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Emergenza droga



"L'ECO" n° 1/89

Periodico di Attualità, di Informazione e di Economia pratica
Rubrica di Psicologia - Editore F.Grimaldi , Bari

Emergenza droga: un problema di solidarietà

Foto - SpettroIl fenomeno della tossicodipendenza è stato affrontato nel corso di un incontro-dibattito sul tema: ”Emergenza droga un problema di solidarietà”, tenuto presso la Comunità S. Sabino di Bari al quale sono intervenuti il giudice Vito Savino e Mons. Mariano Magrassi.
Il dott. Savino ha fatto notare che il fenomeno droga è un dramma mondiale, nazionale, generazionale. "Io sono convinto - ha detto - che bisogna considerare la salute non soltanto un bene individuale, ma un bene sociale. Si ha il dovere di essere inseriti nella società, quindi non è possibile avvallare il cosiddetto diritto all’indifferenza". Allora il problema della tossicodipendenza richiama impegni sociali e di collaborazione.
Per il problema degli spacciatori, non ci sono ora grandi questioni. C’è soltanto da affrontare la lotta ai trafficanti grossi, medi e piccoli. Recentemente è stata varata una legge che pone loro la sanzione penale dell’ergastolo. Il tema più drammatico che desta le maggiori perplessità è quello del tossicodipendente, che è trovato in possesso di una modica quantità di droga. Si sa benissimo che una tesi vuole la eliminazione dell’art. 80 della legge 685 del ’75. Tale articolo stabilisce la non punibilità per il soggetto che anche per uso non terapeutico, viene trovato in possesso di una”modica quantità” di sostanza stupefacenti,concetto questo che si vuole eliminare. In precedenza con “modica quantità” si permetteva una impunità generalizzata, so offriva allo spacciatore lo strumento più facile per spacciare senza problemi. Nel momento in cui veniva scoperto con “modiche quantità” la giustificazione era la stessa. È per uso personale. Quindi la punizione non scattava e si perpetuava la possibilità della continuazione.

Il problema invece che richiama la necessità vera e propria della severità è quello del tossicodipendente trovato in possesso di droga che commetta altri reati. Allora come fare? Si inserisce la tematica della cura obbligatoria. Si dice che essa non sarebbe legittima perché per il recupero del tossicodipendente è indispensabile la sua decisione volontaria alla cura. Ma il problema non è quello d’avere la sicurezza che il recupero riesca,piuttosto quello di determinare una sicurezza,che se pure inizialmente può apparire coazione,possa poi trasformarsi,per competenza degli operatori,in adesione volontaria del tossicodipendente. Inoltre nel caso in cui il tossicodipendente è un piccolo spacciatore si pone un problema ancora più importante:l’alternativa cura o carcere, ovviamente la comunità. È una scelta non certamente volontaria,però assume importanza la verità di alcuni valori come l’umanità, il recupero dell’uomo. Attraverso un programma si tenta di farlo uscire dal problema non come ex tossicodipendente ma come un vero uomo”.

Mons. Mariano Magrassi nel suo intervento ha ribadito che il tossicodipendente va curato. Ma come? ”La chiesa -ha affermato- in questo può assumersi un ruolo,perché attraverso il Vangelo possiede una gamma di valori che contribuiscono la vera risposta al problema. Come per tutte le cure –ha continuato- rimane il principio che prima di trovare la terapia bisogna fare la diagnosi. Credo allora che sia necessario esaminare le cause di questa debolezza,tenendo conto che è più facile prevenire che curare. Richiedo allora insieme a voi:cosa cerca il giovane nella droga?La soluzione ai suoi problemi;problemi che il mondo moderno ha accentuato con le sue ansie. Si vede subito che la vera risposta non può venire che dalla morale,dalla fede. Accanto alla paura,all’ansia c’è l’angoscia. Quando si crea un vuoto di valori,cioè di cose che danno senso all’esistenza e un giovane si pone la domanda:a che serve la vita? Allora se non c’è una risposta nasce un senso d’angoscia. Accanto all’angoscia c’è un senso di isolamento,di solitudine con un bisogno di comprensione,d’amicizia,d’amore e se ad un certo momento questo bisogno non viene soddisfatto,ecco la fuga nella droga. Parte di altre frustrazioni provengono anche dalla mancanza nella famiglia di una autentica presenza di paternità e maternità,magari per mancanza di tempo. Accanto a questo metterei la mancanza di ideali. È la questione del senso. Se non vi è un ideale, se non c’è qualcosa per cui vivere,è normale che risenta il bisogno di evadere quasi per eliminare il problema. Forse potremmo ancora aggiungere il consumismo:mi piace,e perché non dovrei farlo? Qualche volta può esserci questa leggerezza per cui si fa quello che piace,e si pensa con questo di essere più liberi,dimenticando che fare quello che piace è spesso la forma peggiore di schiavitù,perché la vera libertà è quella di chi domina,con tutta la sua intelligenza e con le sue scelte,la sua libertà.

Bisogna quindi distinguere,quando si parla di consumismo,tra benessere e felicità. Poi c’è magari il conformismo: lo fanno gli altri,perché non dovrei farlo io? Io credo che a monte di tutto questo c’è la carenza dei “grandi soggetti educativi”: Famiglia, Scuola, Chiesa. È necessaria l’educazione ai valori. Qui andiamo nella linea positiva e propositiva. I soggetti educativi devono mettersi insieme a lavorare, lavorano troppo per conto loro.

Se il problema sembra troppo grosso io penso che noi credenti abbiamo la grande risorsa della speranza. Che cos’è la speranza? È credere che non siamo abbandonati alle nostre fragili forze umane. E qui termino citando un saggio proverbio africano che dice: "se io sono solo a sognare,rimane solo un sogno. Ma se siamo tutti insieme a sognare può diventare una realtà".
dr. Giorgio BURDI