1.3. La dimensione psicologica
1.3.1. Un fenomeno culturale specifico
Quello della religione è un aspetto culturale specifico ed è stato studiato a fondo da molti psicologi. Secondo PARSON (20), la religione è una concezione generalizzata e organizzata… della natura, del posto che l'uomo vi occupa, del rapporto che l'uomo sta con il suo simile.
FROMM intende per religione "ogni sistema di pensiero e di azione condivisa da un gruppo, che dà all'individuo un quadro di orientamento, e un oggetto al quale si può consacrare" (21).
LUCKMANN (22) chiama "religione invisibile" l'attaccamento ai valori umanitari dell'antica religione.
BELLAH (23) considera come "religione civile" l'etica comunitaria che sussiste al di là della credenza in una realtà soprannaturale. Altri Autori affermano che la religione universalmente umana conduce alla religione di DIO (SCHILLEBEECKX).
"L'oggetto specifico di una psicologia della religione… è l'insieme del linguaggio, dei sentimenti, dei comportamenti e dei sogni che si riferiscono ad un essere (o ad esseri) soprannaturale… Soprannaturale significa ciò che non appartiene né alle forze naturali, né alle istanze umane, ma che le trascende. Ovviamente le categorie di natura e di trascendenza… comportano una eredità dottrinale, filosofica e scientifica" (24).
Ogni cultura ovviamente la formula diversamente. Il cattolicesimo darà ad es. un significato diverso dal buddismo a seconda del proprio apparato culturale. Chiaramente la psicologia si rivolge ad esaminare quei fenomeni religiosi concreti come il linguaggio, i comportamenti, ecc..
1.3.2. La religione come simbolo - Istituzione e vita soggettiva
Secondo lo Psicologo W. JAMES (25) la religione è essenzialmente un fatto della coscienza soggettiva, per cui l'origine e l'essenza della religione risiedono in una esperienza emotiva.
Per GEERTZ "la religione è 1) un sistema di simboli, 2) che agisce in modo da suscitare negli uomini delle motivazioni e delle disposizioni profonde e durature, 3) formulando delle concezioni di ordine generale sull'esistenza, 4) e dando a queste concezioni una tale apparenza di realtà, 5) che queste disposizioni e motivazioni sembrano non poggiarsi che sul reale" (26).
Per VERGOTE il termine simbolo prende qui un significato esteso di segno; segni sono: il linguaggio, il rito, gli oggetti, le persone rappresentative che fanno parte della religione e che la rendono manifesta. I simboli che la compongono formano un sistema, e in quanto sistema simbolico, la religione produce motivazioni, disposizioni ed esperienze religiose.
"Il sistema simbolico della religione al pari di quello del linguaggio, può essere paragonato così al codice genetico che governa il vivente" (27), costringe l'uomo a confrontarsi, a trasfondere la vita nei simboli disponibili.
(20) Cfr. PARSONS, The Social System, New York, The Free Press, 1951
(21) E. FROMM, Psicanalisi e Religione, Milano, Ed. Comunità. Milano, 1981, pag. 20.
(22) Cfr. T. LUCKMANN, The Invisibile religion, New York, Mac Millan, 1967.
(23) Cfr. R. BELLAH, Beyond belief, New York, Harper e Row, 1970.
(24) A. VERGOTE, Religione, Fede, Incredulità, Roma, Studio Ps. Paoline, 1985, pag.12.
(25) V. JAMES, L'exepèrience rèligieuse. Essai de psychologie descriptive, Parigi, F.ALCAN 1931
(26) C. GEERTZ, La réligione comme système cultural, in Essais d'anthropologie religieuse,
Parigi, N.R.F., pag. 23.
(27) K. POPPER, In obiective Knowledge, Va Ed., Londra, Oxford University Press, 1979, cap.III.
