2.2. I contenuti della comunicazione religiosa
Comunicazione religiosa non significa informazione su argomenti religiosi. Ciò che qualifica la <<religiosità>> di una comunicazione non è il cosa ma il come. La comunicazione religiosa ha a che fare piuttosto con il mito che non con il logos, se, per logos, si intende un'affermazione fondata, il risultato di un processo metodico di conoscenza che <<tutto scompone e spiega come è in realtà>> (Eraclito).
<<La scienza, come intervento metodico-sperimentale dell'uomo nella relazione soggetto-oggetto della realtà, sottostà al logos. Si muove in direzione di un intervento sempre più completo del soggetto. Il suo risultato è una scienza dimostrabile. Non così il mito. A differenza del logos, mito è ogni discorso di interpretazione (in figura) dell'esistenza, il cui contenuto non mira a qualcosa di esattamente verificabile o di <<scientificamente>> dimostrabile, ma esige dall'uditore propriamente una reazione e fede, perché determini la propria vita secondo la sua intenzione. Il discorso mitico (in questo senso generale) che vuol chiamare per nome ciò che <<fondamentalmente>> interessa gli uomini, ma che giunge loro solo mediamente in ciò che essi incontrano in modo immediato nella vita, assume diverse forme storiche di coscienza, di cui una è il mito in senso stretto (di scienza della religione). Ci riferiamo qui al mito nella sua contrapposizione al logos, cioè in senso latissimo, e perciò né come genere letterario né come espressione storica di una cosmologia arcaica, ma come un linguaggio possibile oggi e sempre, lecito ed insuperabile per noi, che non contraddice al linguaggio del logos, ma piuttosto lo completa, cosicché mito e logos vengono ad essere maniere diverse, ma complementari di manifestare la realtà.
(40) Cfr. Aa. Vv., Simbolo Ermeneutica, Comunicazione, Bologna, Zanichelli, 1984.
(41) HUBERTUS HALBFAS, Linguaggio ed esperienza nell'insegnamento della religione, Brescia, Herder-morcelliana, 1970, pag. 184.
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Il logos spiega, il mito determina. Nel logos l'uomo diventa conoscente, nel mito sapiente>> (42). Il linguaggio del mito esige, per essere capito, una collaborazione non solo del pensiero, ma di tutta l'esistenza. Questo (discorso) è una follia per chi non sa accompagnarvisi con la propria esistenza. Il mito non esplica una realtà verificabile con metodi oggettivi, ma fonda proclamando, ciò che tocca incondizionatamente il singolo individuo, un rapporto soggettivo del singolo con il senso ultimo della sua esistenza. Per questo il linguaggio religioso è mitico. Il mito dev'essere inteso come il modus della comunicazione religiosa.
Ma come si potrebbero descrivere possibili contenuti della comunicazione religiosa? Non si richiama essa forse per sua natura, a Dio?
Si; tuttavia Dio non è contenuto della comunicazione religiosa come tema a sé stante. Un discorso su <<Dio in sé>> può essere ciò che vuole: ma non è mai comunicazione religiosa. Non esiste un <<Dio in sé>>.
Una comunicazione religiosa che voglia trasmettere fatti oggettivi, può trovare conferma nel quadro di una ontologia positivistica; essa può essere teologia, dogmatica, opinione… tutto quanto, ma in nessun caso, comunicazione religiosa. Contenuto del discorso religioso è <<Dio>>, ma ciò che lo comunica non è questo vocabolo, ma solo il linguaggio del prossimo, che manifesta la vita.
<<Anche solo la comprensione del linguaggio da noi esposta mette in evidenza che il linguaggio non può mai esistere come forma senza contenuto, che, anzi, l'uno è inseparabile dall'altro. Senza il linguaggio del <<mito>> adeguato alla fede, il contenuto di questa fede non può esternarsi come comunicazione religiosa, perché esposto in modo logico-sistematico, non è più <<comunicazione religiosa>> o <<annuncio>>, ma solo <<dottrina>>.
La nostra accentuazione del <<come>> non vuole tuttavia misconoscere che un'esposizione sistematica deduttiva della fede è importante e, specialmente per ogni riflessione critica indispensabile>> (43).
MOLARI afferma che <<Il linguaggio non interviene solo nel momento della comunicazione, ma nello stesso sviluppo delle esperienze umane. Le situazioni vitali per noi sono vuote se non si strutturano in segni linguistici. Al di là del linguaggio c'è l'assenza e il silenzio. Anche l'esperienza religiosa si articola sempre in un linguaggio. Solo il fatto che essi intervengano all'interno dell'esperienza religiosa
fonda la possibilità di una comunicazione efficace dell'esperienza compiuta. Si può dire che la vita di fede è proporzionale alla ricchezza e alla efficacia del suo linguaggio o della sua simbologia. Della fede si induce negli altri solo ciò che viene strutturato in simboli perché il resto non è vissuto e non può essere perciò comunicato. La scelta delle formule di fede non è quindi facoltativa o lasciata alla discrezionalità dei soggetti, ma deriva dalla struttura dell'esperienza di fede. E poiché essa assume i valori espressivi dall'orizzonte culturale in cui la fede viene vissuta, i simboli non possono essere presi in prestito da altre culture ma debbono essere evidenziati, chiariti e coordinati all'interno dell'orizzonte culturale in cui l'esperienza si effettua>> (44).
(42) H. HALBFAS, O.C., pag. 167.
(43) H. HALBFAS, O.C., pag. 179-180.
(44) C. MOLARI, Il linguaggio della catechesi, Frascati, Paoline, 1986, pag. 26, 27, 28.