiungere le masse. La sproporzione numerica si è accentuata sempre di più con il miglioramento della tecnica.
Con l’introduzione della stampa e poi degli altri mass-media, la situazione è andata fuori da ogni controllo.
Messaggio/ contenuto/ informazione

Che cosa viene comunicato?
Questa domanda può trovare risposte di questo genere: ciò che viene comunicato è un messaggio, un’informazione, un contenuto.
La parola messaggio è la più generalizzabile e, quindi, forse la più adatta allo studio della comunicazione.
Con la parola contenuto, vogliamo invece mettere l’accento sulla sostanza, sulla materia, sull’oggetto della comunicazione. Il contenuto ed il messaggio possono essere la stessa cosa, ma in certi casi possiamo, ad esempio, chiedere “qual è il contenuto del messaggio?”, considerando dunque il messaggio appunto come un contenitore che sarebbe come vuoto se non avessimo, appunto, il contenuto.
Anche la parola informazione può sostituire la parola “messaggio”. “Informare” significa proprio “dare forma” alle nostre idee per poterle comunicare. Troppo spesso togliamo però alla parola questo suo bel significato generale e la usiamo in senso più restrittivo per intendere “notizia”.
Possiamo quindi riassumere questo “viaggio” fra le parole (messaggio, informazione, contenuto) ribadendo che tute possono essere usate per lo stesso scopo, tenendo conto che ciascuna può assumere delle connotazioni diverse, come è stato mostrato.
Codice e linguaggio

La quarta domanda alla quale rispondere per la nostra analisi è:
Come e in che modo viene effettuata la comunicazione? In quale forma?

Per tale domanda, la risposta più probabile e concisa può essere questa: viene usato un codice (o linguaggio).
Sta all’emittente scegliere quale codice usare per trasformare le proprie idee in qualche cosa di comunicabile; ovviamente, l’emittente deve conoscere a sufficienza le modalità d’uso di quel codice e deve supporre che anche il ricevente le conosca.
Che cos’è, dunque, un codice? Possiamo dire che il codice è una raccolta o, meglio, un sistema di segni e regole fatte per usare tali segni ai fini della comunicazione.
Purtroppo, però, nell’uso comune , la parola “codice” viene attribuita troppo spesso a qualche cosa che è strano, non accessibile a chi non è esperto. Al contrario, ogni essere umano adulto usa normalmente molti codici nelle sua vita quotidiana, grazie all’ apprendimento. Il codice più usato è la nostra stessa lingua, il linguaggio verbale, sia nella sua forma orale che in quella scritta.
La scienza che studia in modo più dettagliato l’uso dei codici è la semiologia.
Tutti i codici che si basano sulla parola vengono chiamati verbali, ma ci sono codici (o linguaggi) non verbali.
Un esempio lampante è dato dal linguaggio del nostro viso: un complesso di segni che comunicano significati particolari, spesso molto precisi.
Agrottare la fronte, sbarrare gli occhi, arricciare il naso, fare una linguaccia, sorridere,….. il tutto fa parte di un complesso che possiamo chiamare a pieno titolo “linguaggi non verbale”.
Dei codici fan parte oltre che i segni anche i simboli .
Facendo l’esempio della parola “casa” capiamo che la parola in sé per sé è un segno collettivo, perché riconosciuto ed usato da molte persone e scelto per convenzione: siamo stati noi italiani ad attribuirgli quel nome, ma potremmo attribuirgli qualsiasi altra parola per intendere la stessa cosa.
In altri casi, però, per comunicare usiamo qualche cosa che ha un legame più diretto col significato: il simbolo. Il simbolo è sempre un significante (cioè sta al posto dell’ oggetto), ma ha una certa somiglianza col suo significato (nel caso della “casa” possiamo identificare il simbolo con un disegno della struttura).
E’ necessario ribadire che un codice non è fatto soltanto di segni, ma anche di regole.
I segni sono qualche cosa di più concreto e più facilmente percepibile, ma le regole sono almeno altrettanto importanti per far funzionare il tutto: pur essendo in qualche modo astratte, hanno una insostituibile utilità pratica e concreta.
Canale