1.3.3. Un fenomeno culturale specifico
Porsi il problema delle motivazioni in questo settore significa porsi la domanda: perché l'uomo si comporta così? Il concetto di bisogno in tal caso diventa inappropriato, per definire quello di motivazione, poiché legato ad una mentalità organicistica. Ci sembra invece opportuno usare il termine di " intenzione" (28) nel senso propriamente detto, per comprendere le condotte religiose.
L'intenzione motiva il comportamento, ma non lo causa. Determinare con l'intenzione il senso di comportamento significa anche comprenderlo, perché l'intenzione rapporta l'azione ad una realtà oggettiva. VERGOTE individua tre luoghi che sembrano motivare intenzionalmente la credenza della'attività religiosa:
1) quello dei desideri e dell'impotenza dell'uomo;
2) quella dell'etica necessaria alla società (vedi pag. 6);
e quello della ragione che cerca sicurezza in una visione unificata del mondo (29).
1.3.4. Tre fonti della religiosità spontanea
Lo psicologo GODIN (30) individua tre forme di religiosità spontanea nell'uomo:
1) Le pratiche rituali che attualizzano racconti e promesse, sono l'oggetto delle credenze e sono anche disponibili, in una mentalità magica, per adempiere certi desideri fuori dalla portata dell'uomo, per appagare alcune forme di attesa, affidandole ad una onnipotenza, per placare delle rivolte e per alleggerire il peso della colpevolezza.
FREUD a proposito in "Azioni ossessive e pratiche religiose" (31) fa notare in questi tipi di comportamento un impulso a compiere certe pratiche stereotipe e un disagio dato dal senso di colpa qualora queste pratiche vengano omesse. Questi comportamenti sono motivati, almeno parzialmente, dalla paura di cedere alle tendenze rimosse e, quindi, inconsce. Ma secondo FREUD, mentre nelle nevrosi ossessive si tratta di tendenze sessuali, le osservanze religiose sono piuttosto relative alla repressione di pulsioni aggressive.
La pratica religiosa sarebbe in tal modo adatta non a sublimare l'aggressività ma a mantenerla rimossa, placando il senso di colpa con essa congiunto. Le pratiche sacrificali e penitenziali avrebbero psicologicamente questo significato almeno per un gran numero di credenti ordinari.
"Nel mito cristiano, il peccato originario dell'uomo è indubbiamente un'offesa contro Dio Padre. Ora, se Cristo libera gli uomini dal peso del peccato originale sacrificando la sua stessa vita, ci costringe a concludere che questo peccato fu un assassinio. Secondo la legge del taglione, profondamente radicata nella sensibilità dell'uomo, un assassinio può essere espiato soltanto con il sacrificio di un'altra vita; il sacrificio di sé ci fa risalire alla colpa di avere versato sangue altrui, e se questo sacrificio della propria vita conduce alla riconciliazione con Dio Padre, il crimine da espiare non può essere altro che l'uccisione del padre" (32)…
(28) A. VERGOTE, Religione, Fede e Incredulità, O.C., pag. 44.
(29) Cfr. A. VERGOTE, O.C..
(30) Cfr. A. GODIN, Psicologia delle esperienze religiose, il desiderio e la realtà, Queriniana, 1983.
(31) Cfr. S. FREUD, Azioni ossessive e pratiche religiose, Opere, V, Torino, Boringhieri, 1972.
(32) S. FREUD, Totem e tabù, Opere, VII, Torino, Boringhieri, 1975, pag. 157.
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"Ma non si ricordava l'assassinio (nella scrittura), si fantasticava piuttosto la sua espiazione e perciò questo fantasma poteva essere salutato come un messaggio di redenzione (Vangelo)…" (33). "La religione del Figlio si sostituisce a quella del Padre. In segno di questa sostituzione viene richiamato in vita l'antico pasto totemico in forma di comunione, nella quale la schiera dei fratelli consuma la carne e il sangue del Figlio, non più del Padre, e con questo atto si santifica ed identifica con Lui.
