La nostra vita è fatta di continua comunicazione; per poterla effettuare e comprendere bisogna analizzare le azioni e i processi che avvengono all’interno di questa: codificazione e decodificazione.
Il processo parte dall’emittente che vuol trasmettere un’idea, trasforma tale idea in messaggio scegliendo un codice fatto di segni; questo messaggio fa il suo percorso nel canale e poi viene percepito dal ricevente, che deve trasformare il messaggio in un concetto che abbia significato. È importante che il ricevente conosca lo stesso codice utilizzato dall’emittente.
Perché il processo comunicativo si svolga fino in fondo, è necessario che il ricevente metta in atto i propri sensi per captare il messaggio. Tale azione, chiamata percezione, può coinvolgere uno solo degli apparati sensori di cui disponiamo, oppure ne può coinvolgere più di uno, anche contemporaneamente.
Fra gli specialisti si tende a chiamare sensazione ciò che viene automaticamente registrato dai nostri recettori (presenti nell’occhio, nell’orecchio…) e dal sistema nervoso sensoriale.
La percezione vera e propria è invece un fenomeno più complesso: sulle sensazioni intervengono la nostra attenzione, la nostra esperienza, insomma la nostra psiche nel suo complesso. Intorno a noi esistono miliardi di stimoli che colpiscono i nostri organi di senso, per cui una funzione della percezione consiste proprio nel tentativo di dare un ordine al caos. In questo senso, svolgiamo due attività percettive: la selezione e l’organizzazione degli stimoli. In questi casi ognuno di noi agisce in base alla propria soggettività. Per selezione si intende la nostra capacità di prestare attenzione. Per organizzazione si intende la nostra capacità di assemblare le unità di stimolo in insiemi che abbiano un certo senso.
Nel funzionamento della comunicazione interpersonale, intervengono una serie di variabili individuali che caratterizzano sia l’emittente che il ricevente: ogni persona è diversa e la stessa persona può cambiare a seconda delle circostanze, per cui abbiamo che una sequenza comunicativa può essere adeguata se avviene fra due comunicanti con certe caratteristiche (età, sesso, posizione nella famiglia, livello di istruzione, occupazione, livello di reddito, luogo di residenza, posizione nell’ambito del gruppo sociale).
Per lo studio della comunicazione interpersonale possiamo porci una domanda:
Perché viene effettuata una comunicazione?
Ad una semplice domanda si contrappone una difficoltosa risposta: nella ricerca delle ragioni ci troviamo davanti ad una infinità di possibilità e le ragioni possono essere molte e complicate. In psicologia, si tende a parlare di motivazioni. L’uomo è spinto da “pulsioni” profonde e cerca il soddisfacimento dei suoi bisogni. Esiste una gerarchia dei bisogni; bisogni fondamentali (assumere aria, acqua e cibo; dormire…) e bisogni di maturazione (sentirsi amato; autostimarsi; cercare giustizia, ordine ricchezza…).
Se guardiamo una comunicazione mettendo al centro della nostra attenzione le forze che la originano, parliamo di motivazioni; ma, se guardiamo la stessa comunicazione considerando i possibili e reali risultati oggettivi, allora parliamo di funzioni della comunicazione stessa. In questo caso sorge spontanea un’altra domanda:
A che cosa serve una comunicazione?
Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un’estrema varietà. Cerchiamo di identificare alcune categorie:
- la funzione espressiva
- la funzione di contatto sociale
- funzione informativa
- funzione strumentale
- funzione di controllo sugli altri
- funzioni limitate al ruolo.
Come abbiamo già accennato trattando della percezione, la recepibilità di un messaggio viene rafforzata quando si cura ciò che ne facilita il percorso. Si tratta di tentativi di ottimizzazione della comunicazione.
Ottimizzare una comunicazione vuol dire innanzi tutto curare la sua chiarezza.
Nella realtà, molte comunicazioni interpersonali non raggiungono gli scopi per i quali sono state attivate. Infatti, malintesi o fraintendimenti sono all’ordine del giorno. Di chi è la colpa? Di solito si tende a colpevolizzare il ricevente, che sarebbe colui che non ha capito, ma talvolta è proprio l’emittente a non aver ben realizzato l’invio del messaggio.
Per ottimizzare la comunicazione è necessario saper ascoltare.
Ascoltare non vuol dire solo raccogliere stimoli sonori, ma vuol dire anche rielaborarli per comprenderli.
In generale posiamo dire che una comunicazione comincia quando un emittente decide di inviare un messaggio e finisce quando il messaggio è stato recepito. Nella realtà dei fatti, però, abbiamo a che fare con sequenze di comunicazioni, dove una segue l’altra. Un esempio tipico di questa situazione è il dialogo.
In genere, tramite sequenze di comunicazioni, tra i comunicanti si instaura un rapporto di scambio, chiamato interazione.
Un altro aspetto della comunicazione interpersonale è il feedback o retroazione.
Il feedback può essere definito come l’imput che interviene in un sistema permettendogli l’autoregolazione di un’azione. Si tratta di un dispositivo che, segnalando la presenza di variazioni, mette in moto il processo di controllo e permette così di modificare un’azione anche mentre è in corso.