La quinta domanda a cui possiamo rispondere nel tentativo di definire gli elementi della comunicazione è:
Attraverso quale mezzo viene attuata la comunicazione?
Per inviare un messaggio, ci serviamo di uno strumento (o veicolo o via ) che viene chiamato canale.
La parola “canale” viene usata in altri campi, ma, come caratteristica comune ai suoi diversi significati, c’è il fatto che ci riferiamo a qualche cosa che ci permette un passaggio.Così come un canale navigabile permette il passaggio di imbarcazioni, così il telefono può essere considerato il canale per una comunicazione verbale fra due persone.
Prendendo il caso della semplice comunicazione orale potremmo sbrigarci dicendo che il canale è la “voce”, invece volendo essere più pignoli, diremo che, l’emittente utilizza il suo apparato fonatorio, poi l’aria e infine il ricevente utilizza come suo canale l’apparato uditivo.
Contesto

Rispondendo alla domanda:
In quale ambiente viene effettuata la comunicazione?
affrontiamo un elemento estremamente determinante nella comunicazione, ma spesso trascurato.
La stessa derivazione latina della parola “contesto” ci viene incontro per farci capire meglio. “Contextus” vuol dire tessuto, intreccio di fili: il contesto è ciò che tiene insieme la comunicazione, è come la sua base, la sua struttura di fondo,
in poche parole il contesto è dato da tutto ciò che “circonda” il testo.
Filtri/ rumori/ barriere

Possiamo porci a questo punto un’ ultima domanda per focalizzare gli elementi della comunicazione:
Che cosa facilita o disturba la comunicazione?
Nel percorso che fa la comunicazione, possono intervenire dei fattori che favoriscono il suo buon andamento o che lo ostacolanoe, in certi casi, addirittura, possono impedire che il messaggio venga recepito: tali fattori vengono in genere chiamati filtri.
In linea di massima, possiamo dire che i filtri agiscono a quattro livelli.
Ci sono i filtri dell’emittente . Se, per esempio, una persona vuol comunicare una propria idea oralmente, potrebbero entrare in azione dei suoi filtri con effetto negativo: la persona ha scarsa preparazione linguistica e non riesce quindi a formulare un messaggio (esempio).
Abbiamo poi i filtri del canale. (Es. ci potrebbero essere casi in cui la comunicazione viene migliorata dall’uso di un megafono odi un microfono).
I filtri del canale possono in qualche modo, anche, confondersi con i filtri dell’ambiente: (Es.I due comunicanti possono essere in stanze diverse, per cui il passaggio della voce può essere ostacolato dai muri).
Infine, possiamo considerare i filtri del ricevente. Se il destinatario, non è distratto da altri pensieri, conosce alla perfezione il codice usato dall’emittente, e via dicendo, egli usa dei filtri che favoriscono la ricezione del messaggio. Se, d’altro lato, ha un forte mal di denti o ha dei disturbi di udito, viene condizionato in modo negativo da questi filtri.
I filtri con carattere di disturbo, vengono chiamati rumori.
Alcuni per denominare un elemento di disturbo alla comunicazione, invece di usare il termine “rumore” usano il termine barriera.
Questa parola è in parte appropriata, perché di solito indica ostacoli fisici ben precisi.
Ma le parole filtro e rumore si prestano meglio ai nostri scopi, perché si riferiscono a qualche cosa che non è posto a parte, come una barriera, ma entra in contatto, si mescola, si sovrappone; inoltre, talvolta a “barriera” associamo l’idea di un ostacolo insormontabile, il che, quindi, si avrebbe solo nel caso in cui la comunicazione diventa impossibile.