La comunione cristiana è in fondo… una ripetizione dell'azione da espiare" (34). Placando il senso di colpa, retaggio comune di tutta l'umanità (dei padri contro i figli, e viceversa) che ne è l'origine.
2) Le credenze religiose in gran parte fondate su racconti e promesse mitiche sono difficili da dimostrare. Le loro motivazioni più evidenti sono costituite da un desiderio intenso di consolazione, di sicurezza, di immortalità. Sempre secondo FREUD la religione ha il "triplice compito di esorcizzare i terrori della natura, di conciliarci con la crudeltà del fato, specialmente quale si manifesta nella morte, risarcirci per le sofferenze e per le privazioni imposte dalla civile convivenza" (35).
De "l'avvenire di un illusione" egli non ha esitato a scrivere alcuni giorni prima della pubblicazione: "questo libro tratta del mio atteggiamento di rifiuto, in materia di religione in tutte le sue forme, anche degradate" (Lettera al pastore PFISTER, 1927 e una settimana dopo: "Il testo mi sembra già infantile…, debole dal punto di vista analitico e inadeguato come confessione personale" (Lettera a FERENCZI, 1927). Questa insoddisfazione lo spinse a rimettere da parte tutto il problema.
3) L'elemento mistico della religione e il desiderio di assoluto della persona non sono sfuggiti all'interesse di FREUD: "Un credente ha col contenuto della religione determinati legami di affezione" (36). Come comprendere questa affezione?
"Non di meno a una piccola minoranza… è consentito trovare la felicità sulla via dell'amore… tali persone si rendono indipendenti dal consenso dell'oggetto spostando il valore principale dell'esserere amati all'amare che essi fanno; si difendono contro la perdita dell'oggetto riversando il loro amore non su oggetti singoli ma su tutti gli uomini in ugual misura; ed evitano le incertezze e le delusioni dell'amore genitale, deviandolo dalla meta sessuale e trasformando la pulsione in un impulso inibito dalla meta. Lo stato che raggiungono in questo modo esternamente somiglia ben poco alle tempeste dell'amore genitale, da cui pure è derivato. San Francesco D'Assisi è forse l'esempio più insigne di come ci si possa servire dell'amore ai fini del senso interiore di felicità" (37).
(33) S. FREUD, L'uomo Mosè e la religione monoteistica, Opere, XI, Torino, Boringhieri, 1979, pag. 408.
(34) S. FREUD, Totem e tabù, O.C., pag. 157-158.
(35) S. FREUD, L'avvenire di un'illusione, Opere, X, Torino, Boringhieri, 1978, pag. 460.
(36) S. FREUD, L'avvenire di un'illusione, O.C., pag. 475.
(37) S. FREUD, Il disagio della civiltà, Opere, X, Torino, Boringhieri, pag. 591.
1.3.5. Il sentimento religioso in Karl Jung (38)
Rimanendo ancora nel campo psicanalitico facciamo cenno all'origine del sentimento religioso in Karl Jung.
Nel pensiero di Jung circa l'origine della religione ci sono due momenti distinti che incontriamo nelle due differenti edizioni di <<Die Bedetung des Vaters fur die Schicksal des Eizelnen>> (<<Il significato del padre per il destino del singolo>>) nel 1912 e nel 1949. Nella prima edizione egli accetta pienamente la posizione freudiana circa l'origine della religione.
In quell'edizione egli dice che possiamo ritrovare nell'evoluzione dell'individuo lo stesso processo che vi è nella storia universale, per quanto riguarda l'origine e l'evoluzione dell'idea di Dio. Sin dall'inizio il potere dei genitori governa la vita del fanciullo, come un destino supremo. Ma di mano in mano che il fanciullo diventa grande comincia in lui la lotta fra la costellazione infantile (o preistorica) e la sua personalità. L'influsso dei genitori è represso nell'inconscio. Noi scopriamo qui le radici della sublimazione religiosa
Alla figura del padre, con le sue virtù e i suoi difetti, si sostituisce da una parte l'idea di un dio potente e perfetto, dall'altra quella del diavolo. Siamo pienamente nella concezione freudiana: sublimazione della figura paterna.
Nella nuova edizione del '49 non rinnega quanto affermato precedentemente, ma lo completa con aggiunte innovatrici.
Posto e accettato che la divinità è una proiezione delle immagini parentali, qual è l'esatto rapporto tra le due? L'<<imago>> è la rappresentazione della figura paterna, non una semplice registrazione, così come il bambino ha vissuto questa figura, come l'ha sentita. Il bambino ha una sua esperienza, ha un suo bagaglio ereditato dagli antenati (Jung, 1969). Queste imago, presenti nel bambino e che Jung ha rilevato nel corso di analisi, non sono riducibili a situazioni personali, ma appartengono all'uomo in quanto uomo, indipendentemente dalla cultura in cui sia inserito. Queste costanti della psiche umana egli le chiama <<archetipi>>. Ci troviamo così difronte a quello che Jung definisce <<inconscio collettivo>>.
L'archetipo è dunque ereditario, preesistente alla esperienza attuale, che esso plasma, e si impone con una forza insopprimibile. L'importanza di questa innovazione, in particolar modo in campo religioso, ci apre la via, ad esempio, per concepire Dio non più come un sostituto del padre fisico, ma al contrario per concepire il padre fisico come il primo sostituto che il bambino trova per Di, come latore, geneticamente primo, dell'immagine del padre di tutti. Dio è meno un grande padre di quanto il padre fisico sia un piccolo Dio (Jung, 1949).
Anche in questa concezione rimane il meccanismo della <<proiezione>>, ma siamo però lontani dalla prospettiva freudiana.
C'è nella psiche individuale l'idea di Dio (archetipo) già alla nascita ed essa condiziona le esperienze successive.
Quanto poi all'importanza della religiosità nell'economia della psiche umana, Jung ha delle osservazioni sorprendenti, molto lontane dal clima freudiano de <<Il futuro di un'illusione>> e << Il disagio della civiltà>>.
Ecco alcune espressioni di Jung: <<Poco importa ciò che il mondo pensa dell'esperienza religiosa. Chi l'ha provata possiede un tesoro inestimabile e una sorgente che dà senso alla vita>>. E altrove: <<Il mito religioso, malgrado l'inganno dei simboli, dà all'uomo forza e sicurezza di non essere soprafatto dai mostri dell'universo>>.
(38) Cfr. C.G. JUNG, L'io e l'inconscio, Torino, Boringhieri, 1967.
1.3.6. L'idea di religione in ALLPORT
In W. ALLPORT (39) si osserva che la norma statistica nello studio dell'uomo non coincide affatto con la norma morale, giacchè la prima esprime piuttosto la mediocrità umana, la quale non è affatto esente da difetti patologici. Nota che le diverse terapie mirano al conseguimento di valori diversi in dipendenza dell'orientamento personale dello psicologo e preferisce deferire al moralista il compito di determinare i valori in base ai quali deve essere giudicata la normalità. Circa la religione Allport distingue una religiosità intrinseca che orienta e impegna l'intera persona verso principii assoluti.
In conclusione, normalità e anormalità costituiscono una coppia di opposti sfuggente e insieme inevitabilmente ricorrente: difficile a determinarsi sul piano concettuale sistematico e non ignorabile tuttavia sul piano pratico.
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Queste pagine sono a testimonianza dell'esistenza di un fenomeno particolare, quello etico religioso, al quale differenti Autori, di diversa opinione, hanno prestato non poca attenzione.
Nei capitoli che seguono, terremo conto dell'aspetto psicolinguistico di questo fenomeno religioso.
(39) Cfr. W. ALLPORT, Le regole del metodo sociologico, Milano, 1969.